Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Attualità. Mostra tutti i post

lunedì 21 marzo 2011

LA GUERRA DI LIBIA 2011













I tesori archeologici finiti sotto i colpi delle bombe Nato

Sotto i colpi delle bombe Nato e della contraerea libica non soltanto obiettivi militari, villaggi e civili, ma anche tesori archeologici in pericolo. A cominciare da Leptis Magna e Sabratha, primi insediamenti fenici poi grandiosi centri dell’impero romano, localizzati rispettivamente a est e a ovest di Tripoli. Entrambi i siti sono riconosciuti dall’Unesco nella lista del Patrimonio dell’umanità. La capitale custodisce le rovine del passato romano, mischiate alle moschee e ai minareti della cultura islamica dominante. E c’è anche il parco naturale dell’Akakus con testimonianze di arte rupestre preistorica.
Nel dettaglio, a Leptis Magna - 130 chilometri da Tripoli -, fondata di coloni fenici intorno al 1100 a.C. e strappata dai romani ai cartaginesi durante la terza guerra punica (146 a.C.), si trova ancora oggi il colossale teatro, uno dei più antichi del mondo romano in pietra (primo secolo a.C.); il foro dei Severi; l’arco di Settimio Severo del 203; le terme di Adriano del 137 d.C.. A Sabratha, 30 chilometri da Tripoli, fondata nel VII secolo a.C dai fenici e presa dai romani nel 46 a.C., ciò che rimane del teatro monumentale in riva la mare; il teatro romano del II secolo d.C.; i templi di Antonino e di Giove; la basilica cristiana fatta costruire da Giustiniano con pavimento a mosaico. Inoltre si ricordano il tempio di Liber Pater, il tempio di Serapide, il tempio di Ercole, il tempio di Iside. E poi il mausoleo di Bes (II secolo a.C.) di architettura punico-ellenistica. A Tripoli città sono assolutamente da preservare, tra le altre cose, l’immenso castello Assaraya al-Hamra, espressione del periodo ottomano e le moschee come quelle di Gurgi e Karamanli.
(http://www.ilgiornale.it/interni/i_tesori_archeologici_finiti_sotto_colpi_bombe_nato/21-03-2011/articolo-id=512705-page=0-comments=1)

martedì 15 marzo 2011

Franklin Delano Roosevelt ci ha regalato il terrore nucleare

Scritto da Aldo Reggiani
martedì 15 marzo 2011

Quando compriamo un barattolo di vernice, sappiamo che esiste anche un solvente apposito che la dissolve e sul barattolo vi è anche scritto cosa bisogna fare se, ad esempio, i nostri occhi venissero a contatto con essa. Quando si costruisce un casamento, sappiamo come, all’occorrenza, distruggerlo.
Tutto in questo Universo segue il ciclo di creazione, sopravvivenza e distruzione. Per “noi indiani”, Brahma, Vishnu e Shiva.

Naturalmente vi sono cose che vorremmo sopravvivessero per sempre e quindi la Veneranda Fabbrica del Duomo di Milano, provvede via via a sostituire statue e pezzi della grande cattedrale, distrutti o menomati dalle forze degli elementi.

Così come, in pochi mesi, dopo la fine della seconda guerra mondiale, i milanesi, poco adusi piangersi addosso, ricostruirono dov’era e com’era la Scala, semidistrutta da bombe incendiarie.

Frannklin Delano Roosevelt, per i suoi amici “Frank Lo Zoppo”, evidentemente non conosceva tale legge e quindi, quando staccò un assegno di qualche centinaio dollari perché i fisici atomici del Progetto Manhattan costruissero una superbomba prima che la realizzasse Hitler, si scordò di staccare un altro assegno da dare ad altri fisici atomici perché creassero un rimedio a tale bomba.

Due sono gli effetti di una bomba atomica: l’enorme e distruttivo spostamento d’aria e le radiazioni.

Quest’ultime sono motivo di terrore per gli esseri umani che ne venissero colpiti.

L’uso della fissione nucleare a scopi pacifici ed energetici, comporta il pericolo, in caso di guasti alle centrali elettronucleari, di contaminazione radioattiva. Come accadde per la centrale atomica comunista di Chernobyl, sprovvista, a differenza di quelle capitaliste, di adeguate protezioni.

(Ma si sa che i regimi comunisti hanno sempre amato il Popolo).

E quindi si nutre un sacro terrore per le suddette radiazioni, capaci di tremendi effetti, malattie e di modificazioni genetiche. Come si vide dopo Hiroshima.

Questo insano stato delle cose lo dobbiamo dunque al fatto che nessuno, fin dagli inizi, a cominciare da Frank Lo Zoppo, per non dire del suo contemporaneo Stalin, per gli amici Josif the Ripper, per via dell'amichevole trattamento a Trotsky, ai prigionieri della Lubianka e ai suoi ospiti nei Gulag, ha pensato a come neutralizzare efficacemente le radiazioni atomiche.

Che come tutte le cose che appartengono all’Universo fisico sono provviste di una qualche “corporeità” e quindi sono passibili di esser distrutte e/o neutralizzate.

Se pensiamo di dover continuare ad utilizzare la potenza della fissione nucleare per poter fruire di grandi quantità di energia elettrica, sarà il caso, ad esempio, che Usa, Ue, Giappone e magari Russia, si consorziassero per finanziare ricercatori che fornissero efficaci rimedi ai nefasti effetti delle radiazioni atomiche.

E’ noto che gli inglesi, piuttosto stizziti dall’ esser bombardati da Hitler alla sacra ora del The, utilizzarono studi sul sistema di orientamento dei pipistrelli e inventarono il Radar.

La ragione, infatti, del grande fiorir di invenzioni in tempo di guerra, sta nel fatto che il livello di necessità delle persone che si trovano costantemente in pericolo, aguzza loro l’ingegno e fa trovare soluzioni che in tempo di pace nessuno si premurerebbe di conseguire.

Spesso invece grandi scoperte sono dovute al caso, a cui un tipo geniale applica un punto di vista tutt’affatto nuovo, come quando in certi laboratori ci si lamentava di certe muffe che uccidevano le colture di batteri da esperimento.

Un tipo strano di nome Fleming vide la cosa sotto un altro punto di vista e le muffe divennero Penicillina.

Ma la casualità può anche esser totale.

La mia amica Princi, anni fa stava prendendo il sole su uno scoglio sotto la sua villa di Torre Scissura, in quel di Gaeta. Emerse un sub che urlava dal dolore perché era stato preso in piena faccia da una medusa.

La Princi, non avendo altro, gli spalmò il viso con la sua "Crema Solare Antoine", molto grassa e protettiva.

Il giorno dopo il sub tornò a ringraziarla, chiedendole il nome della crema miracolosa che in pochi minuti gli aveva tolto il dolore e perfettamente neutralizzato il veleno della medusa. Sulla guancia non era più visibile neanche un leggero arrossamento.

Prendiamo ad esempio, quel velenoso “percolato” che fuoriesce dai “giacimenti” di monnezza napoletana, come documentato da molti piangenti servizi televisivi.

Nelle mie zingarate informatiche, lessi che anni addietro i biologi francesi avevano modificato geneticamente dei microorganismi programmandoli acciocché si nutrissero di pericolosi veleni e defecassero materiali inerti: in quel caso un materiale vetroso di colore verde.

Sarebbe il caso che i nostrani laboratori genetici creassero microorganismi “golosi” di tal percolato, che magari defecassero crema pasticcera.

