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domenica 29 novembre 2009

LETTERA ALL'ON. DENIS VERDINI

Egr. On. Denis Verdini

e p.c. ai parlamentari del PDL.

Sono un simpatizzante del PDL, almeno per ora.

Vorrei farLe presente che ho sempre votato nell’area di cdx anche prima della costituzione del nuovo partito, oggi ho delle forti perplessità a continuare a votare il partito di cui Lei è il coordinatore, data la presenza dell’on. Fini ormai orientato verso una sinistra obsoleta e logora che lui chiama farefuturo.

Non passa giorno che lui ed i suoi seguaci, intralcino il lavoro, già di per sé difficile, di questo governo, con dichiarazioni degne di Di Pietro.

Inoltre quella presentazione al 22/23 dicembre della legge sulla cittadinanza breve, in combutta con il PD , è al di fuori di ogni logica e soprattutto contraria al mandato che noi elettori Vi abbiamo conferito.

Sarà mia cura controllare quali deputati del PDL abbiano votato per questa legge, al fine di non votarli mai più.

Oltre a questo ho riscontrato, la mancata difesa di SB, dalla magistratura rossa, da parte del presidente della camera ed anche una certa “tiepidezza” da parte del resto del partito.

La lettera che le sto scrivendo, pur essendo a titolo personale, è condivisa da moltissime mie conoscenze sia reali che di web.

Posso quindi dire, che alle prossime regionali, se troviamo in lista candidati finiani, non esiteremo a votare per altro partito che dia garanzie sull’immigrazione, sulla sicurezza e che contrasti lo strapotere di questa Europa che si sta profilando orwelliana. Un’ Europa che svilisce tutte le nostre tradizioni, che annienta la nostra cultura, che porterà alla fine della Civiltà occidentale. Cerchiamo almeno di salvare l’Italia, non tanto per noi quanto per i nostri figli.

Distinti saluti

P.S

Se avesse del tempo Le consiglio di leggere questi post, con i relativi commenti sono una minima parte di quello che gira sul web di questo tenore. Non sottovaluti la “base” del CDX, non è trinariciuta.

http://sauraplesio.blogspot.com/2009/11/per-fare-futuro-il-piu-grave-dei.html

http://orpheus.ilcannocchiale.it/2009/11/26/io_non_ci_sto.html

http://laltrasponda.blogspot.com/2009/11/nono-e-meglio-non-fare-futuro.html

http://mangoditreviso.blogspot.com/2009/11/fare-o-durare.html

http://blacknights1.blogspot.com/2009/11/orgogliosamente-stronzo.html

http://gio88-giova.blogspot.com/2009/11/nuova-perla-dei-finioti.html

http://sarcastycon.wordpress.com/2009/11/27/fareschifo/

martedì 24 novembre 2009

La lezione di Montesquieu su come limitare i magistrati (click)


Giuseppe Bedeschi
Pubblicato il giorno: 24/11/09
Il saggio di Fisichella

Secondo tutti i teorici della società democratico-liberale, questa deve essere incardinata sulla divisione dei poteri. Ma quali sono questi poteri? È ben nota la risposta data dalla vulgata: essi sarebbero il potere legislativo, il potere esecutivo e il potere giudiziario. Ma si tratta di una risposta del tutto sbagliata, anche se ha dalla sua la forza immarcescibile dei luoghi comuni: infatti (come ci ricordano i costituzionalisti più avveduti, a partire dal presidente Cossiga) il cosiddetto potere giudiziario non esiste (poiché esso non riceve nessuna investitura dal popolo sovrano,e quindi non è affatto un potere); esiste invece l’ordinamento giudiziario, che dovrebbe garantire la convivenza civile dei cittadini.

Dico dovrebbe perché esso è in grado di svolgere correttamente i suoi compiti solo se risponde a regole ben precise. Per esempio, esso non deve essere costituito da una casta onnipotente, senza una rigorosa distinzione fra magistratura requirente e magistratura giudicante: una distinzione che, purtroppo, è assente nel nostro Paese, e tale assenza porta a distorsioni gravissime.

Ma, per tornare alla cosiddetta dottrina della divisione dei poteri, e per capirne a fondo il significato, è opportuno risalire alle sue fonti classiche. E quindi a Locke (il primo grande teorico della società liberale), il quale parlò di separazione e di subordinazione dei poteri (il legislativo e l’esecutivo dovevano essere rigorosamente distinti e separati, e il secondo doveva essere subordinato al primo). Locke non parlò nemmeno di “potere giudiziario”, perché l’esercizio della giustizia civile e penale era per lui un’articolazione del legislativo, e quindi doveva essere assolutamente subordinato ad esso. Ma il pensatore più profondo, più ricco e più suggestivo su questo tema fondamentale è stato indubbiamente Montesquieu, al quale viene attribuita, secondo una definizione alquanto rozza e semplificatrice, una dottrina della “divisione dei poteri”.

Per capire di che cosa si tratti è assai utile l’ultimo libro di Domenico Fisichella, Montesquieu e il governo moderato (Carocci, pp. 195, euro 17,5): un libro che si legge con grande profitto per orientarsi nella difficile e complessa tessitura filosofico-politica del grande francese. Intanto è bene avvertire che l’espressione “divisione dei poteri” non si trova affatto in Montesquieu. E se proprio di “divisione dei poteri” si vuole parlare, si deve dire subito che essa non consiste nella separazione fra legislativo, esecutivo e giudiziario. L’occhio di Montesquieu è rivolto al sistema politico inglese del suo tempo e ai tre organi che ne rappresentano gli interessi permanenti: il monarca, la Camera alta e la Camera bassa. «Ecco dunque», dice, «la costituzione fondamentale del governo di cui parliamo. Essendovi un corpo legislativo diviso in due parti, l’una terrà a freno l’altra grazie alla reciproca facoltà di impedire. Entrambe saranno vincolate dal potere esecutivo, il quale lo sarà a sua volta dal potere legislativo». Dunque Montesquieu teorizza un governo bilanciato, in cui i diversi organi (re, Camera alta, Camera bassa) realizzano, in un sistema di pesi e di contrappesi, un equilibrio costituzionale capace di ostacolare l’affermarsi di un potere assoluto.

E l’ordinamento giudiziario? Il lettore si sarà accorto che Montesquieu finora non ne ha parlato affatto. Et pour cause! Infatti, come sottolinea Fisichella, Montesquieu non solo non annovera il giudiziario fra i poteri fondamentali della monarchia, ma tutti i suoi sforzi sono diretti a porgli dei limiti ben precisi, affinché esso non debordi e non leda i diritti dei cittadini e le prerogative della sfera politica.

Il potere giudiziario, dice il pensatore francese, «non deve essere attribuito a un senato permanente, ma deve essere esercitato da persone scelte fra il popolo, in determinati periodi dell’anno, secondo la maniera prescritta dalla legge, per formare un tribunale il quale rimanga in vita soltanto per il periodo che la necessità richiede».

E dopo avergli apposto questi paletti ben precisi e invalicabili, Montesquieu aggiunge, rendendo ancora più vivida la propria preoccupazione circa la possibilità che il giudiziario debordi dai propri confini: «In questo modo il potere giudiziario, così terribile tra gli uomini, non essendo legato né a una determinata condizione, né a una determinata professione, diviene, per così dire, invisibile e nullo», cosicché noi non avremo «continuamente dei giudici davanti agli occhi», e temeremo «la magistratura, non i magistrati».

Queste parole si leggono nello Spirito delle leggi, un capolavoro apparso nel 1748: ma sembrano scritte ieri, tanto sono sagge, premonitrici ed efficaci.

lunedì 7 settembre 2009

Dove vuole arrivare il "compagno" Fini (click)

di Vittorio Feltri

Caro presidente Fini,
sono abituato agli attacchi personali di giornalisti e politici e non mi sono offeso dei tuoi nella circostanza dell’affaire Boffo. Hai definito i nostri servizi in proposito esercizi di killeraggio, qualcosa di vergognoso, un esempio di giornalismo da bandire; le stesse accuse rivolteci dalle voci e dalle penne di sinistra non più intinte nell'inchiostro rosso, bensì nell’acqua santa; voci e penne che fino ad alcuni mesi orsono erano impegnate a criticare la Chiesa, il Papa, i vescovi, i parroci e anche i sacristi colpevoli di ingerire negli affari interni dello Stato italiano.

Poiché anche tu, come me, sei avvezzo agli attacchi (per lustri ti hanno dato del fascista, a te e perfino a Tatarella, giudicato indegno di sedere al governo perché missino), accetterai quanto sto per dirti con spirito sportivo. Specialmente adesso, che sei amato più dall’opposizione che dalla maggioranza, reputerai civile un dibattito alla luce del sole, addirittura pubblico e con i crismi della democraticità.

Sulla vicenda Boffo ti sei comportato, tu, e non il Giornale, in modo vergognoso. Hai espresso un'opinione dura verso di me senza conoscere, nella migliore delle ipotesi, i fatti. Se li avessi conosciuti saresti stato prudente. Invece hai sparato per il piacere di sparare o per convenienza, che è anche peggio. Ti sei accodato agli intelligentoni del Pd e ai cronisti mondani di la Repubblica nella speranza di fornire un’altra prova che hai le carte in regola per entrare nel club dei progressisti.

Non c’è altra spiegazione logica al tuo atteggiamento ostile verso un quotidiano che non ha ficcato il naso sotto le lenzuola ma nelle carte del Tribunale, divulgando un decreto di condanna e non le confessioni di una puttana come ha fatto la Repubblica con il tuo tacito consenso, visto che non risulta tu l'abbia biasimata per la campagna trimestrale, contro il leader del tuo partito, condotta esclusivamente sulla scorta di chiacchiere da postribolo.

Prima di unirti al coro invocante la mia crocefissione in piazza, dato che non sei ancora il segretario del Pd, bensì il presidente della Camera, avresti dovuto informarti. Bastava una telefonata a me, e non sarebbe stata la prima; se non altro, ascoltando l'altra campana, ti saresti chiarito le idee e le tue dichiarazioni sarebbero state più caute. Non ti è neanche passato per la mente che un conto sono i pettegolezzi e un altro i reati. Obietterai. Ma tu hai dato dell'omosessuale al direttore dell'Avvenire. Ti rispondo, caro Fini: l'omosessualità non è un reato; e neppure un peccato, per me non cattolico. Piuttosto tu, amico mio, un paio di anni orsono ti lasciasti sfuggire una frase infelice e memorabile: "Un maestro elementare non può essere gay". Con ciò dando per assodato che un gay sia anche pedofilo.
Converrai, di questo dovresti vergognarti.
Poiché l'omosessualità non è in contrasto con la legge, non mi sarei mai sognato di rimproverarla a Boffo. E in effetti gli ho solo "ricordato" le molestie a sfondo sessuale a causa delle quali è stato condannato dalla giustizia ordinaria, e non da me. Il Giornale si è limitato a riferire un episodio, ciò rientra nel diritto di cronaca (ho scritto cronaca, non gossip).

Prendo atto che in un biennio hai cambiato posizione sui gay e non li consideri più - era ora - immeritevoli di stare in cattedra. Però un'altra volta avvisaci prima delle tue virate, altrimenti ci cogli impreparati. A proposito di virate. Sei ancora di destra o da quella parte ti sei fatto superare da Berlusconi? Non è una domanda provocatoria. Nasce piuttosto da una costatazione. Sulla questione degli immigrati, parli come un vescovo. Sul testamento biologico parli invece come Marino, quello della cresta sulle note spese dell'Università da cui è stato licenziato.

Intendiamoci, su questo secondo punto, molti sono d'accordo con te perfino nel Pdl, me compreso. Ma sul primo, scusa, è difficile seguirti. Tempo fa con Bossi firmasti una legge, che porta i vostri nomi, per regolamentare gli ingressi degli extracomunitari. La quale legge, nella pratica, si è rivelata insufficiente per una serie di lacune organizzative e burocratiche su cui sorvolo per brevità. Era ovvio che il governo di centrodestra, non appena insediato, correggesse e integrasse quelle norme introducendo il reato di clandestinità e, grazie alla collaborazione della vituperata Libia, i respingimenti, che non riguardano gli aventi diritto all'asilo politico, ma chi viene qui convinto che l'Italia sia un gruviera in cui ogni topo, delinquenti inclusi, ottiene ospitalità e impunità.

A te la nuova disciplina, benché indispensabile, non va a genio. E vai in giro a dire che è una schifezza, e immagino, tu punti a farla cancellare. Affermi che occorre essere più umani. Edificante. Ma come si fa? Ci teniamo tutti gli immigrati incentivando altri arrivi in massa? E dove li mettiamo? Case, ospedali, scuole, servizi e posti di lavoro: provvedi tu a crearli? Con quali soldi? Buono chiunque a essere umano scaricando sulla collettività - in bolletta - ogni onere. Perché viceversa non ti dai da fare per persuadere l'Europa, che ci fa le pulci, a condividere con noi il problema e a pagare le spese della soluzione? Per esempio con la spartizione, fra i vari Paesi membri della Ue, degli immigrati che approdano alle nostre coste?