I fisici, che se la tirano molto, invece di accapigliarsi come comari in simposi e conclavi scientifici, sarà il caso che alzino il loro “livello di necessità” (ah, la vecchia e cara Ananke) e si mettano in testa il fine di come neutralizzare le radiazioni atomiche: magari c’è una qualche prerogativa, chessò, dello Stronzio (ma che cavolo di nome gli avete dato) non ancora studiata, oppure, si possono studiare le virtù di certi ultrasuoni.

Tempo addietro, infatti, lessi distrattamente che è stato scoperto come certi ultrasuoni siano capaci di diminuire e di neutralizzare le radiazioni emanate dalle scorie radioattive, restringendone considerevolmente anche la durata nel tempo.

Insomma, il principio da oggi in poi condividere sempre e comunque, è che chi presenta sulla scena del mondo (e del mercato) una qualsiasi nuova creazione, debba fornire anche un rimedio ad essa, che la possa neutralizzare e/o distruggere.

Nel caso del nucleare, ad esempio, personaggini isterici come Ahmadinejad non avrebbero più molto da minacciare.

Ricordandoci sempre che “Volere è Potere”.

N'est pas?

lunedì 7 dicembre 2009

Su LA SINDONE

"Le iscrizioni sulla Sindone? Una testimonianza credibile"

La Sindone di Torino, il lenzuolo che secondo la tradizione avvolse il corpo di Gesù nel sepolcro, porta impresse delle scritte che risalgono «inconfutabilmente al I secolo» e che rappresenterebbero una sorta di «certificato di sepoltura». Lo sostiene Barbara Frale, studiosa dell’Archivio Segreto Vaticano, autrice di La sindone di Gesù Nazareno (il Mulino). Scoperte e interpretazioni che hanno prevedibilmente suscitato notevoli polemiche. Il Giornale ne ha parlato con Franco Cardini, storico del medioevo.
Si avvicina l’ostensione della Sindone, le recenti scoperte portano nuovi elementi in favore della sua autenticità e puntuali arrivano le polemiche...
«Credo che la sua fama dipenda sia dal fatto che si tratta di un documento storico notevolissimo (vero o falso che sia), sul quale si sono esercitati tutti i più moderni metodi sperimentali di ricerca, e sia, ohimè, dall’interesse che essa ha esercitato in ambienti esoterico-occultisti, anche a causa dell’attenzione che gli hanno dedicato certe pubblicazioni divulgative di successo, tipo Martin Mystère».
Barbara Frale ha pubblicato un libro in cui si sostiene che negli «anni bui» - trascorsi fra la scomparsa dell’immagine venerata a Edessa e poi a Costantinopoli, identificata con la Sindone, e il suo riapparire in Francia - il telo sia stato custodito dai Templari. Che cosa ne pensa?
«Frale è una studiosa seria e documentata, alla quale dobbiamo alcuni bei lavori sui Templari. Le sue ipotesi, che non mi risulta essa abbia mai inteso imporre come vere e proprie tesi, mi sembrano degne di considerazione. Certo, bisognerà lavorare alla loro verifica: e non è detto che tale verifica sia possibile. Di per sé, quanto Frale rileva non è né inverosimile, né impossibile. Che accenda le fantasie e provochi le polemiche, è vero: ma è un altro discorso».
Come si spiega, da storico, l’enorme interesse che i Templari suscitano e l’abnorme quantità di libri, saggi, romanzi a loro dedicati?
«È una lunga storia avviata fin dal Trecento, ma divenuta un’autentica mania a partire dal XVIII secolo, in coincidenza con l’inizio della rielaborazione in chiave cavalleresca delle tradizioni massoniche. Da allora si diffuse la complessa e perfino divertente mitologia dei Templari eredi dei segreti del costruttore del Tempio di Salomone, il fenicio Hiram. Il seguito lo conosciamo, attraverso un’infinita paccottiglia e la costruzione di certi falsi documenti che hanno condotto alcuni sconsiderati ad affermare che i Templari conoscessero il segreto della “verità” su Gesù, rimasticazione di vecchie tesi fondate sulla lettura di Vangeli apocrifi, e persino che avrebbero scoperto l’America quattro secoli prima di Colombo. Fantasie divertenti, se non fossero all’origine di una lunga serie di maniacali elaborazioni pseudostoriche e pseudoreligiose e anche di autentiche truffe».
Torniamo alla Sindone. Frale ha lavorato su alcune scritte impresse sul telo e che potrebbero essere un «cartiglio di sepoltura». Non crede che ci sia il rischio di vedere nella Sindone anche ciò che non c’è?
«Il rischio esiste, eccome. Ma le scritte individuate sono a quel che pare una realtà obiettiva: non si possono ignorare, il che vuol dire che bisogna cercar d’interpretarle. Gesù di Nazaret fu giustiziato in quanto potenziale agitatore politico-religioso: che l’autorità romana ne traesse in qualche modo registrazione utile per testimonianze giuridico-amministrative non è tramandato da nessuno, ma non mi sembra impossibile».
Il nuovo libro della Frale è stato aspramente criticato da Luciano Canfora...
«Canfora si è chiesto se a Gerusalemme esistessero becchini, e magari ufficiali di polizia mortuaria. La domanda, formulata con legittimo scetticismo, comporta il dubbio che, in mancanza di sicure testimonianze che escludano quell’eventualità, becchini e funzionari addetti alla polizia mortuaria, specie in rapporto con le pubbliche esecuzioni, potessero anche esistere. Rovescio la domanda e la rispedisco al mittente: siamo certi che a Gerusalemme o altrove, in quel tempo, non esistesse nulla di simile?».
Certe prese di distanza sembrano chiudere il dibattito senza confrontarsi con i dati in discussione. Che ne pensa?
«Non è il caso di Canfora, che è sempre ispirato a una grande onestà intellettuale ed è sempre pronto ad ascoltare gli altri. Non tutti si comportano allo stesso modo. Alludo anche al caso che ha avuto come protagonista Ariel Toaff e il suo libro Pasque di sangue, o ai molti casi che oggi riguardano i cosiddetti “revisionisti” o “negazionisti”. Sono convinto che si debba consentire a chiunque di esprimere su qualunque cosa un giudizio, specie se accompagnato da ragionamenti plausibili e da indizi seri, senza invocare la promulgazione di leggi liberticide che pretendano di stabilire la verità storica a colpi di codice penale».
Lei è stato definito da Alexander Del Valle un intellettuale organico all’asse Rosso-Bruno-Verde, che avrebbe come obiettivo combattere gli Usa e Israele. Come si sente a essere paragonato ai terroristi rossi e a quelli islamici?
«Mi sento obiettivamente oggetto di malevole e disinformate calunnie, ma sono ben lungi da farne una tragedia. È vero che sono un bastian contrario, che sono sempre incuriosito dalle ragioni degli altri, e che questo mi spinge talvolta a difendere cause difficili o cause perse. Un mio amico ebreo sostiene che io ho “l’istinto del salmone”: che debbo risalire sempre le correnti. Molte mie posizioni, specie recenti - sull’11 settembre, sulle guerre in Irak e in Afghanistan - sono state da me rigorosamente documentate: ho scritto al riguardo almeno cinque libri e molti saggi e articoli, si può consultare il sito www.francocardini.net. Dal momento che si trattava di posizioni chiare, escludo che tipi come Del Valle siano in buona fede o sappiano far correttamente il mestiere che pretendono di fare, cioè il giornalista o peggio ancora lo studioso: basterebbe un esame dei miei scritti per rendersi conto che non sono né antiamericano, né antisionista, pur riservandomi il diritto di discutere scelte dei governi statunitensi o israeliani come di qualunque altro».

sabato 27 giugno 2009

Cronache di una terribile guerra. (click)

" Grande beffa ai talebani ". di Mattia Ferraresi
David Rohde è fuggito dalla prigione talebana in cui era rinchiuso da sette mesi

David Rohde

Nella notte fra venerdì e sabato scorso il reporter del New York Times David Rohde è fuggito dalla prigione talebana in cui era rinchiuso da sette mesi. Con lui c’era il giornalista afghano Tahir Ludin. A coprire l’evasione, soltanto la vasta notte asiatica. Rohde adesso è, come si dice, sano e salvo, finalmente fra le braccia della moglie, Kristen Mulvihill, con la quale si era sposato appena due mesi prima di cadere, il 10 novembre, nella trappola talebana tesa da un luogotenente di medio livello che Rohde stava andando a intervistare. Quella di David Rohde è una vicenda a lieto fine che passa per uno svolgimento travagliato, per fasi alterne, angosce casalinghe, territori infidi sui quali si gioca un mestiere fatto alla vecchia maniera. Una di quelle storie che il linguaggio paludato del giornalismo riporterebbe a qualche mese di distanza sotto il titolo “I sette mesi che hanno tenuto il mondo con il fiato sospeso”, se soltanto fosse vero. Perché di un mondo con il fiato sospeso in questa storia non si ha notizia. Rohde non è uno qualsiasi. Non è uno stagista troppo zelante che si rende conto tardi di averla fatta grossa; non è un parvenu, un soldatino spaccone in cerca di fama né un garzone che da grande vuole fare il giornalista. Lui di premi Pulitzer ne ha vinti non uno ma due. Il primo nel 1996, quando raccontò il massacro di Srebrenica per il Christian Science Monitor. Allora aveva 29 anni e anche lì fu vittima di un sequestro. Il secondo l’ha vinto l’anno scorso assieme a un team di colleghi del New York Times. Le loro storie su Afghanistan e Pakistan sono state giudicate le migliori in circolazione. Nell’autunno scorso aveva organizzato un’intervista con Abu Tayeb, veterano della resistenza afghana contro l’Armata rossa ora a capo di un manipolo di talebani nelle zone tribali a sud di Kabul. Il cronista americano stava raccogliendo testimonianze per un libro inchiesta sull’Afghanistan. Per un professionista come Rohde si trattava di una missione con coefficiente di difficoltà medio. Abu Tayeb è considerato un pesce di piccola taglia per gli standard dell’Intelligence un signorotto che muove i 1300 uomini che dice di avere dalla sua più per i soldi che per lo sterminio degli infedeli. Diversi giornalisti hanno interrogato Tayeb nel suo compound nella provincia di Logar e un mese prima che il reporter si avventurasse, senza saperlo, verso sette mesi di prigionia, la giornalista francese Claire Billet si era infiltrata in quello stesso gruppo di talebani, realizzando un documentario di trenta minuti mandato in onda da France Tv 24 e ne era uscita infine senza che le fosse torto un capello. Oltre al giornalista-traduttore Ludin, ad accompagnare Rohde c’era anche un autista, Asadullah Mangal, che con il fratello gestisce un’impresa di trasporti. Ludin, personaggio che i giornalisti occidentali considerano ormai da molto tempo affidabile, si era occupato di organizzare l’incontro. Era stato in visita da Abu Tayeb un paio di volte per accompagnare altri giornalisti stranieri. Aveva aperto un buon contatto, un rapporto di fiducia. Ovviamente quel giorno le cose non sono andate come previsto. Rohde non ha nemmeno visto Abu Tayeb. All’arrivo dei reporter, alcune guardie di Tayeb li hanno portati via, dicendo semplicemente che il loro boss gli aveva ordinato di fare così. In quel preciso momento l’accaduto scivola sul piano inclinato dell’oblio, viene rimosso, nessuno ne parla, nessuno ne scrive, Rohde viene dimenticato dal mondo fino al 20 giugno di quest’anno. La notizia della fuga di Rohde assieme al compagno Ludin viene data dal New York Times in un racconto appassionato in cui si ripercorrono con la tipica enfasi narrativa le fasi della liberazione: Ludin che sfida un secondino a un tipico gioco locale per tenerlo sveglio più a lungo possibile, Rohde che approfitta della distrazione per accovacciarsi in un luogo strategico. Infine, il sonno del nemico, e i cospiratori che dormono con un occhio solo, come achei nel ventre del cavallo mentre Troia si ubriaca. All’una di notte Rohde sveglia il collega, insieme valicano il muro del compound con una corda rubata ai carcerieri due settimane prima e si calano dall’altra parte. Fuori i cani si mettono ad abbaiare e al posto della scena cinematografica in cui o si viene ribeccati e la trama s’infittisce o arriva un elicottero dei servizi segreti che salva la situazione, succede una cosa sorprendente: niente. Nessun talebano all’orizzonte, nessuna figura umana. Quindici minuti di cammino e i due arrivano a un posto di blocco controllato dall’esercito pakistano. Vengono scambiati per attentatori suicidi, le urla coprono la scena, ci vuole un quarto d’ora di nervi tesi per convincere i poliziotti che stanno dalla loro parte – le barbe lunghe non aiutano –, che sono fuggiti miracolosamente dalle mani dei talebani. Fine della storia, tutti a casa; a parte l’autista, che probabilmente si è trovato a meraviglia con i bravi di Abu Tayeb e ha deciso di rimanere in loro compagnia, o forse, secondo altre fonti, sapeva tutto dall’inizio. Il racconto del NYT è basato sulla testimonianza di Ludin, mentre Rohde non ha parlato, limitandosi a confermare la versione del compagno di prigionia. Nel frattempo il direttore del NYT, Bill Keller, racconta i retroscena della vicenda al programma “This Week” di George Stephanopoulos. Il giornale, spiega Keller, ha deciso di adottare la strategia del “media blackout” per proteggere David Rohde, ha preferito non parlarne per non fare salire le quotazioni della sua vita presso i rapitori. Lo staff del NYT si è speso in questi mesi per convincere i colleghi di mezzo mondo a bucare la notizia, a occultarla, ad anteporre le ragioni di sicurezza a quelle professionali, a proteggere tutti i giornalisti che sarebbero finiti in pericolo se il rapimento di un collega avesse tenuto “il mondo con il fiato sospeso”, appunto. E per la liberazione di Rohde, dice Keller, “non è stato pagato nessun riscatto”. La storia, raccontata così, è bella e avventurosa ma forse leggermente troppo patinata. La versione del NYT ha dei buchi, parti oscure e lascia l’impressione di avere un finale di partita in cui vincono tutti. E alla liberazione di Rohde i reporter americani si sono scatenati per unire i puntini. In novembre, oltre ai canali dell’intelligence americani, il NYT si è affidato per i negoziati ad un’agenzia privata specializzata in rapimenti e riscatti, la Clayton Consultants, contattata da Aig, il colosso assicurativo che gestisce le polizze del NYT. Secondo diverse fonti, il gruppo editoriale aveva messo insieme una cifra attorno ai due milioni di dollari per la liberazione di Rohde. Quando gli uomini della Clayton hanno preso contatti con i rapitori, è stato immediatamente chiaro che la cifra proposta dagli americani (780mila dollari, somma congrua secondo le stime dell’agenzia) era nettamente inferiore alla richiesta dei rapitori, che volevano 25 milioni di dollari e il rilascio di quindici sodali detenuti a Guantanamo. Qualcosa era andato storto. Le guardie corrotte di Abu Tayeb avevano subito fiutato l’affare e avevano venduto i prigionieri a un boss talebano di primo rango, Siraj Haqqani, negoziatore ampiamente più potente di Tayeb. La “gallina dalle uova d’oro” – così i negoziatori dicono fosse soprannominato Rohde dai carcerieri – era in una trappola estremamente costosa da disinnescare. A quel punto i rapporti fra la Clayton Consultants e il NYT si sono raffreddati, mentre la moglie di Rohde premeva perché ogni strada fosse intrapresa. Diverse fonti interne ai contractors rivelano ora che è stata pagata la cifra di un milione di dollari, non come riscatto, ma per creare quella minima rete di corruzione necessaria alle operazioni di fuga. E per fare in modo che molte paia di orecchie non sentissero quei cani abbaiare.