A te non premono soluzioni alternative, sennò faresti proposte anziché lanciare critiche alla tua stessa maggioranza. Ti sta a cuore la simpatia della sinistra, che non sai più come garantirti. Il motivo si può intuire; se sbaglio correggimi. Miri al Quirinale perché hai verificato che la successione a Berlusconi avverrà con una gara cui è iscritta una folla. Fare il ministro non ti va; hai già dato. Fare l'uomo di partito, figurarsi; anche qui hai già dato. Continuare ad occupare la presidenza della Camera? Che barba. E allora rimane il Colle, lì a due passi da Montecitorio.

Per arrivarci servono molti voti, ma non ne hai abbastanza nel Pdl. È necessario raccattarne a sinistra, alla quale, dunque, fai l'occhiolino nell'illusione di sedurla. Oddio. L'hai sì conquistata; lo si è potuto vedere alla Festa dell'ex Unità dove sei stato salutato quale novello Berlinguer. Ma la sinistra ti usa perché le fai comodo; sei il suo tassì. Al momento di eleggere il presidente della Repubblica (la prossima legislatura) ai progressisti sarà passata la cotta. E da loro non beccherai un voto.

Consiglio non richiesto: rientra nei ranghi. Torna a destra per recitare una parte in cui sei più credibile; non rischierai più di essere ridicolo come lo sei stato spesso negli ultimi tempi.

venerdì 4 settembre 2009

Riconciliazione storica (click)

Con l'accordo tra Ankara ed Erevan si sgonfia la bolla del genocidio armeno

di 4 Settembre 2009

L’accordo per la normalizzazione dei rapporti tra Armenia e Turchia siglato pochi giorni fa tra i due governi avrà immense conseguenze e tra queste non ultima vi sarà un’onda di vergogna che ricadrà sul Parlamento francese e su quello europeo che hanno preteso di legiferare – non avendone il minimo titolo e il minimo diritto – sulla verità storica, arrogandosi addirittura il blasfemo diritto di inventare il reato di “negazione del genocidio armeno” per cui uno dei più grandi storici contemporanei (e di tutti i tempi) dell’Islam, Bernard Lewis, è stato condannato.

L’accordo tra Repubblica di Turchia e Repubblica di Armenia contemplerà infatti la formazione di una commissione comune di storici che avranno il compito di esaminare tutti i documenti esistenti e soprattutto di definire una verità condivisa dalle due nazioni sui massacri del 1914-15. Verrà così assegnato agli unici titolari –i due popoli e i loro due stati, le loro due culture e storiografie – il compito di fare luce su quell’episodio atroce della loro storia e chiunque nel frattempo si è arrogato il diritto (da duemila chilometri di distanza e sessanta anni dopo) di stabilire per legge “verità assolute” e pene detentive per chi le neghi, verrà a trovarsi in una posizione meschina e indifendibile (perché meschini e indifendibili erano in realtà i motivi di questa operazione schifosamente – è il caso di usare questo termine- elettoralistica).

Come si sa, l’oggetto del contendere tra turchi e armeni, decantati negli ultimi decenni gli animi e formatosi finalmente lo Stato Armeno dopo la dissoluzione dell’Urss, non è tanto sull’esistenza o meno dei massacri e sulla morte o meno di centinaia di migliaia di armeni di cittadinanza turca nel 1914-15 (morte ammessa dalla parte turca, anche se limitata a “sole” 300.000 persone), quanto la loro finalità. Secondo la comunità armena si è trattato di un genocidio, del primo genocidio del secolo (che avrebbe addirittura ispirato Hitler), della volontà cioè del governo dei Giovani Turchi di uccidere gli armeni in quanto popolo, di estirparlo con la morte dal territorio ottomano. Secondo la storiografia turca, invece, si è trattata di una legittima operazione bellica – lo spostamento lontano dal fronte di scontro con l’esercito russo (cristiano come gli armeni) di una immensa “quinta colonna” che simpatizzava con il nemico russo (dando luogo a vere e proprio rivolte filo russe, come quella di Van del 1914, e organizzando disfattismo e diserzioni dentro l’esercito ottomano), durante il quale sono morte 300.000 persone non per volontà del governo, ma per attacchi di bande di curdi e altre casualità.

Secondo una storiografia equilibrata, che condividiamo in pieno e di cui è totalmente convinto anche Guido Rampoldi di Repubblica, si è effettivamente trattato di un massacro ma non di un genocidio, della volontà determinata di “uccidere gli armenti in quanto armeni” (come fu fatto con gli ebrei nella Shoà), bensì di una clamorosa – e orrenda – operazione di pulizia etnica, che trova le sue motivazioni reali nella dinamica bellica (gli armeni erano effettivamente schierati a fianco dei russi) e che però è trascesa in una pratica di sterminio spesso voluta espressamente dal governo di Istanbul, spesso favorita (l’odio etnico reciproco tra i razziatori e assassini curdi e gli armeni era di lunga e millenaria data). La differenza politica e morale tra i due termini “genocidio” e “pulizia etnica” è immensa ed è su questa, esattamente su questa, che si gioca la difficile partita di definizione della verità condivisa tra turchi e armeni oggi.

Per essere chiari: i giovani Turchi presero esempio per la loro decisione di deportare gli armeni (sfiancandoli e uccidendoli) dal regio esercito italiano che questo aveva fatto durante la guerra di Libia del 1911-13, deportando la popolazione civile della Cirenaica e decimandola durante marce forzate di mesi. Esercito di un Italia democratica e pre-fascista, durante una guerra coloniale che era stata salutata dal socialista Giovanni Pascoli con le parole d’incitamento: “La grande proletaria si è mossa…”. Ma se mai qualcuno osasse definire i massacri compiuti in Libia dall’esercito giolittiano e poi da quello fascista come “genocidio”, l’Italia intera si ribellerebbe perché sarebbe un’onta, un’infamia che macchierebbe la coscienza nazionale e la bandiera nazionale. Altrettanto si potrebbe dire per altri popoli e nazioni –in primis l’Urss staliniana – per gli immensi – e sanguinosissimi – spostamenti di milioni di persone appartenenti alla stessa etnia (con centinaia di migliaia di morti) operati durante le seconda guerra mondiale all’interno e all’esterno del proprio territorio nazionale.

Per di più, a smentire la volontà genocida dei turchi nei confronti degli armeni, la volontà cioè di ucciderli e sterminarli in quanto popolo, vi sono proprio le cifre ufficiali riportate dalle due principali fonti contemporanee che testimoniarono del massacro degli armeni. Arnold Toynbee che viene sempre citato come storico (in effetti è stato uno dei maggiori del ‘900), ma che in realtà sul tema scrisse in qualità di agente del Foreign Office e quindi con una buona dose di parzialità di propagandista bellico, afferma che ben 150.000 armeni (su una popolazione che stima tra 1,6 e 2 milioni), residenti a Istanbul e Izmir, non furono perseguitati. Cifra che Johannes Lepsius (un pastore protestante tedesco) eleva a 205.000 unità.

Per tornare al paragone col genocidio ebraico, che gli armeni rivendicano per le loro vittime, il quadro, trasferito alla Germania hitleriana avrebbe comportato la totale immunità delle decine di migliaia di ebrei residenti a Berlino e Vienna, mentre sarebbero stati sterminati solo quelli della estrema periferia del reich. In realtà, si ha notizia della deportazione di 2.500 armeni di Istanbul, scelti tra i leader e l’intellighentsjia della comunità, a suffragio della tesi di una feroce volontà di pulizia etinca motivata dal timore che la comunità armena agisse – e effettivamente ve ne erano state le prove – come quinta colonna dell’esercito russo.

Insomma, con tutto il più partecipato risepetto per le vittime armene e per i sopravissuti, le ragioni di una Turchia che finalmente è uscita negli ultimi anni dalla negazione totale – e violenta e inaccettabile – di quegli eccidi, ma che rifiuta l’infame appellativo di nazione genocida, paiono solide e ben motivate e scarsamente provata, per converso pare quella volontà di “uccidere gli armeni in quanto armeni”, quindi tutti gli armeni, che giustificherebbe l’accusa genocida. Ma, detto questo, solo per inciso e per chiarire – non per la prima volta – quale sia il punto di vista di chi scrive, va ribadito un punto che riteniamo determinante: la verità storica condivisa non può e non deve essere imposta da parlamenti, non può essere trasformata in legge, ma deve essere affidata innanzitutto al confronto tra i due popoli – turchi e armeni – le loro culture, i loro stati. In realtà il parlamento francese – e quello europeo – e anche il parlamento Usa (che fu però bloccato da G. W. Bush su questa strada, che però Obama stava pericolosamente per intraprendere), nel momento in cui si è proclamato detentore di verità storica e ha addirittura deciso di punire il negazionismo sul genocidio armeno, non sì è mosso per alti ideali. Si è mosso sulla base di bieche e poco onorevoli motivazioni elettorali.

Va infatti ricordato che negli anni ’70 si ebbe una forte ondata di terrorismo armeno contro obbiettivi turchi che provocò decine di vittime in Turchia, così come in Europa. Quegli attentati irrigidirono ancora di più l’intera comunità turca – ovviamente – ma riuscirono nell’obbiettivo di riportare la questione all’onore della cronaca. La fortissima comunità armena dell’emigrazione, che influenza in Francia e negli Usa quote non trascurabili dell’elettorato, pur dissociandosi dai terroristi armeni (ma non sempre e non in toto), riprese così una sua legittima attività di lobbyng sul tema, anche perché nessuno pensava che l’Urss sarebbe crollata e che quindi quella Repubblica armena che essi si aspettavano dal trattato di Sèvres del 1920, si sarebbe ripresentata alla storia con tutta la sua piena e libera sovranità (sia pur parziale, dal punto di vista territoriale).

Il successo di questa attività di lobbyng in Francia e nel Parlamento europeo e la conseguente approvazione della legislazione che proclama verità storica indiscutibile il “genocidio degli armeni” e di conseguenza punisce penalmente i trasgressori, fu però il portato di motivazioni trasversali ai gollisti e ai socialisti di ben misero profilo. Innanzitutto la volontà di ingraziarsi una componente che poteva muovere l’1-2% dell’elettorato (che in un sistema a doppio turno può essere determinante, soprattutto perché concentrata su Parigi e pochi altri centri urbani, quindi con impatto ben più elevato sui singoli collegi) e poi per dare – questo i gollisti – un forte segnale anti-turco, quindi antislamico all’insofferenza nei confronti dell’immigrazione di parte dell’elettorato. Segnale rafforzato dal “no” all’ingresso della Turchia nell’Ue, espresso da queste stesse forze.

Una pagina poco brillante –per meglio dire, vergognosa – del Parlamento francese che ha prodotto una legislazione non solo illiberale, ma che soprattutto ha alimentato una situazione di permanenza di odio e risentimento nella comunità armena nei confronti della Turchia (a cui fa da contrappeso una speculare situazione di odio e risentimento in ampi ambienti della Turchia, va detto), che fa poco onore alla Francia e all’Europa e che ora la coraggiosa iniziativa del presidente turco Gül (che inaugurò una diplomazia del football, andando a Erevan, tra le polemiche, ad assistere ad una partita per i mondiali tra le due nazionali) e che poi ha condotto con l’omologo armeno una lunga e paziente trattativa che ora pare dare i suo frutti. Nel segno della pacificazione e del rispetto reciproco, nonostante la pessima azione di disturbo franco-europea.


domenica 16 agosto 2009

DA CONSERVARE, LEGGERE E RILEGGERE (click)


Sia maledetta la nostalgia ma la nuova Destra dove è andata a finire?

di Pietrangelo Buttafuoco

Caro Giornale,
forse la questione posta da Angelo Mellone è questa: gli intellettuali di destra - identificati in quanto tali in un gruppetto di persone incolpevoli (Marcello Veneziani, Marco Tarchi, Alessandro Giuli e Stenio Solinas) - sono indietro rispetto alla destra che, al contrario, è al governo, decide e determina il cambiamento. E gode di smagliante consenso.

A parte il fatto che lo smagliante consenso se lo gode, a buon ragione, il Cavaliere - vorrei proprio vedere, infatti, senza Silvio Berlusconi, che cosa resterà del Popolo della Libertà - se la questione posta da Mellone è quella di capire perché mai tutte le brave persone sopraindicate non se la vogliono vivere l’attuale stagione, è argomento già raccontato. Torna ogni estate, le raccolte de il Giornale possono testimoniarlo. Ma visto che sono stato preso di striscio da Mellone, e visto che a differenza degli altri io posso vantare la colpevolezza di una militanza di partito, una cosa vorrei dirla, ma così, raccontando due episodi.