mercoledì 15 aprile 2009


Washington - Una gigantesca mano che sembra ghermire una manciata di stelle. Questa l’incredibile immagine, ribattezzata la "mano di dio" dai tecnici della Nasa scattata dal telescopio orbitante a raggi X Chandra. In realtà si tratta di una nebulosa distante circa 17 mila anni luce dalla Terra, che si estende per 150 anni luce. All’origine dello spettacolare fenomeno una pulsar, una stella di neutroni (B1509) che girando vorticosamente su se stessa, scarica nel cosmo la sua energia che alimenta la nebulosa. La stella di neutroni misura poco più di 20 chilometri di diametro e ha appena - dal punto di vista comsico - 1.700 anni.

martedì 17 febbraio 2009

COME SI PUO' VIOLARE LA COSTITUZIONE

Sandro Fontana
Pubblicato il giorno: 17/02/09

«Costituzione sacra» ma Eluana è la prova che l’hanno violata

Non è possibile tacere di fronte a un delitto come quello perpetrato ai danni di una povera e innocente ragazza come Eluana. E ciò, anche per fugare ogni accusa futura di eventuale complicità presso tutti quegli italiani che ancora continuano a credere nel valore non negoziabile della vita. Ha fatto perciò bene il ministro Alfano a dichiarare martedì scorso a Ballarò che Eluana è morta di sentenza anche se avrebbe dovuto aggiungere che s’è trattato d’una vera e propria sentenza di morte. Ed il nostro bravo Presidente della Repubblica, che tanto si prodiga nella difesa della sacralità della Costituzione, non doveva né poteva consentire una sua palese violazione da parte di un ordine dello Stato come la magistratura, la quale, pur non avendo nessuna funzione legislativa né di modifica costituzionale, è tuttavia riuscita di fatto, almeno nel caso della povera Eluana, ad abrogare surrettiziamente l’art. 27 della nostra Carta il quale, come è noto, sostiene solennemente che «non è ammessa la pena di morte». Eppure a Napolitano non dovrebbero essere sfuggite tutte le perplessità che vennero sollevate dall’editorialista del Corriere (7 febb. 2009) Galli Della Loggia e che si riferivano a due precise circostanze.

La prima riguarda la palese contraddizione o addirittura contrapposizione tra le varie sentenze elaborate dalla stessa magistratura se è vero che, tanto nel 2005 da parte del tribunale di Lecco quanto nel 2006 da parte della Corte d’appello di Milano, veniva sentenziato che «la reale volontà della ragazza doveva essere intesa come personale, consapevole e attuale determinazione volitiva, maturata con assoluta cognizione di causa». La seconda circostanza si riferisce al fatto che, in base alla successiva sentenza della Corte di Cassazione, per decidere della vita e della morte della povera Eluana era invece sufficiente tener conto «della sua personalità, del suo stile di vita, delle sue inclinazioni, dei suoi valori di riferimento e delle sue convinzioni etiche, religiose, culturali e filosofiche». È in base a questa nuova e contraddittoria sentenza che è stata poi elaborata la sentenza della Corte d’appello di Milano del 2008, secondo la quale la povera Eluana possedeva invece, pur avendo solo 21 anni, una personalità «caratterizzata da un forte senso d’indipendenza, intolleranza delle regole e degli schemi, amante della libertà e della vita dinamica, molto ferma nelle sue convinzioni». Dunque, concludeva amaramente l’inascoltato Galli Della Loggia, si poteva procedere alla sua eliminazione. Ecco perché forse un attimo di riflessione o un sussulto di saggezza avrebbe impedito al nostro beneamato Presidente non solo di sacrificare inutilmente una vita umana, ma anche di assestare un vulnus gravissimo all’art. 27 ed allo spirito della nostra Costituzione. Il fatto è che, secondo l’opinione di un conoscitore profondo della storia del PCI come Ugo Finetti (Libero, 7 febb.), non è possibile passare un’intera vita politica al servizio della doppiezza e del cinismo di Togliatti e poi pensare di diventare all’improvviso un uomo libero, magari per «grazia di Stato». E tutto ciò senza mai aver dimostrato un attimo di ribellione e un sussulto di autonomia: né in occasione delle migliaia di morti causati nel 1956 dall’invasione sovietica a Budapest, né in occasione dell’espulsione dalla Russia del premio Nobel Solzenicyn nonché del suicidio della sua segretaria. Napolitano non si scompose nemmeno quando si suicidò il deputato bresciano Sergio Moroni, né quando, sempre da Presidente della Camera, non seppe opporsi a Scalfaro-Facta il quale, ormai da tempo sotto ricatto del PCI, mirava a sciogliere fin dal 1993 un libero parlamento semplicemente perché ritenuto – ahinoi! – zeppo, non di condannati, ma di semplici indagati.

Ora, poiché, secondo l’art. 89 della Costituzione, «nessun atto del Presidente della Repubblica è valido se non è controfirmato dai ministri proponenti o dal Presidente del Consiglio» e poiché, secondo il successivo art. 90, lo stesso «non è responsabile degli atti compiuti nell’esercizio delle sue funzioni», non sarebbe del tutto male che anche Berlusconi cominciasse ad osservare non solo lo spirito della nostra Costituzione ma anche la sua lettera, come ha voluto fare Napolitano non firmando il decreto salva-Eluana. Certo, per molti atti del Presidente in carica, come nel caso della nomina dei senatori a vita o dei cinque giudici costituzionali, s’è finora trattato d’una mera formalità. Ma finora non s’era mai verificato che il Capo dello Stato si rifiutasse di firmare un decreto urgente come quello teso non solo a salvare la vita della povera Eluana ma anche a salvaguardare lo spirito autentico della nostra Carta. Non vorremmo infatti che alla fine venisse premiato con un laticlavio al Senato un tipetto come Beppino Englaro. Il quale, da buon laicista ed ateo, pur di vincere la propria guerra privata a favore dell’eutanasia, non ha esitato un attimo ad accompagnare, non già dolcemente ma attraverso atroci sofferenze (come risulta dall’autopsia), la propria creatura verso una quiete eterna.
«Costituzione sacra» ma Eluana è la prova che l’hanno violata

mercoledì 26 novembre 2008

DI MILAN KUNDERA E...



Maupasant, Verga, Kundera e la realtà
Scritto da Gianni Pardo
mercoledì 26 novembre 2008

Maupassant, Verga e Kundera sono tre grandi autori pessimisti.
Maupassant sembra pensare che la realtà sia fondamentalmente negativa. E sia tanto naturalmente, tanto innocentemente negativa, che la prevalenza dei personaggi “cattivi” sui personaggi “buoni” deriva da un loro migliore adattamento alla realtà com’è. In un mondo senza Dio, i grandi principi sono pure facciate dietro cui si nascondono i veri intenti degli uomini immorali, quasi sempre vincitori. Coloro che hanno un sincero atteggiamento morale sono viceversa gli ingenui, coloro che non hanno capito come stanno le cose: e dunque i perdenti.
In Maupassant non c’è crudeltà. Non c’è nemmeno cinismo: c’è disincanto. S’incontrano tante persone miserabili e interessate, vili e avide, prevaricatrici e bugiarde, che alla fine le persone stimabili divengono eccezioni insignificanti, quantités négligeables. Non è un piacere osservare come va il mondo, ma volendolo rappresentare onestamente, non si può che mostrarlo com’è. La società come egli la descrive somiglia ai documentari sui leoni: un mondo in cui il più forte deruba gli altri predatori o divora vivo il più debole e alla fine – lungi dall’avere scrupoli – dorme beato all’ombra, interrompendosi solo per stirarsi e sbadigliare.
Ovviamente, anche per il Francese sono necessari dei punti d’osservazione, e cioè dei personaggi che possono essere positivi (Boule de Suif) o negativi (Bel Ami). Ma ciò non cambia l’essenza del racconto, cioè l’affresco sconsolato della società com’è. Se la protagonista, la prostituta Boule de Suif, è positiva, ecco che incontra borghesi negativi; mentre l’arrampicatore sociale senza scrupoli, Bel Ami, protagonista negativo, incontra e sfrutta anche persone per bene. Poco importa: in ambedue i casi prevalgono i cattivi e il mondo rappresentato – il vero protagonista - è lo stesso.
Verga è anch’egli un grande pessimista, ma il suo è un mondo meno naturalistico di quello di Maupassant. Mentre nel Francese la prevalenza di certi personaggi si spiega con la loro mancanza di scrupoli, e si potrebbe dire in forza della loro maggiore intelligenza, in Verga si ha quasi l’intervento di una divinità malevola. I suoi protagonisti non sono né più ingenui né più deboli degli altri: è il Fato, che li vince. La barca dei Malavoglia è carica di sfortuna e non per caso, ma per un’ironia feroce, si chiama “La Provvidenza”. È la tempesta, deus ex machina cieco e impersonale, che rovina i Malavoglia. Così come è la sfortuna che perseguita Gesualdo, fino a derubarlo costantemente del sapore della vittoria ampiamente meritata. Gesualdo è nato per vincere, è talmente abile, talmente positivo, che da Mastro diviene Don; e se non trionfa è perché l’autore lo perseguita. Mentre da un lato sorvola sui suoi successi, narra e sottolinea per esteso le sue sconfitte: in queste condizioni anche la storia di Giulio Cesare diverrebbe quella d’un vinto. Persino quando è costretto a dar conto delle sconfitte dei suoi nemici, Verga lo fa distrattamente, come non contassero. La sorella di Gesualdo scende in guerra contro di lui ma alla fine non ne ricava nulla e l’autore scrive sobriamente che in quella battaglia lei s’era rovinata. S’era rovinata. Fosse capitato al protagonista, non ci sarebbe stato risparmiato nulla del suo dispiacere, delle sue umiliazioni, del suo fallimento.
Maupassant è obiettivo, Verga bara. E tuttavia lo fa con una tale arte, che alla fine col cuore gli crediamo. Per criticarlo bisogna essere usciti dai suoi libri da parecchio tempo, tanto da poterci riflettere a mente fredda.
Poi ci sono altre differenze, chiarissime: Maupassant è un superiore maestro di stile, Verga scrive male; e poco importa che ciò avvenga più o meno volontariamente. Maupassant è freddo, Verga è un grande artista. Maupassant fotografa, Verga dipinge.
Il caso di Kundera è ancora diverso. Il suo mondo non è popolato da personaggi in prevalenza negativi, come in Maupassant, e non esiste neppure un Fato che si accanisca contro il protagonista. È quest’ultimo che, per debolezza, si mette in guai sempre più grandi. Perché è un debole che non sa prendere in mano il proprio destino. Il romanzo dunque non implica un giudizio sulla società: si limita ad essere la storia di questo protagonista e il resto del mondo è visto da lui. Di fatto ruota intorno a lui.
In Kundera un protagonista positivo è impensabile. O almeno, i suoi protagonisti sono positivi nell’anima e nelle intenzioni, ma falliti nella vita reale. I suoi romanzi sono probabilmente più spiritualmente autobiografici di quelli di Verga. Il Catanese infatti il suo bravo successo sociale a Roma l’ha avuto, lo stesso Maupassant è noto, oltre che come romanziere, come sportivo e come grande amatore superdotato. Kundera invece sembra proiettare l’esperienza della frustrazione. Il suo mondo è disperato, il suo racconto descrive una parabola in senso balistico: un uomo vola verso la vita ma a poco a poco le cose si mettono in maniera tale che il volo declina verso il basso, fino alla catastrofe. Catastrofe costituita quanto meno dalla sua rassegnazione. Il protagonista della “Plaisanterie” (“Lo Scherzo”) avrebbe mille ragioni per cercare di vendicarsi del suo rivale ma quando ne ha l’opportunità sente che è troppo tardi. Non ne ha più voglia. Forse non ne ha più il diritto. E forse ha capito che comunque – a causa di quell’uomo o d’un altro uomo, poco importa – egli era condannato alla sconfitta.
Kundera sembra dire che i migliori sono più sensibili, più delicati, più indifesi degli altri, e per questo sono destinati alla sconfitta. “Il pensiero ci rende tutti vili”, diceva Amleto. La nobiltà d’animo ci predestina alla morte e all’umiliazione, pensava Vigny. Ma mentre Amleto alla fine prende in mano il proprio destino, mentre Vigny di questa sconfitta si fa un’aureola e di questo martirio agita la palma, Kundera sembra solo spiegare come mai egli non abbia saputo difendersi, nella vita. Come mai egli non abbia avuto ciò che meritava.
Questo tuttavia fa sì che la sua opera non abbia né il vasto respiro sociale e umano di Maupassant, né la poesia di Verga. Sembra essere l’autore d’elezione dei disadattati, di coloro che preferiscono pensare che il mondo, e non loro, sia sbagliato.
Kundera rischia d’essere l’autore ideale di coloro che hanno bisogno d’un alibi per la propria debolezza


Kundera, il delatore
Scritto da Gianni Pardo
mercoledì 26 novembre 2008

Pierluigi Battista, sul Corriere del 24.11.’08, riferisce della recente scoperta che Milan Kundera, il grande scrittore che tanto ha avuto da patire dal comunismo, nel 1951 è stato a sua volta un delatore politico a danno di tale Miroslav Dvoracek. Costui, per causa sua, ha scontato quattordici anni di galera.