Fatto è che qualche mese fa ho incontrato per strada Fabio Granata, tra i consigliori di Gianfranco Fini, che a un certo punto, tra i nostri abbracci, mi ha chiesto: «Ma si può sapere perché ce l’hai così tanto con Fini?». Fermi tutti. Ci penso, non mi pare di avercela con il presidente della Camera, anzi, fa sempre di più un figurone. Immediatamente però, mi si accende un lampo: «Altro che. Ha preso un milione e mezzo di italiani, gli elettori del Msi, tutta gente per bene, quelli ai quali lui ha preso tutto per diventare quello che è, e li ha fatti tutti assassini. Se domani i miei figli dovranno vergognarsi di me - io che ho l’orgoglio di essere figlio di mio padre, figlio come sono di una famiglia, “Buttafuoco”, che coincide con la storia del Msi - dovrò ringraziare il signor Fini. Ha trascinato perfino Giorgio Almirante nella condanna». Ho detto questo, dopo di che me ne sono tornato nel mio brodo, io che non sono mai stato almirantiano, né finiano, né seguace del Fascismo del 2000, io che aborro le idee-cadavere - come d’altronde Granata che era come me, un ragazzo dei Campi Hobbit - io che stavo con Beppe Niccolai, l’eretico del socialismo tricolore, ho chiuso i conti con la politica anni e anni fa, quando la destra, prossima allo sdoganamento, chiudeva la propria stagione d’isolamento per incontrare finalmente Silvio Berlusconi.
Buon per loro, buon per tutti. Berlusconi è un campione della modernità che ha incontrato nel suo cammino il popolo della destra. Una casualità più che una strategia. Un ingrediente del piatto forte del populismo, ma resta il fatto che quel milione e mezzo d’italiani, malgrado le speranze parricide, è ancora un magma vivo fatto di storie, contatti, libri, amicizie e miti. Un magma che non c’entra niente con l’eredità maligna della sopraffazione, della tirannia o - peggio - dell’antigiudaismo criminale. L’apparato del nostalgismo - piuttosto - servì più alla destra che va avanti che alla grande stagione dell’eresia. Quando finalmente Marcello Veneziani può firmare in prima pagina un magnifico pezzo sul Corriere della Sera, possiamo esserne orgogliosi e felici perché in via Solferino, a fare finalmente una crepa sul muro del conformismo, Veneziani non ci arriva prostituendosi con qualche vaga formula tipo «l’antifascismo è un valore», o un atto di presenza presso i sacrari della democrazia, ma trascinandosi la ola di quelle storie, di quei contatti, di quei libri e di quei miti. Non è vero che rinunciando alla propria identità si guadagna consenso, è vero il contrario: si perde e si risulta patetici più che comici. Quanto meno esteticamente (abbiate cura almeno di toglierli i Ray-Ban quando assistete compunti alle commemorazioni delle Fosse Ardeatine: il tacco a punta e il trench da picchiatori in disarmo vi fanno capolino dalla faccia).

E sia maledetta la nostalgia. Quando si citano a sproposito i nomi, si dimentica che Marco Tarchi, facciamo l’esempio più importante, fu espulso dal partito per garantire la sopravvivenza a una cerchia la cui ragione sociale era speculare alla nostalgia post-fascista e fascistoide di tanti poveri citrulli in buona fede. E la cerchia, quella in mala fede, stava appollaiata tutta sugli occhiali di Gianfranco Fini.

C’era una volta quel partito, adesso non c’è più anche perché molti di loro, tra i migliori, andando a Varese e a Verona, li trovate con la Lega. In Sicilia stanno con Raffaele Lombardo, nel partito dell’Autonomia. E fanno bene. Fanno politica. E fanno benissimo i ragazzi di Casa Pound.

C’era una volta quel partito ed è rimasto tutto - che Dio lo benedica - nella sim di Maurizio Gasparri, l’unico vero erede di quel patrimonio perché vedi, caro Giornale, solo il mio compare (ho battezzato Gaia, la figlia di Maurizio e Amina) ha la dignità di rispettare quel mondo chiamandolo per nome e cognome. In ogni angolo d’Italia ognuno di loro, chiamando Gasparri, può trovare ascolto. E lui trova sempre qualcuno dappertutto. Qualche giorno fa sono andato a fargli visita e l’ho trovato concentrato a disegnare tanti cerchi concentrici su un foglio: «Vedi, compare? Siamo al governo, è vero, però una cosa deve essere chiara nei rapporti con il mondo a noi esterno. Nel primo cerchio, quello più importante, ci stanno i missini cromosomici, e nessuno me li deve toccare. Quindi i missini semplici, poi quelli del Msi-Dn che già sono una degenerazione con quel Dn e dopo si arriva ad An che è quella che è. Dopo ancora, arriva il Pdl che per fortuna ha il Cavaliere ad evitare che si facciano danni. Ecco, dal primo cerchio all’ultimo non c’è nulla che si possa cancellare». Quelli del primo cerchio sarebbero gli italiani di serie B secondo lo schema tanto caro alla cosiddetta destra che va avanti. Si salvano grazie ad una sim.

Giusto, caro Giornale, dovevo prendere parte al dibattito sollevato da Mellone, e ho parlato d’altro. Ma gli voglio dare ragione: personalmente sono indietro rispetto alla destra che va avanti. È vero: mi fanno pena le idee-cadavere. Per questo stavo con Niccolai, alla larga dal Fascismo del 2000 di Gianfranco Fini. E ancora di più mi fanno schifo le idee-ridicole. Per questo non so fare dibattito. E sempre viva la sim di Gasparri.

venerdì 10 luglio 2009

L’attacco all’Italia? Questi inglesi sono ancora razzisti (click)

di Giordano Bruno Guerri

L’autore della vignetta su Berlusconi pubblicata dal Times on line, e il suo direttore, intendevano senza dubbio ironizzare sulle propensioni erotiche del nostro capo del governo, su quanto lo rallegri circondarsi di belle donne ecc. Fa parte del gioco, di una satira più che lecita: neanche da noi sono mai mancate vignette sui cappellini bizzarri della regina Elisabetta II, i suoi cani, i rapporti matronali con il figlio Charles e – prima ancora – con la nuora Diana. Il grave della vignetta dunque non sta in quel reggiseno messo a comporre l’8 del G8, che trovo persino spiritoso (e che forse non dispiace neppure all’interessato).

Il grave sta piuttosto in una forma di razzismo che è intollerabile se inconscio: inaccettabile se voluto, conscio. Guardatelo, il Berlusconi del Times: grasso e panzone fuor di misura e di realtà, a rappresentare lo stereotipo incarnato da Marlon Brando nel Padrino. E la faccia? Fronte bassa, occhi ravvicinati e un sorriso che non è quello del joker, ma quello del nero – anzi, del “negro” – con tanto di labbrone. Qui non siamo più all’ironia – discutibile ma non offensiva – su Obama “abbronzato”. Qui si vuole indicare una caratteristica genetica, ovvero razziale, che probabilmente non riguarda soltanto Berlusconi, ma tutto il popolo italiano: una razza bianca, sì, ma non davvero del tutto.

Quello sugli italiani non del tutto bianchi (e sempre mafiosi) è un pregiudizio antico degli anglosassoni, partito proprio dagli inglesi e subito approdato negli Stati Uniti, con l’arrivo di massicce ondate di nostri emigranti fra fine Ottocento e inizio Novecento. Accolti inizialmente come “bianchi”, gli italiani dovettero attendere a lungo prima di essere trattati davvero come tali. Nel 1922, in Alabama, un uomo di colore - accusato di miscegenation (mescolanza di razze) per avere avuto rapporti sessuali con una bianca – venne assolto in quanto la donna “non era bianca, era italiana”. Uno dei protagonisti di Bubbitt, romanzo di Sinclair Lewis pubblicato sempre nel 1922, sostiene che i dago «devono imparare che questo è il paese dell’uomo bianco e che non sono desiderati qui». “Dago” e “Guinea” erano le definizioni di “italiano” che più accostavano i nostri emigrati ai neri. Bollati in tale modo, dopo i casi di linciaggio avvenuti fra fine Ottocento e inizio Novecento, gli italiani subirono spesso una discriminazione ufficiosa ma non per questo meno infamante: come il rifiuto di nativi americani, e di emigrati anglosassoni, di viaggiare sullo stesso tram e di vivere in case accanto alle loro; oppure l’esclusione di bimbi italiani da scuole e cinema, mentre i loro genitori venivano esclusi da certi sindacati e associazioni. Venivano segregati persino in alcune chiese.

Libri, riviste, giornali popolari e cinema favorirono la segregazione presentando spesso gli italiani come “razzialmente sospetti”, e gli stessi rappresentanti del governo catalogavano i nostri emigranti come “bianchi scuri” di “razza” italiana. Negli anni Trenta, in America, vennero estesi i diritti civili a tutti i “caucasici”, gruppo razziale che comprendeva anche i mediterranei, suddiviso però in “White Caucasian” (caucasica bianca: anglosassoni, germanici e scandinavi) e “Caucasian”. La suddivisione in “white caucasian” e “caucasian” è ancora in vigore nei metodi statistici usati dalle istituzioni di molti Stati americani, e le presunte razze non caucasiche furono escluse dai diritti civili fino agli anni Sessanta.

Se negli Stati Uniti questi pregiudizi sono stati ormai superati, anche grazie all’assidua frequentazione con gli italo-americani e con i loro discendenti, non è così nella Gran Bretagna dell’Unione Europea, specialmente quando si tratta di avversari politici. E infatti la vignetta pubblicata dal Times on line ricorda terribilmente quelle contro gli italiani pubblicate nei fogliacci reazionari degli Usa nei primi del novecento.

domenica 28 giugno 2009

EST - Afpak, Frattini: catalizzato consenso regionale oltre sicurezza )click)

Afpak, Frattini: catalizzato consenso regionale oltre sicurezza
Trieste, 27 giu (Velino) - “Siamo tutti impegnati a trasformare l’Afghanistan dal problema che molti considerano essere, in un vero trampolino di lancio per ridargli quel ruolo nella cultura e nelle tradizioni che ha sempre avuto nella regione. Questo è il messaggio che noi e i nostri partner vorremmo che passasse”. Sono le parole usate dal ministro degli Esteri Franco Frattini nel corso della conferenza stampa conclusiva della tre giorni dei capi delle diplomazie del G8 a Trieste. La dichiarazione finale è stata tutta incentrata sul tema della stabilizzazione di Afghanistan e Pakistan (Afpak). Nel suo discorso Frattini ha lasciato sullo sfondo il tema della sicurezza, mettendo a fuoco invece le questioni sulle quali si sono concentrati gli otto grandi e i Paesi invitati a Trieste per discutere di Afpak secondo un approccio regionale. “L’Afghanistan - ha spiegato il ministro - merita il nostro sostegno, va incoraggiato per moltiplicare gli sforzi che sta facendo e che si stanno registrando. Il successo del Pakistan porterà al successo in Afghanistan e viceversa. Sono due Paesi con storie diverse che richiedono soluzioni diverse, ma che devono collaborare in una prospettiva regionale, che è interesse non solo loro, ma anche noi - ha puntualizzato - non vicini diretti, siamo interessati a che queste nazioni consolidino la strada verso la stabilizzazione, il rafforzamento delle istituzioni, la crescita economica e sociale. Serve poi dare coerenza agli sforzi che molti stanno intraprendendo, ma che spesso non sono coordinati tra loro. Oggi abbiamo avuto tutti seduti allo stesso tavolo: organizzazioni internazionali, finanziarie, Stati membri, Stati vicini e la dichiarazione finale rispecchia davvero l’azione coordinata di tutti quelli che hanno qualcosa da dire sulla regione”.