La notizia ha fatto scandalo ed ha suscitato un dibattito, soprattutto sull’opportunità di far conoscere questa orrenda verità. Cosa stupefacente. In realtà, l’unica discussione comprensibile sarebbe stata quella sulla fondatezza della notizia. E dal momento che proprio questa discussione è mancata, perché la notizia è fondata al di là di ogni dubbio, è di ben altro che bisogna parlare. Fra l’altro l’interrogativo che pone Battista non mi sembra fondato. Egli scrive: «Cosa deve fare un ricercatore se, indagando negli archivi, si imbatte in un nome celeberrimo, in una gloria letteraria, in un grande intellettuale di cui viene unanimemente onorata l'integrità etica e il rigore culturale?»
Di questa di integrità etica è sempre stato lecito dubitare. Infatti Milan Kundera è un grande scrittore. È un grande intellettuale e un grande testimone dell’oppressione comunista. Ma non si può dire che sia un grand’uomo. Questa amara verità è rivelata innanzi tutto dalle sue opere. Utilizzerò ciò che ho scritto il 29 ottobre del 2002 non per libidine di autocitazione, ma per provare che tutto questo era chiaro anche anni fa. Prima della rivelazione di questi giorni.
«Il suo mondo – scrivevo nell’articolo su Maupassant, Verga e Kundera, qui per chi volesse leggerlo – non è popolato da personaggi in prevalenza negativi, come in Maupassant, e non esiste neppure un Fato che si accanisca contro il protagonista. È quest’ultimo che, per debolezza, si mette in guai sempre più grandi. Perché è un debole che non sa prendere in mano il proprio destino. Il romanzo dunque non implica un giudizio sulla società: si limita ad essere la storia di questo protagonista e il resto del mondo è visto da lui. Di fatto ruota intorno a lui. In Kundera un protagonista positivo è impensabile. O almeno, i suoi protagonisti sono positivi nell’anima e nelle intenzioni, ma falliti nella vita reale. I suoi romanzi sono probabilmente più spiritualmente autobiografici di quelli di Verga.
[…]
Kundera sembra proiettare l’esperienza della frustrazione. Il suo mondo è disperato, il suo racconto descrive una parabola in senso balistico: un uomo vola verso la vita ma a poco a poco le cose si mettono in maniera tale che il volo declina verso il basso, fino alla catastrofe. Catastrofe costituita quanto meno dalla sua rassegnazione.
[…]
Sembra essere l’autore d’elezione dei disadattati, di coloro che preferiscono pensare che il mondo, e non loro, sia sbagliato.
Kundera rischia d’essere l’autore ideale di coloro che hanno bisogno d’un alibi per la propria debolezza».
Debolezza e frustrazione, ecco il leitmotiv delle sue opere. Ecco la sua trasparente autobiografia. Non c’è dunque da stupirsi se è giunto all’abiezione di denunciare qualcuno a quella stessa polizia politica che sembra essere l’incarnazione del male in “La Plaisanterie”. C’è chi ha la forza di fare il male, c’è chi ha la debolezza di fare il male, e non è detto che questo secondo valga più del primo.
Probabilmente, una parte del successo di Kundera è dovuta al fatto che gli intellettuali, stanchi di glorificare la virtù (in senso latino), stanchi anche della violenza del Ventesimo Secolo, sono rimasti incantati da questi infiniti epigoni di Amleto. Siamo tutti troppo pensosi per essere energici, troppo capaci di visione dialettica del mondo per prendere risolutamente posizione, troppo sensibili, infine, per essere forti. Ma si dimentica che Amleto alla fine ha la forza di fare una strage. Si dimentica che la debolezza non giustifica nessuno, piuttosto ci squalifica. E non c’è tanto da condannare Kundera, che i suoi difetti ce li aveva proiettivamente descritti in centinaia di pagine quanto da capire che un vero uomo sa pensare, sa sentire, sa amare ma se necessario sa anche combattere. E se non sa farlo, non è un vero uomo. È uno che denuncia un altro uomo alla polizia politica e lo manda in galera per quattordici anni.

giannipardo@libero.it

sabato 6 settembre 2008

L’INNALZAMENTO DEI MARI ? UN BUCO NELL'ACQUA (click)

di Nino Materi

La sai quella sull’innalzamento dei mari? «Sì, nei prossimi 100 anni il livello degli oceani crescerà fino a sei metri...». La barzelletta (categoria fanta-ambientalismo) ce l’hanno sempre raccontata così. Invece era solo bluff. La realtà è che «il livello dei mari salirà nel prossimo secolo meno del previsto...».
Studi scientifici, più o meno «autorevoli», giungono a conclusioni opposte. Noi, nel mezzo, indecisi con chi schierarci. E col sospetto che ormai dati e ricerche siano clamorosamente manipolati per portare acqua al proprio mulino ideologico, imbarcando più finanziamenti possibili.
Il partito dei catastrofisti è però allo sbando. A proposito di acqua e mare, ha appena servito l’ultima eco-pagliacciata. Nature Geoscience pubblica un dossier condotto da un gruppo di ricerca internazionale coordinato dall’università del Wisconsin-Madison che ci mette in guardia sull’arrivo di uno «tsunami planetario»; ma ecco che il giorno dopo gli risponde Science che ha in prima pagina una rassicurante inchiesta: «Il livello dei mari salirà meno del previsto nei prossimi anni, la stima che annunciava un innalzamento record entro il 2100 si è rivelata non corretta». Capito? «Non corretta». Il professor Anders Carlson - che aveva annunciato uno scenario ispirato al film The day after tomorrow - ha sbagliato i conti...
A scoprire l’«errore» sono stati gli esperti dell’università del Colorado. Il modello «apocalittico» di Carlson prevedeva che lo scioglimento dei ghiacci di Antartide e Groenlandia entro il 2100 avrebbe fatto salire in maniera incontrollata il livello dei mari, ridisegnando le coste di tutti i continenti. Ma adesso, grazie all’Istituto di ricerca artica e alpina dell’ateneo americano, abbiamo scoperto che si trattava dell’ennesimo falso allarme firmato dagli apocalittici.
«Le loro stime sono scorrette - sottolinea il coordinatore dell’équipe smaschera-bufale del Colorado, Tad Pfeffer -. Soltanto un irrealistico scioglimento di tutti i ghiacciai del mondo dal ritmo vertiginoso potrebbe spiegare un aumento del livello dei mari superiore a due metri».
L’esperimento coordinato da Pfeffer ha calcolato che cosa potrebbe accadere se effettivamente i ghiacci dei Poli si sciogliessero. In questo modo si è scoperto che l’innalzamento del livello dei mari richiederebbe lo scioglimento di enormi quantità di ghiaccio in tempi rapidissimi. Di conseguenza gli autori della ricerca considerano «esagerati» i modelli che prevedono un innalzamento minimo di due metri e ritengono che questi «non possono essere considerati come una plausibile ipotesi di lavoro».
A dispetto quindi delle previsioni funeste secondo cui il livello degli oceani potrebbe sollevarsi di sei metri, gli studiosi dell’università del Colorado ritengono che anche solo un innalzamento di circa due metri sarebbe «fisicamente impossibile». Lo scenario «limite», al contrario, considera plausibile un innalzamento di pochi centimetri entro la fine del secolo.
«La conclusione del nostro studio - osserva Pfeffer - è che considerazioni fisiche molto semplici mostrano come alcune delle previsioni più ampie sull’innalzamento del livello dei mari sono inverosimili perché semplicemente non c’è modo che i ghiacci possano sciogliersi così velocemente».
In sostanza - a dar credito ai modelli avventatamente anticipati dal professor Carlson dell’università del Wisconsin-Madison - lo scioglimento dei ghiacciai della sola Groenlandia dovrebbe procedere a un ritmo 70 volte più rapido di quello attuale. A dir poco irrealistico. Circa le teorie secondo cui la temperatura in Groenlandia e Antartide potrebbe salire di oltre 15 gradi entro il 2100, gli autori della ricerca pubblicata su Science osservano che l’ultima volta che questo è accaduto, circa 125.000 anni fa durante l’ultimo periodo interglaciale, i ghiacciai hanno fatto aumentare il livello degli oceani fino a 60 metri e che questo processo potrebbe avere richiesto millenni.
«A nostro avviso - concludono i ricercatori - alcuni degli studi che prevedono l’aumento del livello dei mari oltre 90 centimetri per la fine del secolo non presentano alcuna evidenza glaciologica». Valutazioni, osservano, delle quali dovranno tenere conto politici e amministratori: «Se prevediamo un aumento del livello del mare di circa due metri e quello che si verifica è di pochi centimetri, si rischia di spendere miliardi di dollari per risolvere il problema sbagliato».
Esattamente come è stato fatto finora...

venerdì 5 settembre 2008

IO TENGO PER MCCAIN (click)


LA FAMIGLIA DEL VICEPRESIDENTE SARAH PALIN

martedì 27 maggio 2008

BJORN LOMBORG SMENTISCE AL GORE

27 maggio 2008
Da oggi in libreria
"Stiamo freschi"
L’ultimo libro di Bjørn Lomborg, l’ambientalista scettico che spiega perché Al Gore ha torto

"Dobbiamo garantirci un vasto supporto di base e catturare l’immaginazione del pubblico, il che implica un’amplissima copertura mediatica. Quindi dobbiamo presentare scenari spaventosi, fare dichiarazioni semplicistiche ma drammatiche tralasciando di citare i dubbi che potremmo avere”. A parlare è Stephen Schneider, uno dei più famosi esperti di global warming al mondo, la dichiarazione è contenuta nell’ultimo libro di Bjørn Lomborg, “Cool it” (in uscita martedì 27 maggio per Mondadori col titolo “Stiamo freschi, perché non dobbiamo preoccuparci troppo del riscaldamento globale”). La frase di Schneider riassume alla perfezione l’ideologia da disastro ambientale che Lomborg intende ridimensionare. Quando nel 2001 scrisse “L’ambientalista scettico”, lo scienziato danese venne prima accusato di “disonestà scientifica”, poi – con disprezzo – di appartenere alla sempre più nutrita schiera dei “climate change deniers”, i negazionisti del cambiamento climatico, e infine di avere un modo di pensare agli esseri umani molto simile a quello di Adolf Hitler. Quest’ultimo paragone fu avanzato da R. K. Pachauri, presidente dell’Ipcc, il panel dell’Onu che studia i cambiamenti climatici, organo con cui l’ex vicepresidente statunitense Al Gore ha diviso il Nobel per la pace. Nel frattempo il biondo ex militante di Greenpeace è stato però anche inserito dal Time nell’elenco delle cento persone più influenti al mondo e meno di un anno fa definito dal giornale inglese The Guardian “una delle cinquanta persone che possono salvare il pianeta”.
L’idea di Lomborg è semplice: l’allarmismo che negli ultimi anni si è scatenato sul problema del riscaldamento globale è semplicemente esagerato. E comunque le misure che si vogliono prendere per contenerlo sono inefficaci e molto anti economiche. Con una spesa decisamente inferiore a quella prevista per portare a termine i grandi programmi sul clima si potrebbe intervenire in modo risolutivo sulle grandi malattie, il problema della fame nel mondo e della denutrizione e la mancanza di acqua in molte parti del globo. In “Stiamo freschi” Lomborg spiega, dati e studi approfonditi alla mano, come questa sua idea non sia il sogno utopistico di un visionario ottimista ma un progetto concretamente realizzabile. Così non contesta la teoria secondo cui l’aumento della temperatura mondiale negli ultimi anni sia dovuta alle emissioni di gas serra provocate dagli uomini, ma la prende sul serio e dimostra come le misure previste dal protocollo di Kyoto e da eventuali nuovi accordi ancora più restrittivi non solo siano irreali ma spesso controproducenti.
Il punto di partenza di Lomborg è – trattandosi di riscaldamento globale – la temperatura che aumenta. Benissimo, scrive, “e che cosa succede quando aumenta la temperatura?”. I media hanno capito che l’associazione di pensiero “global warming” uguale a “paura, terrore e disastri” fa vendere molte copie e pubblicare copertine particolarmente suggestive; i politici hanno capito che promuovere politiche sui tagli alle emissioni di CO2 e nel frattempo inevitabilmente aumentarle dà un’ottima immagine di sé all’opinione pubblica mondiale anche se alla fine non risolve nulla (Lomborg cita l’esempio della Gran Bretagna di Tony Blair che annunciando la volontà di ridurre del sessanta per cento le emissioni entro il 2050 intanto le ha aumentate del tre per cento; o l’ancora più divertente dato che spiega come negli otto anni della presidenza Clinton-Gore l’America abbia aumentato dell’undici per cento le sue). Sono proprio molti leader mondiali ad aver visto nel global warming “un’occasione per elevarsi al di sopra dell’irridente dibattito politico, vestendo gli abiti di filantropi e di statisti coinvolti nel grande tema della sopravvivenza del pianeta”, scrive Lomborg. E prosegue: “Il riscaldamento del globo è da tempo un tema perfetto. Perché permette loro di toccare argomenti grandiosi ma al tempo stesso vicini al cuore della gente, rende alcune tasse popolari e aiuta a relegare nell’ombra i veri costi della politica”. Tutto ciò ha molto appeal sulle folle, che arrivano anche a cantare, come durante una recente manifestazione ambientalista a Londra, cori con queste parole: “Che cosa vogliamo? Tasse sul biossido di carbonio! Quando le vogliamo? Ora!”. Cittadini che inneggiano alle tasse: probabilmente il sogno di qualunque uomo di governo. Che poi gli impegni che tanti politici stanno assumendo in questi anni abbiano scadenze talmente lontane da ricadere sulle spalle di chi prenderà il loro posto, questo lo dicono in pochi, sottolinea maliziosamente l’ambientalista scettico.
La paura da cambiamento climatico ha sempre eccitato la fantasia delle persone, come se si fosse davanti a un “evento a luci rosse”, scrive Lomborg. Fanno sorridere i titoli dei giornali all’inizio del XX secolo: nel 1912 il Los Angeles Times titolava che “La quinta era glaciale è in arrivo: la razza umana dovrà lottare contro il freddo per salvaguardare la propria esistenza”, e appena dieci anni dopo il Chicago Tribune spiegava che “Uno scienziato afferma che il ghiaccio artico spazzerà via il Canada”. Titoli che per lo meno ridimensionano “storie di copertina” di riviste come U.S. News & World Report che in questi anni annunciavano che “il riscaldamento globale avrebbe provocato siccità, malattie, sconvolgimenti politici, pestilenze, carestie, guerre e flussi migratori”. Se poi si pensa che negli anni Quaranta guerre e carestie erano previste entro l’anno 2000 per colpa del raffreddamento globale, l’invito a “discutere di questi temi in modo pacato” dello scienziato danese è condivisibile.
Stiamo calmi, oltre che freschi, sembra dire Lomborg dalle righe del suo ultimo libro: è vero, la temperatura aumenta, e forse è anche colpa dell’uomo, ma questo non significherà affatto guerre, carestie, inondazioni, uragani e malattie. Un caso per volta, l’ambientalista scettico danese prende i capisaldi della propaganda ambientalista “alla Al Gore” e dimostra come con misure più razionali e meno costose i tanti problemi per cui secondo i media abbiamo i giorni contati siano in realtà facilmente risolvibili. Lo scioglimento dei ghiacci fa annegare gli orsi polari? Applicando Kyoto ne salveremmo 0,06 all’anno. Diminuendo la caccia quarantanove. Milioni di persone muoiono per colpa della temperatura? Partendo dal presupposto che nel mondo la gente muore più per il freddo che per il caldo, con Kyoto ci sarebbero circa 84.000 morti in più, con misure alternative (più verde nelle città, diversi materiali con cui costruire le abitazioni…) ci sarebbe una netta diminuzione di queste morti. L’elenco è lungo, e va dai danni causati dagli uragani al numero di persone infettate dalla malaria, passando per i morti per fame e il deficit idrico mondiale fino al problema da Lomborg considerato il più grave e urgente: la lotta all’Hiv e all’Aids. Il costo annuo per applicare il protocollo di Kyoto sarebbe di 180 miliardi di dollari a fronte dei 52 spesi con misure alternative, definite “veramente efficaci”.