“Abbiamo catalizzato il consenso - aggiunge Frattini - su alcune grandi linee guida:

ELEZIONI - Che vi siamo in Afghanistan elezioni presidenziali credibili e che si prosegua con il voto politico nella primavera del 2010. Ci siamo impegnati a fare in modo che le elezioni si svolgano in sicurezza e legittimate dal popolo afgano. Vi è un accordo pieno - ha spiegato il ministro - per sostenere l’Afghanistan nel processo elettorale. Abbiamo un duplice impegno: l’invio di Osservatori Ue per le presidenziali e l’impegno come Osce per inviare una ulteriore missione parallela di monitoraggio e di supporto. Come vedete Ue, Osce e G8 faranno la loro parte. L’Italia, dal canto suo invierà un battaglione (fino a 500 uomini) per il periodo elettorale. Altri Stati faranno la stessa cosa”. “Abbiamo ribadito al collega Spanta - presente a Trieste ha aggiunto Frattini - che vogliamo vedere una campagna basata sui programmi dei rispettivi candidati. E lui ci ha annunciato che il presidente Hamid Karzai ha programmato una serie di visite nelle principali province dell’Afghanistan per presentare le sue proposte. Ci sembra questo un intendimento che va nella direzione giusta”. Quanto all’appello di Karzai affinché i talebani vadano a votare, ha evidenziato: “Vi è la convinzione, sottolineata anche dai paesi del Golfo e della Lega araba, che quando consideriamo la galassia dei talebani noi dobbiamo essere capaci di avviare un lavoro di distinzione tra i gruppi tribali, che sono prigionieri del terrorismo e di Al Qaeda, e quelli che possono essere ricondotti alla legalità costituzionale in una ottica di riconciliazione. Questa è la dimensione dell’invito di Karzai, che condividiamo”. (segue)

FRONTIERE - “Tra gli altri aspetti evidenziati - ha spiegato il capo della diplomazia italiana - c’è la gestione delle frontiere comuni, che richiedono risposte comuni. Dalle frontiere passano i beni e i servizi ma anche i criminali e i terroristi. Servono centri regionali coordinati di controllo in cui personale afgano e pachistano lavorino insieme, con le stesse procedure di valutazione, gli stessi criteri di ispezioni e principi doganali. Perché se circolano le informazioni e i dati di intelligence i criminali possono essere individuati”. “Va ricordato inoltre - ha precisato il ministro - che il 90 per cento degli oppiacei sono prodotti in Afghanistan e il 40 per cento prende la strada dell’Ovest, passando dall’Iran e poi verso l’Europa. L’Ufficio Unodc del professor Costa ci ha spiegato come tutti i Paesi siano interessati alla questione. Si pensi solo che il sei per cento della popolazione iraniana è tossicodipendente: ecco una buona ragione perché l’Iran collabori con noi. Abbiamo apprezzato l’idea che si sviluppi a Teheran un centro dell’agenzia Unodc per coordinare gli sforzi regionali proprio sul traffico della droga”. “L’Italia - ha sostenuto Frattini - ha la corresponsabilità sulla provincia di Herat, che ha 600 km di frontiera con l’Iran ed è evidente che i nostri militari sottolineano la necessità di una cooperazione con Teheran. Cooperazione che esiste sul terreno ma non è né strutturata né organizzata, ma è basata sui buoni rapporti. Noi avremmo chiesto di più: una collaborazione politica, strutturata e organizzata, fermo restando quello che resta adesso a livello operativo”.

Quanto alla mancata partecipazione dell’Iran alla conferenza di Trieste, il capo della Farnesina ha dichiarato: “È stata una occasione perduta per l’Iran che ha evidentemente un chiaro interesse a partecipare alla stabilizzazione di questa regione. La droga, le infrastrutture, sono tutti temi di interesse comune. Molti dei partecipanti regionali hanno detto che esistono già rapporti bilaterali e trilaterali tra l’Iran e l’Afpak, ma credo che Teheran dovrà impegnarsi non più solo a questo livello, ma con tutta la comunità internazionale per concorrere in modo costruttivo sui temi della droga e dello sviluppo agricolo. Spetta agli iraniani trasformare questo interesse in una partecipazione”.

ECONOMIA - “Se non c’è sviluppo economico non c’è rilancio sociale - ha sottolineato il capo della diplomazia italiana -. Va quindi aiutato lo scambio tra Afghanistan e Pakistan ma anche tra il Pakistan e l’Europa. Il nostro continente dovrebbe avere più coraggio per arrivare presto a un accordo di libero scambio con Islamabad. L’agricoltura è il capitolo economico sul quale ci siamo più soffermati e abbiamo pensato con la Fao a un ‘piano Marshall verde’ che si possa basare sul piano nazionale afghano, appena varato, e che goda di incentivi per riattivare le colture importanti e redditizie scomparse a favore dell’oppio. La produzione vinicola e agricola sono la chiave del successo per i due Paesi”.

RIFUGIATI – Sul tema dei rifugiati Frattini ha riferito: “L’Afpak si trova davanti a una grande sfida. Richiamare cioè quelle migliaia, se non milioni, di pachistani che hanno lasciato il Paese creando una serie di condizioni attrattive per farli rientrare. Puntando cioè sull’agricoltura e il ritorno dell’elettricità, che, alcuni sorrideranno, è tornata, per esempio, a Kabul per tutto l’inverno solo l’anno scorso. Ricostruire queste condizioni minime è la chiave per far rientrare gli emigrati. Poi c’è anche la problematica degli oltre due milioni di sfollati interni, della quale ci dovremo occupare”.

LA SOCIETÀ CIVILE - “Centrale - aggiunge il ministro - è l’educazione e noi crediamo che l’educazione capillare e precoce debba essere destinata ai bambini e alle bambine, così come alle donne che sono tra le categorie più deboli. Il sistema educativo dovrebbe essere sostenuto dalle radio e da internet affinché passi un messaggio di inclusione. Vorremmo inoltre che i programmi di inclusione sociale per le donne fossero moltiplicati. Ne abbiamo parlato anche con la Lega araba e porteremo le nostre conclusioni operative al G8 dei leader dell’Aquila. Sia Pakistan che Afghanistan chiedono più contribuiti per i settori di cui abbiamo parlato, ma quella di ieri e di oggi non era una conferenza di donatori. Noi ci ritroveremo il 24 settembre a New York, a margine dei lavori dell’Assemblea generale dell’Onu, per fare il punto su cosa è accaduto da oggi a settembre nei dossier trattati ieri (Iran e non proliferazione) e oggi (Afpak)”.

domenica 21 giugno 2009

BERLUSCONI secondo TARAK BEN AMMAR (CLICK)

«Silvio è solo, faccia come Sarkozy. Serve una first lady al suo fianco»


Scritto da Aldo Cazzullo
domenica 21 giugno 2009

L’intervista «Non c’è alcuna guerra con Rupert. Berlusconi uscirà da questa crisi, non credo ai complotti»
Da Gheddafi a Murdoch, parla il finanziere tunisino Tarak Ben Ammar
PARIGI — Tarak Ben Ammar, rappresentante dei francesi in Mediobanca, socio e amico di Ber­lusconi e Murdoch, produttore di Spielberg e Mel Gibson, nipote di Bourghiba il liberatore della Tunisia — che nel ’57 introdusse il divor­zio per sposare sua zia Wassila —, è nella sua casa di Parigi, tra una Crocefissione di Bacon e il megaschermo che trasmette il talk-show della sua nuova tv del Maghreb, Nezma (Brezza): «Un progetto che è piaciuto subito molto al presiden­te Berlusconi». Ben Ammar è appena rientrato dall’Italia, dove ha incontrato sia Berlusconi sia Murdoch. «E posso confermare che tra i due non c’è nessuna guerra. C’è stato il malinteso sull’Iva, fino a quando prima io e il giorno dopo Tremonti abbiamo spiegato a Rupert che il governo fu costretto dall’Europa a equiparare l’imposta sulle tv, e non poteva certo farlo abbassan­do l’Iva a Rai e Mediaset».

Se non c’è guerra, perché il Times di Murdoch attacca Berlusconi tutti i giorni?

«È quello che ho chiesto a Rupert. Lui mi ha risposto che quando ha preso il Times si è impegnato a non interferire sulla linea editoriale».

E lei ci crede?

«Sì. Murdoch sa benissimo che, se ha il mono­polio del satellite in Italia, lo deve a Berlusconi. Mario Monti e la Commissione europea erano contrari, come anche la stampa italiana, che so­spettava una fusione Sky-Mediaset. Anche i suoi collaboratori dissero a Berlusconi che si stava indebolendo. Lui rispose che era necessario aprire il mercato».

Non è che Murdoch si è seccato quando il Cavaliere stava per vendergli Mediaset e si è tirato indietro?

«Berlusconi non stava per vendere. Aveva praticamente venduto. Furono Marina e Piersil­vio a fargli cambiare idea. Infatti ora c’è una sa­na competizione tra i figli, Piersilvio e James. Di più: Murdoch è il tycoon che Berlusconi vorrebbe essere, se non fosse entrato in politica. Un tycoon 'globale'. E a Murdoch, che è ossessionato dalla politica, non dispiacerebbe essere lo statista che è Berlusconi. La differenza è che Rupert è molto più a destra».

Berlusconi uscirà da questa crisi?

«La sua capacità di resistenza e di reazione è straordinaria, impressionante. In queste setti­mane ho avuto modo di incontrarlo spesso. L’ho visto superare attacchi che avrebbero messo in difficoltà chiunque».

Veronica ha scritto che il marito non sta bene.

«Io ho conosciuto il declino di un grande leader, invecchiato tra persone che non gli dicevano la verità. Nell’84 andai da Bourghiba, con suo figlio Habibi junior, mia zia e mio padre, a dirgli che lui, padre della nazione, avrebbe dovu­to dimettersi ed entrare nella storia, come aveva fatto Senghor. Ci cacciò, e poco dopo si separò da mia zia. Ma la storia di Berlusconi è del tutto diversa. Silvio non è malato di certo. È un lavoratore instancabile, dorme quattro ore per notte. Fa una vita terribile, che ha bisogno di pause. La sua 'malattia', caso mai, è il divertimento, la felicità, la compagnia. Che gli manca, perché da quando è finito il matrimonio con Veronica è un uomo solo».

Chissà cosa deve aver sopportato Veronica.

«Veronica non ha dovuto sopportare nulla, perché quando stava 'matrimonialmente' con lui, sino a qualche anno fa, era felicissima. Non ho mai visto una coppia così innamorata. Arrivavo alla Certosa con mia moglie, e ci trovavamo quasi in imbarazzo: si baciavano, si cercavano, si carezzavano ogni momento. Quando ho conosciuto Silvio, nell’84...».

Ad Hammamet, a una festa con giovani don­ne, vero?

«Lo conobbi sulla spiaggia, con Craxi, e la sera dopo ci fu questa festa. Io stavo girando un film e portai modelle e attrici stupende. Silvio le ammirò, eccome. Ma parlava solo di Veronica. E quando nel ’93 scese in campo, lo fece contro l’opinione di tutti noi, tranne due persone: sua madre e sua moglie. Peccato che Veronica non gli sia stata al fianco, eccetto che per la visita di Clinton. Una donna così bella, così elegante, così intelligente è fondamentale per un leader. Guardi come Carla ha fatto bene a Sarkozy».

Che opinione ha di Sarkozy?

«Ottima. Sta facendo bene, ma all’inizio appa­riva nervoso, immaturo. Carla l’ha aiutato, gli ha portato gli intellettuali, l’ha avvicinato a un mondo che non era il suo. E regge il confronto con qualsiasi first-lady, compresa Michelle Obama ».

Berlusconi dovrebbe fare come Sarkozy?

«Silvio non ha certo bisogno dei miei consigli. Ma, certo, la solitudine non gli si addice e non gli giova. Spero che torni a innamorarsi pre­sto, di una donna che lo ami come lui ha amato Veronica e come Veronica l’ha amato. Avere una donna al proprio fianco sarebbe decisivo per un uomo così sensibile alla bellezza, all’eleganza, al talento».

Palazzo Grazioli e Villa Certosa non sono frequentate così bene, negli ultimi tempi.

«Io ci sono stato, e ho sempre trovato persone di grande livello artistico e intellettuale. Non ho mai visto non dico una 'escort', ma una persona imbarazzante o volgare. Sono stato a cena di recente, c’erano anche Carlo Rossella, Emilio Fede e due coppie di amici francesi e americani, ed è stata una serata bellissima, con cantanti e artisti di qualità. Perché Silvio è un esteta. Ha il senso del bello, in ogni dettaglio. È incapace di volgarità».

Be’, se sono autentiche le battute rivolte a Chirac e riferite dall’Express...

«Ma proprio oggi Chirac si è detto scioccato per le dichiarazioni che gli sono state attribuite e le ha smentite in modo pubblico e formale».

Ma voi amici non potevate metterlo in guardia dal fare entrare in casa certi personaggi?

«Silvio ama conoscere sempre anche persone nuove. Questa è la sua natura: la scoperta, l’amicizia, l’avventura. Senza questa curiosità, non sa­rebbe diventato quel che è. E poi nessuno, tra quanti lo criticano, ha lontanamente l’autorità per dargli una lezione morale».

Non si tratta dei comportamenti di un privato cittadino, ma del presidente del Consiglio.

«Ma il presidente del Consiglio non ha nulla di cui dover chiedere scusa. Solo in Italia un lea­der politico viene trattato in questa maniera. Qui in Francia non sarebbe assolutamente possibile. Nessuno ha scritto una riga sui mesi in cui Sarkozy era single. Nessuno ha scritto una riga negli anni in cui Mitterrand frequentava le sue amiche al piano di sotto e Danielle viveva al piano di sopra con il suo amico. Solo in Italia avete il gusto di criticare in modo così aspro, di scannarvi tra voi. Ricordo bene la storia di Craxi, che patì una grave ingiustizia. Ma avevo dimenticato il caso Leone. L’altra sera ho visto la trasmis­sione di Minoli che ricostruiva la demolizione di un presidente della Repubblica, e ho subito telefonato a suo figlio, Giancarlo Leone. Non si può consentire a certa stampa di demolire così un uomo che poi invece risulta innocente. Voi italiani dovreste ricordarvi della lezione di Agnelli, che nel ’94 per amore dell’Italia rispose di brutto ai giornali stranieri che dicevano falsità su Berlusconi».

Diranno che lei difende il Cavaliere con tan­ta energia proprio perché è davvero in difficol­tà.

«Non è in difficoltà. È oggetto di una precisa azione da parte di un gruppo editoriale che agisce in accordo con la sinistra. Ma è, oggi, il principale protagonista della politica internazionale. È lui che ha fatto superare le incomprensioni tra l’amministrazione americana e quella russa, è lui che ha convinto molti governi tra cui quello americano a intervenire per salvare le banche, è lui che, con Sarkozy, ha fermato i carri armati russi a cinque chilometri da Tbilisi. Ber­lusconi non ha bisogno delle mie difese. Non sono il suo portavoce. Questa storia tutta italiana passerà presto».

È stato anche a Villa Certosa?

«Ci sono stato nell’agosto scorso, per preparare l’incontro che avevo con Gheddafi il giorno dopo, e lui organizzò in mio onore una delle serate più memorabili della mia vita; e di serate memorabili ne ho vissute tante, a Cannes e a Hollywood. Berlusconi aveva predisposto nel teatro all’aperto uno spettacolo straordinario. Un balletto russo a livello del Bolshoi. Musicisti brasiliani. Cantanti d’opera. Un concertista straordinario. Lui era il regista, lo show-maker, come ai tempi di Canale 5. Io ero l’ospite d’onore e la giuria: alla fine premiai la migliore esibizione. Lui però aveva preparato regali per tutti: orologi per gli uomini e gioielli per le artiste».

Non è in discussione la generosità personale di Berlusconi, né la vostra amicizia. Pensa che la sua credibilità all'estero sia intatta?

«La percezione di Berlusconi tra i leader stranieri è esattamente l’opposto di quella che in Italia volete far credere che sia. Uomini come Clinton, Blair, Schroeder lo guardavano con grandissimo rispetto: il fatto che oltre ad essere un pro­tagonista della politica fosse anche un imprenditore di grande successo, creava, e crea, rispetto e ammirazione in persone che si erano occupate sempre e solo di politica. Berlusconi a giorni presiederà, unico leader nella storia, il G8 per la terza volta. Non penserà che queste cose non contino anche per Obama, per Sarkozy, per la Merkel?».

Berlusconi stesso lamenta che i giornali stranieri lo denigrino.

«Si riferisce a quei giornali che ripetono acriticamente le notizie dei giornali italiani».

Cosa sarà del patrimonio di Berlusconi?

«Non vedo problemi di successione. E poi non è una questione di soldi. Di soldi ce ne sono tanti da bastare per diverse generazioni. È una questione di sentimenti».

La visita di Gheddafi, in cui lei ha avuto un ruolo decisivo, ha suscitato parecchie ironie.

«Conosco Gheddafi dal ’77. Lui non andava d’accordo con Bourghiba, ma adorava mia zia. È un originale. Molto intelligente, mai arrogante. È dolce, cordiale. Voi non capite Gheddafi. La tenda beduina per lui è come il kilt per gli scozzesi. Non è folklore, non è la tenda saudita con gli ori e l’aria condizionata. È il contatto con le sue radici: le pecore, i cammelli, il tè, il Sud della Libia dove cresceva il figlio unico di una famiglia povera, che sognava di entrare nell’esercito per cambiare il suo paese».

Eni, Unicredit: qual è la strategia di Gheddafi in Italia?

«Un tempo i suoi erano semplici investimenti, come in Fiat. Ora qualcosa è cambiato. C’è appunto una strategia, un rapporto privilegiato. E tutto grazie a Berlusconi. Gheddafi gli ha persino offerto di diventare il suo successore in Libia...».

Potrebbe essere un’idea...

«E non troverebbe certo una stampa ostile. Berlusconi firmando l’accordo con la Libia ha compiuto un gesto storico. Non solo ha chiesto perdono per i crimini dei colonizzatori fascisti davanti a tutto il Parlamento libico. Ha anche baciato la mano del figlio del martire Omar el Mukhtar. Un gesto che ha toccato anche me. Non avete idea dell’impatto che quel gesto ha avuto sugli arabi, che con Berlusconi in passato erano stati tiepidi. Ora lo adorano. E questo gli dà la credibilità e l’autorevolezza per avvicinare i palestinesi a Netanyahu, che vedrà la prossima settimana».

Parliamo di Generali. Bernheim ha fatto capire che gradirebbe essere riconfermato alla presidenza.

«Lei conosce qualcuno che a quell’età gradirebbe dare le dimissioni, nelle aziende o nella politica? E lo dico per fare un complimento a Bernheim, che è talmente legato a Generali che vorrebbe 'morire' in Generali».

Detta così, pare che voi francesi pensiate a un altro candidato.

«No. Se aprissimo oggi il totonomine, da qui all’aprile 2010 spunterebbero 102 candidati. Non so chi riuscirebbe a mettere tutti d’accordo. E se questo farebbe bene all’azienda».

Prima o poi Generali diventerà francese, magari grazie ad Axa?

«Questo no. Generali sarà sempre italiana».

Anche Telecom? O si fonderà con Telefonica?

«Confermo che non c’è nessun progetto di fusione. L’ha detto Bernabé, lo hanno ripetuto gli spagnoli».

Gli investitori però c’hanno rimesso parecchio.

«È il mondo che è crollato, non solo il titolo Telecom. Bernabé è lì da poco più di un anno. Aspettiamo a giudicarlo».

E Mediobanca?

«La sua indipendenza non è in discussione, così come l’armonia interna».

Finanza, grandi aziende. Lei conosce bene quelli che in Italia sono polemicamente definiti «poteri forti». Davvero qualcuno di loro vuole la fine di Berlusconi?

«Non mi piace l’espressione 'poteri forti'. In teoria, Berlusconi ha fatto tutte scelte ostili all’establishment. Ha fatto entrare in Italia Murdoch mentre la Francia ha bloccato il 'diavolo', lo 'squalo', quando Murdoch stava per comprare Canal Plus. Ha fatto entrare in Italia Gheddafi, chiedendo perdono a un 'beduino'. Berlusconi stesso è un 'diverso', un uomo che si è fatto da solo, uno che con l’establishment non aveva nulla a che fare. Proprio come me. In Francia Chirac non l’ha voluto: il governo di Chirac fece pressioni sul suo amico Lagardère, pur di non lasciar prendere il controllo della Cinq a Berlusconi. Io invece ho portato in Italia un gruppo francese. L’establishment italiano ha lasciato che Murdoch avesse il monopolio della pay-tv; che il gruppo francese divenisse il socio chiave in Mediobanca; che gli spagnoli divenissero il gruppo chiave in Telecom; che le Generali avessero un presidente francese. La verità è che l’Italia è il paese più aperto e con meno pregiudizi; altrimenti io, un tunisino, non sarei qui. Massoneria? Lobby ebraica? Siamo seri. Ai complotti dell’establishment io non ci credo».

Da:corriere.it

sabato 20 giugno 2009

Gli antidemocratici muovono un'altra volta i carri armati in toga

di Maria Giovanna Maglie

Non ci cascate più, che siate elettori del centrodestra o del centrosinistra, anzi se siete di centrosinistra, non fatevi mortificare nella vostra libera scelta politica da questi patetici tentativi di golpe riciclato. Riflettete che l'opposizione al governo non solo commette l'errore tremendo di non riconoscere il voto della maggioranza dei cittadini, fa di peggio, pur di attaccare, colpire, ammazzare il presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi, se ne infischia della situazione del Paese. Non sono democratici, tutto qui. Di voi, della crisi economica, della necessità di un governo autorevole che governi l'emergenza, che è poi un’emergenza mondiale, delle richieste che anche ieri ha autorevolmente e giustificatamente avanzato il presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, non gli importa.

Questo film l'ho già visto, correva l'anno 1993, il pentapartito aveva il cinquantatré virgola due per cento, lavoravo alla Rai, ero la prima corrispondente donna, a New York dopo otto mesi di fatiche, rischi, super lavoro, tra Bagdad, Amman, Gerusalemme. Ero popolare e apprezzata, lavoravo duro. Da un giorno all'altro diventai ladra, imbrogliona, ambasciatrice di Bettino Craxi e perciò stesso non credibile e criminale; certi servi, come l'allora direttore del tg2, Alberto La Volpe, si liberarono di frustrazioni ataviche, un delizioso killer come Pierluigi Celli, lo dico perché lui per primo lo ha scritto, dichiarato, ammesso, mi fecero fuori con tali argomenti infami e tali accuse pretestuose, eppure rimbalzanti su qualunque quotidiano moltiplicate per cento anche rispetto alla bugia iniziale, che cedetti e me ne andai. Peggio per me, me l'avevano mandato per tempo a dire di fare il Giuda e salvarmi la pelle. Quando sei mesi dopo finì con un'archiviazione, gli stessi giornali che mi avevano concesso l'onore ripetuto della prima pagina, scelsero un trafiletto a fine giornale. Avevano allora deciso di scoprire che i partiti si finanziavano illecitamente, in realtà il finanziamento illecito alla politica era sempre esistito. Il Partito comunista, poi ribattezzato, i soldi li prendeva dall'Unione Sovietica, oltre che dalle tangenti nostrane della Coop, ma questo alle Procure di rosso togate (che errore fu lasciare ai comunisti reclutati i concorsi in magistratura per un paio di decenni) non sembrò rilevante. Gli Stati Uniti ambivano ai mercati dell'Est post comunista, c'era anche un oscuro magistrato che aveva frequentato molto, e molto si era accreditato, o provato a farlo, tale Antonio Di Pietro. Cito questo modesto ricordo personale solo per spiegare che di complotti e complottini siamo in molti a ricordare la storia, non perché mi voglia ergere a protagonista, ho sempre pensato che mi fosse caduta addosso solo una tegola del tetto della prima Repubblica, niente di più, ho sempre coltivato per qualche minuto al giorno il perseguimento della vendetta, ho sempre tenuto nel mio cuore l'apprezzamento, e il dolore per la fine di Bettino Craxi. Massimo D'Alema è uno dei suoi assassini. Forse con lui hanno ammazzato anche se stessi, le loro possibilità di farsi socialdemocratici, riformisti, blairisti prima di Tony Blair, ma non lo hanno mai capito. Tanto è vero che ci riprovarono nel 1994, dopo che il Cav ci aveva salvato, e da allora non hanno mai smesso, oggi stanno sparando a raffica, uno sparo per ogni voto perso. Non importa che Silvio Berlusconi abbia il partito più grande della storia d'Italia. Non contano le regole democratiche, pensateci bene. Oggi ripartono da Bari, anzi dall'intera Puglia. Leggete la storia con tutti i suoi dettagli che vi racconta Gianmarco Chiocci, controllate e paragonate i nomi dei magistrati, a partire proprio da Michele Emiliano, sindaco di Bari e segretario regionale del Pd, dalle sue indagini sulla missione Arcobaleno, una roba scottante per Massimo D'Alema. Finì in niente, lui però diventò sindaco. Io non so se il presidente del Consiglio inviti nelle sue dimore o barche, tutte guadagnate con le sue attività imprenditoriali, troppe ragazze, forse ha questo debole, condiviso con molti maschi italiani. Il mio giudizio morale non riveste valore politico. Voglio però sapere se questa debolezza ha qualcosa a che vedere con il governo del Paese. Se, come me, credete che non debba essere così, fatelo capire al senza macchia, o no, Massimo D'Alema.

martedì 16 giugno 2009

Il ricordo: "Così colpirono anche mio padre" (click)

Le parole del presidente Berlusconi al Convegno dei giovani industriali hanno suscitato indignate quanto ipocrite reazioni. La stampa nazionale, chiamata in causa a proposito del tentativo di eversione, ha negato invocando la libertà di stampa, ma ignorando che un giornalista incapace di distinguere fra verità e pettegolezzo non dovrebbe nemmeno esercitare la professione.

Ma è davvero inesistente il tentativo di eversione? La storia ci aiuta a capire, e la storia italiana dice che ogni volta che sulla scena si affaccia un leader capace di far funzionare la macchina dello Stato, togliendo potere alle lobbies, i tentativi di eversione si fanno avanti.

Vorrei invitare Paolo Franchi, che sul Corriere della Sera fa una specie di discorso di Antonio riconoscendo le ragioni di Berlusconi ma solo per rovesciargliele addosso, a ricordare - lui che quegli anni li ha vissuti - le molte e strette analogie con la storia di Bettino Craxi, contro il quale l’eversione c’è stata, tanto da costringerlo all’esilio ed alla morte precoce.