27 maggio 2008
Kyoto come il simbolo dell'anti americanismo
"Stiamo freschi" / 2
Dopo anni di allarmismo oggi qualche climatologo si sta rendendo conto di "avere creato un mostro"

Una delle basi da cui Lomborg è partito è il Copenaghen Consensus, un progetto che lui stesso spiega così: “Abbiamo domandato ad alcuni dei più autorevoli economisti a livello mondiale dove sarebbe stato possibile ottenere più in fretta i migliori risultati avendo a disposizione strumenti straordinari. Per ogni problema, abbiamo pregato gli esperti di proporre le migliori soluzioni. Per il riscaldamento globale avrebbero potuto essere la tassa sull’anidride carbonica o il protocollo di Kyoto”. Il gruppo di economisti ha così redatto la prima lista mai compilata delle “priorità globali”. La sorpresa è che la soluzione del riscaldamento globale è all’ultimo posto, rubricata sotto il titolo “cattive probabilità”. Non essendo però gli economisti a guidare il mondo, Lomborg ha fatto le stesse domande ai “leader del futuro, brillanti studenti di ottanta università di tutto il mondo, per il settanta per cento appartenenti a paesi in via di sviluppo”. Il risultato è stato lo stesso.
Nel mondo però ottengono ascolto (e fondi) solo gli scienziati che sostengono la teoria catastrofista delle conseguenze da riscaldamento globale. E qui Lomborg lancia un atto d’accusa innanzitutto deontologico ai colleghi scienziati: citando un altro noto climatologo scettico, Richard Lindzen, ricorda che “gli scienziati che si sono dissociati dall’allarmismo hanno visto i fondi per la ricerca sparire e il loro lavoro venire deriso, e sono stati diffamati come tirapiedi dell’industria, scienziati da strapazzo o peggio. Quindi le menzogne sui cambiamenti climatici hanno credito anche quando cozzano contro la scienza che dovrebbe esserne alla base”. Analizzando infatti i dati in possesso dello stesso Ipcc e di molti climatologi nel mondo, appare evidente come le conclusioni catastrofiste siano il frutto di una lettura deviata, a tratti ideologica, degli stessi dati. E’ anche vero però che nell’ultimo periodo molti scienziati si stanno rendendo conto di “aver creato un mostro” e stanno correggendo il tiro e abbassando i toni apocalittici, anche se chi si è costruito una carriera sull’allarmismo continua a svicolare: interrogato dagli scettici, Al Gore è solito rispondere in questo modo: “Il quindici per cento della gente crede che l’atterraggio sulla Luna sia stato girato su un set in Arizona e una percentuale appena inferiore crede ancora che la Terra sia piatta. Potrebbero riunirsi tutti un sabato sera, insieme con quelli che negano il riscaldamento globale, e festeggiare”. Appare fin troppo chiaro quanto sia difficile il dialogo che Lomborg auspica, ma la tesi del suo libro è che con un approccio più realista in futuro si potrebbero spendere molti meno soldi e risolvere problemi più gravi dell’aumento dell’anidride carbonica nell’aria. “Apprezzo il sotteso intento di aiutare l’umanità, ma l’incrollabile certezza che le riduzioni di anidride carbonica siano il modo migliore per farlo è problematica” scrive Biørn Lomborg in uno degli ultimi capitoli di “Stiamo freschi”. Con un paragone efficace qualche pagina dopo Lomborg spiega che circa il 90 per cento degli incidenti stradali mortali si verifica nei paesi del Terzo mondo e che si è calcolato che tra quindici anni questo tipo di incidenti sarà la seconda causa di morte al mondo. “Nel giro di ventiquattro ore”, dice lo scienziato, “potremmo salvare 1,2 milioni di vite umane, eliminare 500 miliardi di dollari di danni e impedire che milioni di uccelli rimangano uccisi dalle automobili ogni anno, e così facendo si rimedierebbe a una piaga che colpisce in primo luogo i paesi del Terzo mondo”. Basterebbe infatti abbassare i limiti di velocità a cinque chilometri orari: non morirebbe più nessuno. Ha senso? Lo faremo?, si chiede Lomborg. Ovviamente no: il rapporto tra i benefici del viaggiare velocemente e i costi in vite umane ci appare sproporzionato. Il ragionamento da fare sull’utilità dell’applicazione del protocollo di Kyoto (o simili misure) per risolvere l’aumento della temperatura è lo stesso.
Lomborg dice senza giri di parole che l’applicazione di Kyoto o di un’eventuale Kyoto II (come la maggioranza degli intervenuti alla conferenza internazionale sull’ambiente svoltasi a Bali pochi mesi fa chiedeva con insistenza) è dannosa oltre che inutile. Anche lui critica la non sottoscrizione del trattato da parte di Bush, ma solo perché se gli Stati Uniti si fossero uniti agli altri firmatari “sarebbe stato molto più evidente che il trattato non avrebbe mai funzionato”. Invece così Kyoto è diventato simbolo di opposizione all’America rimanendo in vita più del dovuto proprio per via di questa sua funzione simbolica. Per certi versi il documento ha assunto autorevolezza in certi ambienti proprio perché l’America non lo voleva. Peccato che nessuno si sia nel frattempo accorto, dice Lomborg, che “Kyoto si propone di cambiare in quindici anni modelli energetici centenari, finendo per costare una fortuna e non produrre praticamente nulla”. Cosa che militanti ambientalisti come Al Gore continuano a non ammettere senza dare risposte dirette, ma controattacando gli interlocutori con la tesi che “molte delle organizzazioni che pubblicano ricerche in cui si mettono in dubbio gli effetti del riscaldamento globale sono finanziate dai peggiori inquinatori”.
Fatto sta che man mano aumenta il numero di queste ricerche, che ad esempio dimostrano come il tanto temuto aumento del livello dei mari di parecchi metri nel giro di pochi anni per via dello scioglimento dei ghiacciai è in realtà valutabile in un massimo di trenta centimetri in cento anni: lo stesso aumento dei precedenti centocinquanta. E’ vero che “il dibattito sul global warming è un dibattito sulla nostra missione generazionale” come dice il già citato ex vicepresidente americano, conclude Lomborg, ma nel senso che costringe a questa domanda. “In pratica, che cosa vogliamo realizzare nei prossimi quarant’anni?”. L’autore di “Stiamo freschi” non ha dubbi: la soluzione di piaghe come l’Hiv, la malaria, la mancanza di risorse idriche, la fame nei paesi in via di sviluppo sono risolvibili in tempi brevi e porterebbero vantaggi economici e di vite umane salvate tali per cui a quel punto si avrebbero strumenti, sviluppo e capacità per contenere i danni che deriveranno dai cambiamenti per riscaldamento globale. Cambiamenti che comunque non saranno mai come quelli agitati da tanta scienza catastrofista e che al massimo sarebbero posticipati di qualche anno appena con la diminuzione delle emissioni gassose. Senza tenere conto che sarebbero in linea con i molti cambiamenti già avvenuti nella storia. Tanto che, nota con ironia Lomborg, “se chiediamo a una persona molto anziana di ricordare i fatti più importanti accaduti nel XX secolo, probabilmente citerà i due conflitti mondiali, la Guerra fredda e forse la rivoluzione informatica, ma è alquanto improbabile che aggiunga: ‘Ah, e l’aumento del livello del mare…’”. (2.fine)