Stesso attacco concentrico stampa-magistratura (basti pensare a come è stata scritta ed a come è stata presentata dai giornali la sentenza Mills, come se Berlusconi, e non l’avvocato inglese, fosse stato condannato). L’anonimato dei poteri forti - ignoti ieri, ignoti oggi - che con i loro giornali menano le danze. La copertura politica all’eversione del Partito comunista ieri, del Partito democratico oggi. La violenta diffamazione personale, Craxi ladrone di tesori occulti, Berlusconi pedofilo, corruttore avido di beni pubblici.

Le uniche differenze stanno nel fatto che capofila contro Craxi era il Corriere della Sera, con La Stampa e La Repubblica al seguito, e oggi è stata invece La Repubblica a dirigere l’orchestra; l’altra differenza di gran peso, il diverso comportamento dei due presidenti della Repubblica, con Scalfaro parte attiva nella distruzione della Prima Repubblica (Napolitano non è Scalfaro). Saltiamo appena due o tre anni e andiamo al primo governo Berlusconi del ’94: che cos’è, se non un tentativo di eversione, l’avviso di garanzia portato al presidente del Consiglio a Napoli mentre presiedeva una conferenza internazionale contro la criminalità? Un avviso di garanzia pubblicato con titoli di scatola sulla prima pagina del solito Corriere della Sera ventiquattro ore prima di essere notificato al diretto interessato. Un avviso di garanzia per un reato dichiarato inesistente dalla stessa magistratura, naturalmente anni dopo.

E, continuando con gli interrogativi, che nome si dovrebbe dare alla garanzia data dal presidente Scalfaro a Bossi di non sciogliere le Camere consentendo così di compiere a man salva il ribaltone che avrebbe posto termine al governo Berlusconi? La triste verità è che il golpismo delle Brigate Rosse, anche se ha riempito le cronache di vittime innocenti, è un gioco da bambini rispetto al golpismo strisciante eternamente annidato sotto la politica italiana.

Silvio Berlusconi è un gran combattente; ha stravinto le elezioni e consolidato il potere del suo governo. Ma nessuno può illudersi di aver vinto per sempre un male che affonda le radici nella storia recente e passata del'Italia.

*Sottosegretario agli Esteri

lunedì 1 giugno 2009

Di Pietro, Gramsci e gli intellettuali engagées (click)

Credo che nessuno, dopo il declino nel dibattito filosofico-politico del pensiero di Antonio Gramsci che lo aveva posto con forza, immaginava che il problema del rapporto tra “intellettuali” e “politica” sarebbe stato riproposto; né tanto meno che a riproporlo sarebbe stato Antonio Di Pietro, che non mi sembra proprio tra i più colti leader politici del nostro paese.

Ma chi sono – visto che se ne riparla – gli “intellettuali”? Non sono gli storici, i filosofi, i letterati, i poeti in genere, ma soltanto quegli storici, quei filosofi, quei letterati, quei poeti che firmano i manifesti proposti dai partiti politici o che entrano nelle loro liste elettorali: quei personaggi, insomma, che una volta – riprendendo una nota espressione di Jean-Paul Sartre – si definivano engagées, impegnati.

La presenza degli intellettuali nelle vicende politiche del nostro paese ha una sua storia e una sua precisa data di nascita: il loro primo, massiccio, intervento fu il celebre ”Manifesto degli intellettuali del Fascismo”, apparso il 21 aprile del 1925; e al quale, come è noto, replicò un "contromanifesto" – “Una risposta di scrittori, professori e pubblicisti italiani al manifesto degli intellettuali fascisti” – redatto da Benedetto Croce, e pubblicato il primo maggio di quello stesso 1925.

Nel secondo dopoguerra i manifesti firmati dagli “intellettuali” si sprecarono; e gran parte di essi proveniva dall’area politico-culturale di sinistra, dietro la quale si allungava l’ombra del Partito Comunista Italiano. Il declino della cultura totalitaria – matrice riconosciuta di questo fenomeno – comportò un declino del “manifesto”. Ma non quello della presenza di intellettuali nelle liste elettorali dei vari partiti; a proposito della quale dovrebbe indurre a riflettere sul fatto che la loro presenza nella vita politica e parlamentare non ha praticamente lasciato tracce di rilievo: una volta “scesi”, come usa dire, in politica, si sono presto accorti della povertà del loro ruolo, del poco spazio loro concesso; e molti l’hanno abbandonata, “ridiventando” intellettuali.

Ora Antonio Di Pietro riapre il problema. E lo riapre in maniera – mi spiace dirlo, ma è così – culturalmente piuttosto rozza. Ha dichiarato infatti – a quanto si legge su autorevoli giornali nazionali – che gli intellettuali che in occasione delle prossime elezioni non si schiereranno con l’"Italia dei valori", saranno “corresponsabili di ciò che sta accadendo”: con il loro non schierarsi, infatti, o con lo schierarsi altrove, favoriscono il ritorno della cultura dell’olio di ricino, la nascita di un regime ormai “dietro l’angolo”.

Non mi sembra di vivere, pur nelle notevoli disfunzioni della nostra vita politica, in un democrazia debole e vacillante; e non credo proprio, né ritengo di essere il solo a crederlo, che la cultura dell’olio di ricino stia per riapparire in Italia. Ma tra quest’ultima e quella, in cui tanti credono, e dalla quale siamo per fortuna ancora molto lontani, delle manette o del brutale giustizialismo, altra differenza non vedo se non di forma; e non ne vedo alcuna, ad esempio, tra il “Me ne frego” degli squadristi padani del 1922 e il “Vaffà” di Beppe Grillo.

Ma a parte questo, nemmeno mi sorprende leggere che intellettuali di prestigio come Magris, Tranfaglia, Camilleri o l’ineffabile e immancabile Vattimo, abbiano accolto l’invito di Di Pietro. Cicerone ha detto una volta che non c’è sciocchezza che non sia stata sostenuta da qualche filosofo. Parafrasandolo, direi che non c’è stata nell’ultimo secolo nefandezza politica che non abbia avuto il sostegno di molti intellettuali. Niente di nuovo sotto il sole.

(Girolamo Cotroneo)

domenica 22 febbraio 2009

PANSA DI FRANCESCHINI (click)


Pansa: "Tutte le ipocrisie di questi antifascisti"
di Luca Telese
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Roma - Giampaolo Pansa, è divertito. «Mai avrei pensato, in tutta la mia vita, che mi sarei ritrovato a difendere La Russa dagli attacchi dei moderati del Partito democratico! Mai. Su Salò, per giunta... Questa polemica ha qualcosa di antistorico e barbaro che non capisco e non voglio capire. L’antifascismo ringhiante di Veltroni e Franceschini oggi non è credibile. Anche perché, proprio Franceschini tre anni fa... ». Alt! Per ora ci fermiamo qui, e vi lasciamo in sospeso, perché in questa intervista c’è una storia che stupirà molti. Ma siccome il giornalista più famoso d’Italia è un fiume in piena, bisogna prima di tutto spiegare cosa pensa.

Per lui, che ci ha scritto sopra una quadrilogia saggistico-narrativa e un romanzo, la polemica sulla Repubblica sociale esplosa dopo le dichiarazioni del ministro Ignazio La Russa è l’occasione per tirare le fila di un viaggio iniziato con la tesi di laurea, da ragazzo, e proseguito con il lavoro monografico degli ultimi anni. Fino all’ultimo libro, I tre inverni della paura, che lui definisce «un via con il vento nella guerra civile». Pansa ha scritto una saga ambientata più di mezzo secolo fa, ma che oggi, quando gira l’Italia, pare un instant book. Ogni volta che lo presenta vede accorrere folle di lettori: «Cinquecento persone a Parma domenica... Chissà quante ne troverò sabato a Revere, in provincia di Mantova. Per questo pubblico, tra cui molti giovanissimi, è come se parlassi di ieri».

Pansa, perché parla proprio di Franceschini?
«L’ho visto, in televisione indignato contro La Russa, in cattedra sull’antifascismo. E sono rimasto di stucco».

Perché? Non è legittimo?
«Vede, nella Grande Bugia ho raccontato la storia di una ragazza che da bambina girava per le vie di Poggio Renatico, il suo paese, con gli occhi sempre bassi».

Per la vergogna?
«No. Era figlia di un fascista, ma non se ne vergognava. Però le vie erano tappezzate di scritte su suo papà, Giovanni Gardini. Dicevano: "A morte Gardini!"».

E chi era Gardini?
«Un amico di Italo Balbo: con la Rsi divenne Podestà di San Donà di Piave. Dopo l’8 settembre fuggì per salvare la pelle. Per fortuna ci riuscì».

Perché me lo racconta?
«La bambina si chiamava Gardenia, ed era destinata a diventare madre di un bimbo. Di Dario. Cioè Franceschini. E sa chi me l’ha raccontato?».

Chi?
«Lo stesso Franceschini! Ecco perché, quando vedo semplificazioni antistoriche, e che a farle è il Pd, scuoto il capo».

Cosa non la convince?
«Non credo che il problema del Pd sia la storia del ’45. Mi cascano le braccia se vedo Veltroni abbarbicato a questo antifascismo perdente e suicida. Perché so che il suo vero problema è Di Pietro che fa la faccia feroce. Lui allora rilancia, senza esserne convinto, perché gli stanno rubando il patrimonio».

Parliamo del primo inverno della paura, nel 1943.
«Non capisco cosa ci sia si scandaloso in quel che ha detto La Russa».

Forse il suo ruolo?
«Ma il ministro della Difesa non è un sacerdote della repubblica, tenuto all’imparzialità! Non siede al Quirinale. È un politico, un ministro. Posso citarle i numeri di Salò?».

Degli arruolati.
«Sì. Secondo le fonti della Rsi, furono più di 800mila».

Stime di parte?
«Non molto contestate, a dire il vero, ma il nodo è un altro. Vogliamo dire che erano 500mila? Il fatto è chi erano davvero questi ragazzi».

Intende il loro identikit?
«Dico che è grottesco etichettarli tutti come torturatori e amici dei nazisti! Molti di loro erano cresciuti nel regime fascista, immersi in un clima di propaganda perenne: cinema, scuola, radio... le divise dei figli della lupa... ».

E quindi?
«E quindi, la maggior parte di loro, non poteva certo schierarsi per un parlamento legittimo, che non aveva nemmeno mai conosciuto».

Giudizio storico o politico?
«Dico che quella educazione, fatalmente, portava molti di loro all’idea che difendere la patria dagli angloamericani fosse il primo dovere».

Bisogna distinguere, dice?
«Da storico "dilettante" mi occupo di queste cose dai tempi della laurea... Sono storie complesse. Altrimenti non si capisce come mai, fra quei ragazzi, ce n’erano molti che divennero sinceri antifascisti, Nomi mille volte citati: Tognazzi, Dario Fo, Vianello, persino Gian Maria Volontè».

Ma ci fu pacificazione?
«Anedotto illuminante. Quando andai al Giorno, nel 1964, Italo Pietra, che aveva fatto il partigiano, e si trovava molti ex ragazzi di Salò in redazione, scherzava: "Chi di voi mi ha fatto saltare la casa, sul monte Penice, nel rastrellamento dell’agosto 1944?"».

Difficile a credersi, con gli occhi di oggi.
«Invece accadeva. E gli rispondevano: "Io no, stavo nella brigata nera di Varese...", "Io neppure, ero con gli sciatori di Pavolini..."».

Sta cercando di dire che...
«Fino a che non arriva il detonatore violento degli anni di piombo, questo paese aveva chiuso la faida del ’45».

E teme che ora si riapra?
«Con tanto odio in giro, temo possa accadere. Un altro esempio insospettabile?»

Su chi?
«Livio Zanetti: grande maestro di giornalismo, direttore dell’antifascista L’Espresso».

Quando si seppe che...
«A metà degli anni settanta, per il dispetto di un’agenzia di stampa di destra. Ebbene: nessuno, dico nessuno, si azzardò a chiederne la testa».

Chiedo ancora: come mai?
«Erano tempi meno feroci. Forse il Pci aveva altre bandiere, il mito dell’Urss. Ecco, a me preme spiegare che quei ragazzi di cui parla La Russa, non erano quattro miserabili scherani, come vuol far credere chi polemizza con lui».

E chi erano?
«Uomini che si trovarono giovanissimi nel tempo delle scelte dure. Alcuni di loro potevano essere nostri padri. O fratelli. O persino, come nel caso di Franceschini, i nostri nonni».

venerdì 16 gennaio 2009

DE LA GUERRA ISRAELE-PALESTINA

GRAZIE MARIA!

Giro quanto ricevuto su altro gruppo e faccio notare chi posta queste cose: mi devo compiacere

Maria

--- Ven 16/1/09, Istituto Culturale della Comunita' Islamica Italiana ha scritto:

Da: Istituto Culturale della Comunita' Islamica Italiana
Oggetto: [NeoLiberali] Lettera aperta di risposta all'antisemita Morgantini
A: luisa.morgantini@europarl.europa.eu
Data: Venerdì 16 gennaio 2009, 14:54


Dio mio, in che mondo terribile viviamo, in un mondo in cui la Vice
Presidenza del Parlamento Europeo è affidata a un'isterica e attempata
fiancheggiatrice del terrorismo palestinese, ad una nazicomunista
antisemita che - non paga di essere andata a braccetto con criminali
stragisti come Yasser Arafat e Marwan Barghouti, ogni continua la sua
campagna d'odio anti-israeliano a favore dei terroristi di Hamas, e si
illude di poter fermare quella campagna antiterrorismo con cui Israele
sta difendendo non solo se stessa, ma anche l'Europa, l'Occidente, i
Musulmani anti-integralisti e gli arabi amanti della pace e nemici delle
dittature e dei fondamentalismi!

Ma a gente come la Morgantini almeno un briciolo di vergogna è rimasta?
Si rendono conto di quanto sangue innocente granda dai loro deliranti
messaggi antisemiti? Come fanno a convivere con un peso del genere sulla
coscienza? Come fanno a non sputarsi in faccia quando si guardano allo
specchio?

Non saranno certo i vomitevoli messaggi d'odio di gentaglia del genere a
fermare la lotta d'Israele per la pace e la democrazia, contro il
terrorismo stragista di Hamas. A sistemare Hamas, l'esercito israeliano
basta e avanza. A ridare dignità alle Istituzioni europee vilipese da
rappresentanti tanto indegni, basta e avanza il popolo italiano, che con
l'arma democratica del voto presto farà sparire dal Parlamento Europeo
quel Partito della Rifondazione Antisemita Comunista che grazie ad Allah
è già scomparso dal Parlamento italiano. Almeno, se vorranno continuare
ad istigare l'odio contro Israele, la Morgantini e compari dovranno
farlo a spese loro, o a spese dei loro amichetti terroristi, non più a
spese dell'ignaro contribuente europeo! Grazie ad Allah, la coscienza
morale e civile degli Italiani ha già scelto di stare comunque con
Israele; a fiancheggiare il terrorismo di Hamas sono restati quattro
gatti di teppisti dei centri sociali, assieme ai vetero-comunisti
rifondini e del PDCI e ai no-fascisti di Fiore e di Storace, sempre più
simili fra loro, sempre più amici dei peggiori dittatori, sempre più
solidali coi terroristi di tutte le risme, sempre più uniti nell'odio
anti-ebraico ed anti-americano, unica loro residua ideologia comune.

Per qusto diciamo oggi: forza Israele: vinci per tutti noi! Giustizia
uno dopo l'altro i criminali di Hamas che riesci a identificare e fa
diventare verdi dalla rabbia i loro ignobili fiancheggiatori.


Abu Ibrahim Kalim
Webmaster
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Istituto Culturale della Comunità Islamica Italiana
http://www.amislam.com
mailto:islam.inst@alice.it

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LETTERA APERTA AI POLITICI ITALIANI

da parte di

Luisa Morgantini

Vice Presidente del Parlamento Europeo


Non una parola, non un pensiero, non un segno di dolore per le centinaia
di persone uccise, donne, bambini, anziani e militanti di Hamas, anche
loro persone. Case sventrate, palazzi interi, ministeri, scuole,
farmacie, posti di polizia. Ma dove è finita la nostra umanità. Dove
sono i Veltroni, con i loro “I care”, come si può tacere o difendere la
politica di aggressione israeliana

La popolazione di Gaza e della Cisgiordania, i palestinesi tutti, pagano
il prezzo dell’incapacità della Comunità Internazionale di far
rispettare ad Israele la legalità internazionale e di cessare la sua
politicale coloniale.

Certo Hamas con il lancio dei razzi impaurisce ed è una minaccia contro
la popolazione civile israeliana, azioni illegali, da condannare.
Bisogna fermarli.

Ma basta con l’ impunità di Israele e dei ricatti dei loro gruppi dirigenti.

Dal 1967 Israele occupa militarmente i territori palestinesi, una
occupazione brutale e coloniale. Furto di terra, demolizione di case,
check point dove i palestinesi vengono trattati con disprezzo,
picchiati, umiliati, colonie che crescono a dismisura portando via
terra, acqua, distruggendo coltivazioni. Migliaia di prigionieri
politici, ai quali sono impedite anche le visite dei familiari.

Ma voi dirigenti politici, avete mai visto la disperazione di un
contadino palestinese che si abbraccia al suo albero di olivo mentre un
buldozzer glielo porta via e dei soldati che lo pestano con il fucile
per farglielo lasciare, o una donna che partorisce dietro un masso e il
marito taglia il cordone ombelicale con un sasso perché soldati
israeliani al check point non gli permettono di passare per andare all’
ospedale, o Um Kamel, cacciata dalla sua casa, acquistata con sacrifici
perché fanatici ebrei non sopravissuti all’olocausto ma arrivati da
Brooklin, pensando che quella terra e quindi quella casa sia loro per
diritto divino, sono entrati di forza e l’hanno occupata perché vogliono
costruire in quel quartiere arabo di Gerusalemme un'altra colonia
ebraica. Avete mai visto i bambini dei villaggi circostanti Tuwani a sud
di Hebron che per andare a scuola devono camminare più di un ora e mezza
perché nella strada diretta dal loro villaggio alla scuola si trova un
insediamento e i coloni picchiano ed aggrediscono i bambini, oppure i
pastori di Tuwani che trovano le loro tanche d’acqua o le loro pecore
avvelenate da fanatici coloni, o la città di Hebron ridotta a fantasma
perché nel centro storico difesi da più di mille soldati 400 coloni
hanno cacciato migliaia di palestinesi, costringendo a chiudere più di
870 negozi.

Avete visto il muro che taglia strade e quartieri che toglie terre ai
villaggi che divide palestinesi da

Palestinesi, che annette territorio fertile e acqua ad Israele, un muro
considerato illegale dalla Corte Internazionale di giustizia. Avete
visto al valico di Eretz i malati di cancro rimandati indietro per
questioni di sicureza, negli ultimi 19 mesi sono 283 le persone morte
per mancanze di cure, avrebbero dovuto essere ricoverate negli ospedali
all’estero, ma non sono stati fatti passare malgrado medici israeliani
del gruppo Phisician for Human rights garantissero per loro. Avete
sentito il freddo che penetra nelle ossa nelle notte gelide di Gaza
perché non c’è riscaldamento, non c’è luce, o i bambini nati prematuri
nell’ospedale di Shifa con i loro corpicini che vogliono vivere e
bastano trenta minuti senza elettricità perché muoiano.

Avete visto la paura e il terrore negli occhi dei bambini, i loro corpi
spezzati. Certo anche quelli dei bambini di Sderot, la loro paura non è
diversa, e anche i razzi uccidono ma almeno loro hanno dei rifugi dove
andare e per fortuna non hanno mai visto palazzi sventrati o decine di
cadaveri intorno a loro o aerei che li bombardano a tappeto. Basta un
morto per dire no, ma anche le proporzioni contano dal 2002 ad oggi per
lanci di razzi di estremisti palestinesi sono state uccise 20 persone.
Troppe, ma a Gaza nello stesso tempo sono stati distrutte migliaia e
migliaia di case ed uccise più di tre mila persone tra loro centinaia di
bambini che non tiravano razzi.

Dopo le manifestazioni di Milano dove sono state bruciate bandiere
israeliane, voi dirigenti politici avete tutti manifestato indignazione,
avete urlato la vostra condanna. Ne avete tutto il diritto. Io non
brucio bandiere né israeliane né di altri paesi e penso che Israele
abbia il diritto di esistere come uno Stato normale, uno stato per i
suoi cittadini, con le frontiere del 1967, molto più ampie di quelle
della partizione della Palestina decisa dalla Nazioni Unite del 1947.

Avrei però voluto sentire la vostra indignazione e la vostra umanità e
sentirvi urlare il dolore per tante morti e tanta distruzione, per tanta
arroganza, per tanta disumanità, per tanta violazione del diritto
internazionale e umanitario. Avrei voluto sentirvi dire ai governanti
israeliani: Cessate il fuoco, cessate l’assedio a Gaza, fermate la
costruzione delle colonie in Cisgiordania, finitela con l’ occupazione
militare, rispettate e applicate le risoluzioni delle Nazioni Unite,
questo è il modo per togliere ogni spazio ai fondamentalismi e alle
minaccie contro Israele.

Ieri lo dicevano migliaia di israeliani a Tel Aviv, ci rifiutamo di
essere nemici, basta con l’occupazione.

Dio mio in che mondo terribile viviamo.

domenica 11 gennaio 2009

FILIPPO FACCI SU DI PIETRO

Tutto quello che Di Pietro non dice sulle sue case.
Anche da spiantato, Antonio Di Pietro ha sempre avuto un debole per case e casette. Il problema è chi fosse a pagarle. L’allora magistrato, dalla fine degli anni Ottanta ai primi anni Novanta, giostrava tra quattro o cinque domicili: il primo lo pagava la moglie, ed era il cascinale di Curno; un secondo lo pagava una banca, ed era l’appartamento di Milano dietro piazza della Scala, affittato a equo canone dal Fondo Pensioni Cariplo; un terzo lo pagava l’ex suo inquisito Antonio D’Adamo, che gli mise a disposizione una garçonnière dietro piazza Duomo fino al 1994; un quarto appartamento, a Curno, a fianco al suo, lo stava finalmente pagando lui: ma coi famosi 100 milioni «prestati» dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini. Ci sarebbe un quinto domicilio, a esser precisi: Antonio D’Adamo, che al pari di Gorrini gli prestò altri cento milioni, gli mise a disposizione anche una suite da 5-6 milioni al mese al Residence Mayfair di Roma, dietro via Veneto: questo dal 1989 e per almeno un anno e mezzo. Quest’ultimo fa parte del pacchetto di sterminati favori (soldi, auto per sé e per la moglie, incarichi e consulenze per moglie e amici, impiego per il figlio, vestiario di lusso, telefono cellulare, biglietti aerei, ombrelli, agende, penne, stock di calzettoni al ginocchio) che il duo D’Adamo-Gorrini ebbe a favorirgli via via; nulla di penalmente rilevante, sentenziò incredibilmente la Procura di Brescia una decina di anni fa: comportamenti che tuttavia avrebbero senz’altro portato a delle sanzioni disciplinari se Di Pietro non si fosse dimesso da magistrato. A esser precisi: «Fatti specifici che oggettivamente potevano presentare connotati di indubbia rilevanza disciplinare», recita una sentenza di tribunale, rimasta insuperata, in data 29 gennaio 1998.

Ma anche i retroscena di acquisti immobiliari all’apparenza normali, come quello della casa di Curno dove l’ex magistrato risiede tuttora, rivelano come Di Pietro fosse già Di Pietro.
Un salto all’indietro ed eccoci al tardo 1984. A Curno, in via Lungobrembo, zona Marigolda, Di Pietro aveva adocchiato un immobile diroccato: una volta risistemato, lui e la sua futura seconda moglie, Susanna Mazzoleni, avrebbero potuto viverci assieme. Fu lei a contattare il proprietario, Leone Zanchi, un contadino che di quel rudere non sapeva che farsene; ogni intervento diverso dalla cosiddetta «manutenzione straordinaria», infatti, gli era proibito dal piano regolatore. Accettò dunque di vendere il casolare per trentacinque milioni, e il 17 aprile 1985 Susanna Mazzoleni ereditò la concessione edilizia richiesta dallo Zanchi pochi giorni prima, come detto una «manutenzione straordinaria».

La provvidenza farà il resto. La cascina verrà sventrata, ugualmente, dopo l’accidentale crollo di un muro che nottetempo trascinerà con sé tutta la casa. Questo, almeno, scrisse l’architetto Angelo Gotti in data 7 maggio, giorno seguente all’inizio dei lavori che curava personalmente. «Del vecchio fabbricato», notarono due periti comunali, «è rimasto solo il muro a est, la restante parte non c’è più». Susanna Mazzoleni sarà quindi costretta a chiedere di ricostruire tutta la cascina come Zanchi non aveva potuto fare. La provvidenza, appunto. Va da sé che l’ex proprietario andò fuori dalla grazia di Dio, e cominciò a piantar grane tirando in ballo anche Di Pietro. Sulla scrivania dell’assessore competente, Roberto Arnoldi, si materializzò un esposto anonimo di cui non venne fatta copia, né venne passato alle autorità, né finì nel cestino: Arnoldi lo spedì direttamente ai coniugi Di Pietro. Non solo. Arnoldi si fece stranamente attivo e preparò una missiva diretta ai gruppi consiliari, liquidando l’ex proprietario come un beota e parlando di «strumentalizzazione» ai danni del magistrato. Scrisse il 22 maggio: «Di Pietro non risulta tra gli interessati alla concessione, né legato agli stessi da vincoli di parentela». Una bella forzatura, visto che Di Pietro in quella casa andrà a viverci col figlio e con la futura moglie.
Ma i particolari curiosi sono altri. Il primo si ricava dalla missiva di Arnoldi: non è lui, infatti, a scriverla, bensì è direttamente l’architetto Angelo Gotti, teste di parte e incaricato dalla Mazzoleni di ristrutturare il cascinale. Assurdo. «Caro Arnoldi», rivela difatti una nota erroneamente dimenticata, «ti trasmetto copia della risposta all’anonimo... non avendo gli esatti indirizzi, ho ritenuto opportuno impostare la risposta in modo tale che tu debba solo far preparare la prima pagina». Fantastico. Secondo particolare curioso: il nome di Arnoldi forse a qualcuno suonerà familiare, perché nel 1997 diventerà capo di gabinetto dei Lavori pubblici presieduti da Di Pietro. Trattasi di «quel certo Arnoldi», come lo definì l’ex magistrato Mario Cicala, di cui Arnoldi oltretutto prese il posto, che per qualche tempo fu anche una sorta di portavoce di Antonio Di Pietro nei rapporti con la stampa.

Ma torniamo al casolare. Era passato un po’ di tempo e l’avvocato Mario Benedetti, richiesto di un parere, si dichiarò favorevole alla variante chiesta da Susanna Mazzoleni: purché rispettasse le volumetrie preesistenti. Bocciò, invece, la pretesa costruzione di una serie di garage e lasciò intravedere, comunque fosse andata, la possibilità di una sanatoria edilizia.
I lavori proseguirono a dispetto di qualche rogna. Il sindaco di Curno, Franco Gasperini, si ritrovò due rapporti (16 e 19 dicembre 1988) dove si rilevava «una baracca di legno alta tre metri e mezzo senza autorizzazione del sindaco, d’altra parte mai richiesta». È il capanno degli attrezzi già caro a Tonino Di Pietro, una sorta di leggenda dei tempi di Mani pulite. Il sindaco a quel punto chiese di consultare la «pratica Mazzoleni-Di Pietro», ma «nella ricerca si verificava che era stata fatta un’ulteriore richiesta, del proprietario, di una piscina», scrisse il 30 dicembre, «ma tale fascicolo non veniva ritrovato». Il rapporto di un agente spiegava che risultava «asportato o trafugato». È tutto nero su bianco.
Ma Di Pietro è Di Pietro. Il 3 gennaio 1989 intervenne con una lettera delle sue: «Non ho mai intrattenuto rapporti con alcuno dell’amministrazione comunale... Invito a voler evitare di considerarmi inopinatamente parte in causa... sono venuto a conoscenza che il predetto Zanchi avrebbe riportato frasi calunniose nei miei confronti... sono a richiedervi copia dell’esposto al fine di provvedere a tutelare la mia onorabilità nelle sedi più opportune». Querelava anche allora. E spiegava di non conoscere l’assessore Roberto Arnoldi: anche se nel 1996 lo sceglierà come suo capo di Gabinetto ai Lavori Pubblici.

I documenti scomparsi comunque riapparvero improvvisamente, anche se una nuova perizia, purtroppo, confermava «una costruzione in legno con caratteristiche strutturali tali da violare le norme». Il 25 gennaio venne chiamato a esprimersi un altro avvocato, Riccardo Olivati: dichiarò «sconcerto» per le «sparizioni strane e riapparizioni magiche di documenti» e definì la citata lettera di Arnoldi (quella in realtà fatta scrivere all’architetto Gotti) come «prassi da non ripetere per evitare sospetti di parzialità». E Di Pietro? C’entrava qualcosa? Olivati scrisse che andava eventualmente «segnalato all’autorità giudiziaria», spiegò, solo se «risultasse con prova certa... ha contribuito alla costruzione materiale del manufatto». Il capanno di legno, cioè.
Costruzione «materiale» del capanno di legno. Per fortuna che non era ancora uscita un’agiografia su Di Pietro del 1992, perché vi si legge proprio questo: «Nella villetta dove abita, a Curno, fin dall’inizio ha progettato e poi realizzato con le proprie mani un capanno degli attrezzi che è il suo regno assoluto e intoccabile».
Per la cronaca: la villetta ha due piani, otto stanze e una taverna.
(1. Continua)

Il vizietto, quando Tonino si faceva dar casa dai suoi inquisiti.
Antonio Di Pietro, verso la fine degli anni Ottanta, non aveva una fama stupenda. Certi suoi trascorsi l’avevano accompagnato sin lì. «Tu gli giri sempre intorno, ai politici, ma non li prendi mai» gli diceva per esempio Elio Veltri, che lo conobbe in quel periodo e che scriverà di lì a poco: «Confesso che qualche volta ho dei dubbi, perché nelle inchieste non arriva mai ai politici. I loro furti sono così evidenti e la loro certezza di impunità così sfacciata, che si fatica a pensare che non si possa incastrarli».
Le perplessità, condivise da molti cronisti giudiziari, erano legate perlopiù alla rumorosissima inchiesta sull’Atm (Azienda trasporti milanesi) di cui presidente era il democristiano Maurizio Prada e vicepresidente il socialista Sergio Radaelli. Tra le sigle di un libro mastro delle tangenti spiccavano in particolare «Riva» (che i più ricollegarono a Luciano Riva Cambrin, uomo di Prada) e poi «Radaelli» e «Rad» che era associato spesso a certo «Lupi» (che i più ricollegarono ad Attilio Lupi, uomo di Radaelli). Dunque Prada e Radaelli, pensarono tutti: si era profilato dunque il rischio che Di Pietro incontrasse di giorno gli amici che già frequentava la sera. Prada e Radaelli, infatti, facevano parte di un giro di frequentazioni ad ampio raggio (il sindaco Pillitteri, l’ex questore Improta, l’industriale Maggiorelli, il capo dei vigili Rea tra moltissimi altri) che aveva fatto tappa anche nella casa di Curno dell’allora magistrato, quella descritta nella puntata di ieri. Non mancava, ovviamente, l’industriale Giancarlo Gorrini e tantomeno «Dadone», ossia il costruttore Antonio D'Adamo: che fanno insieme, più di duecento milioni «prestito» beneficiato da Di Pietro. E son valori.
Morale: tre giorni dopo che l’impaziente Repubblica aveva esplicitato i nomi che tutti aspettavano (Prada e Radaelli) Di Pietro decise di stralciare le loro posizioni dalla sua inchiesta. La posizione di Radaelli, in particolare, sarà poi archiviata su richiesta di Di Pietro. Le responsabilità del cassiere socialista saranno appurate solo qualche anno dopo. Per farla breve: Di Pietro archiviò, ma Radaelli era colpevole.
Perché questo racconto? Per delineare, quantomeno, un conflitto d'interesse: proprio in quei giorni, quando il gip non aveva ancora accolto l’archiviazione chiesta da Di Pietro per Radaelli, l’allora magistrato ebbe a disposizione un appartamento concesso a equo canone dal Fondo pensioni Cariplo per 234 mila lire il mese, comprese le spese di ristrutturazione: questo in Via Andegari, dietro Piazza della Scala. Un sogno. L’ex sindaco Paolo Pillitteri ha raccontato che Di Pietro si rivolse dapprima a lui, senza successo, ma che gli consigliò di chiedere a Radaelli che allora era consigliere della Cariplo in predicato di vicepresidenza.
Di fatto andò così: il direttore della Cariplo ebbe la dritta per trovare casa a Di Pietro (non si sa ufficialmente da chi) e incaricò un funzionario di provvedere. Quest’ultimo accompagnò Di Pietro in via Andegari, e tutto bene. Venne preparato il contratto che poi venne chiuso in cassaforte. Come si dice: alla luce del sole.
I 20 milioni circa delle spese di ristrutturazione vennero ricaricati sull’equo canone, che salì da poco più di 100mila il mese a 234mila. L’assegnazione fu anomala a dir poco: non tanto perché venne ignorata ogni graduatoria d’attesa (nell'Italia dei favori è normale, anche se illecito) ma perché venne saltata di netto l’apposita commissione affittanze, che si limitò a ratificare una decisione calata dall’alto. Il rapporto è ancora lì, anche se non reca il nome del destinatario: è rimasto in bianco.
Parentesi: agli appartamenti del Fondo pensioni Cariplo, allora più di oggi, accedevano solo i raccomandati di ferro. Tra i magistrati, per dire, ne ebbe uno solo il procuratore generale della Repubblica Giulio Catelani. La maggior parte dei magistrati normali (quelli che non ritengono di dover pagare un affitto normale, cioè) a Milano sono raggruppati nelle case comunali di viale Montenero 8. Il Fondo pensioni, inoltre, è pubblico. È regolato con decreto del presidente della Repubblica. Insomma: fu un privilegio da signori concesso dalla Cariplo di Radaelli, grande miracolato dell’inchiesta Atm. È un fatto. Penalmente irrilevante, direbbe Di Pietro.
Quella dell’appartamento è una vecchia polemica. Di fronte alle prime malizie, nel luglio 1993, il procuratore capo Borrelli replicò che al Tribunale di Milano esisteva un ufficio che procurava case «ai magistrati che vengono da fuori». Tale ufficio risulta inesistente, e vi è comunque da escludere che fosse adibito a trovar casa ai figli dei magistrati: difatti in via Andegari c’era andato a stare Cristiano Di Pietro, e questo nonostante il contratto vietasse tassativamente qualsiasi tipo di subaffitto. Il magistrato risiedeva appunto a Curno e nel bilocale dormiva solo ogni tanto, quando non tornava dalla moglie o quando non preferiva la pur disponibile garçonnière di D’Adamo, distante poche centinaia di metri. In sostanza, Di Pietro aveva tre case.
La sua difesa, nella circostanza, è stata davvero goffa. «Radaelli», disse in un libro, «non c’entra nulla nella storia della casa... è abitudine, qui alla Procura, che quando viene un nuovo magistrato gli si cerchi una casa». Falso, come visto: Di Pietro ufficialmente stava a Curno. Di seguito ammise di essersi rivolto a Pillitteri e poi alla Cariplo (senza menzionare Radaelli) ma per una casa dove potesse abitare il figlio: «A diciotto anni decisi di prendergli una casa, non potendola comprare». Strano anche questo: proprio in quel periodo si era fatto «prestare» i famosi cento milioni dall’ex inquisito Giancarlo Gorrini sempre per comprare una casa al figlio: Di Pietro l’ha messo a verbale. Difatti la comprò: un lotto a mutuo agevolato a Curno (accanto alla sua, in via Lungobrembo) per centocinquanta milioni in contanti, mai passati per banca: alla luce del sole anche questo. In sintesi, le case sono quattro. Una, a Curno, la pagava la moglie, perlomeno allora. Un’altra, in via Andegari, la pagava la Cariplo di Radaelli. Un’altra ancora, utilizzata da altri come rifugio per scappatelle, era la garçonnière di via Agnello 5, con entrata anche da via Santa Radegonda 8, sopra la Edilgest di Antonio D’Adamo: quaranta metri quadri al sesto piano, all’interno di una torretta piazzata in mezzo a un terrazzone con vista sul Duomo. All’interno, una boiserie rivestita in legno, camera da letto, soggiornino e zona pranzo semicircolare. D’Adamo è l’ex inquisito che «prestò» a Di Pietro altri cento milioni, oltreché elargirgli vestiti alla boutique Tincati di corso Buenos Aires, un telefono, una Lancia Dedra e altri infiniti privilegi della D’Adamo card. Aggiungiamo (e fanno cinque) la disponibilità di una suite al residence Mayfair di via Sicilia 183, Roma, dietro via Veneto: roba da cinque o sei milioni al mese pagati da D’Adamo che staccava assegni anche per i relativi biglietti aerei Milano-Roma-Milano (una quindicina) acquistati all’agenzia Gulliver di via San Giovanni sul Muro.
«La Cariplo», si legge in un vecchio memoriale di Antonio Di Pietro, «ha reso pubblico, con il mio consenso, l’entità effettiva del canone, a dimostrazione della falsità delle accuse di favoritismo». E queste sono balle spaziali. I dati sull’appartamento, in realtà, sono noti solo perché tre giornalisti (lo scrivente tra questi) ci scavarono per mesi. Non fu certo Di Pietro a rendere noto lo schedario degli immobili Cariplo a pagina 531: contratto intestato a Di Pietro Antonio, 65 metri quadri calpestabili (70 commerciali), 230 metri cubi a un canone annuo di 2.817.039, ossia 234.753 il mese. Infine: non è mai stato chiaro perché Di Pietro, se tutto era davvero lecito o normale, non appena la storia prese a circolare abbandonò l’appartamento in fretta e furia. Per usare il gergo del suo amico Travaglio: come un ladro.
(2. Fine)