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martedì 6 aprile 2010

IL PROGETTO DELLA VITA (click)

yapi ha scritto:
ho trovato il seguente articolo, quasi per caso fra i miei files
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Definiti nelle prime 24 ore

Il "progetto" di un embrione è già definito 24 ore dopo il concepimento. Quando lo zigote, la prima cellula nel nuovo organismo, si è moltiplicata appena due volte, già ha un asse che resterà riconoscibile nell’asse di sviluppo dell’individuo. E già è definito esattamente da quali cellule si svilupperà la nuova creatura, e quali invece formeranno la placenta.

Lo afferma una ricerca dell’Università di Cambridge - anticipata da «Nature» - che dopo lunghi studi sugli embrioni dei topi contraddice quella che era fino a pochi anni fa convinzione generale dell’embriologia: e cioè che per diversi giorni dopo il concepimento l’embrione sia semplicemente una massa informe di cellule, destinate a una differenziazione solo dopo l’annidamento nell’utero materno.

Il lavoro potrebbe avere delle ripercussioni sulla ricerca con le staminali, e anche sulla medicina prenatale. Una "differenziazione" cellulare così precoce porrebbe il problema di quei prelievi tendenti a accertare malattie genetiche ereditarie, che vengono effettuati quando l’embrione si è moltiplicato a otto cellule. Benché sia conosciuta la "flessibilità" dell’embrione nei suoi primi stadi, il dubbio che insorge è che si debba prestare attenzione a "quali" di queste cellule vengono prelevate.

Ma, al di là delle conseguenze pratiche, l’annuncio di Cambridge assume un altro valore: nei mammiferi, e dunque nell’uomo, l’embrione non è, nemmeno nelle primissime duplicazioni, massa amorfa, non è materia grezza in attesa di essere organizzata. Non è "cosa", ma - fin dal principio - disegno. Già 24 ore dopo i compiti sono stabiliti, la mappa del nuovo individuo segnata e, diremmo anzi, scritta.

Addirittura si fa l’ipotesi che il punto stesso della penetrazione dello spermatozoo nell’ovocita "indirizzi" lo sviluppo dell’organismo. Quel punto infinitesimale nel buio non cadrebbe dunque dove vuole, nella casualità di una natura cieca. Invece, si tratterebbe di un luogo preciso, come voluto - quello e non un altr o, perché già da tale particolare inclinazione nella sfera dello zigote verrebbe la prima traccia del nascituro. «C’è la memoria della prima scissione cellulare, nella nostra vita», ha scritto commentando un lavoro precedente Magdalena Zernicka-Goetz, autrice del lavoro pubblicato da «Nature».

La memoria di una impronta originaria, diversa da ogni altra fin dal primo giorno. In nessun momento un uomo uguale alla pura materia, o indistinguibile da ogni altro suo simile. Già nell’oscurità profonda dell’inizio, un disegno unico, mai ripetuto né più ripetibile. Quattro cellule e dentro, pronto a dispiegarsi, il cervello, le mani, gli occhi di un figlio.

Gli uomini, in questo buio di cui ancora sanno così poco vanno a mettere le loro mani orgogliose: tolgono, manipolano, selezionano. Come se fosse "roba". Come se fosse un niente. Mentre c’è tutto, lì dentro, nascosto in un microscopico infinito: un altro uomo, dunque un mondo intero.
C’è una scienza, oggi, che dopo la pretesa arrogante comincia a dirci: eppure, il primo giorno già c’è un disegno. Commuove, una scienza capace di essere così grande, e umile insieme. Ma che già tutto fosse scritto, il primo giorno e, crediamo anzi, fin dal primo istante, altri uomini l’avevano intuito. «Non ti era occulto il mio essere/ allorché io fui formato nel segreto/ ed ero intessuto nelle profondità della terra», cantava un ignoto salmista ebreo, forse tremila anni fa.

giovedì 4 giugno 2009

Il prete che vuole fucilare Vespa, Feltri e Giordano


Dev’esserci del vero nella Chiesa, diceva Nietzsche, se è sopravvissuta ai suoi preti. Come dargli torto. Almeno finora, è sopravvissuta perfino a don Franco Scarmoncin, parroco di Mandriola, frazione di Albignasego in provincia di Padova.
Don Scarmoncin è un anti-berlusconiano. Ma per carità. Ci mancherebbe. Non è quello il punto: ciascuno può pensarla come vuole, specie in politica. È che quest’uomo, che ha 68 anni ma smanetta su Internet come un ragazzino, non si capisce per quale ragione faccia il prete, o meglio per quale ragione continui a fare il prete, visti gli argomenti che tratta e i toni che usa. Sul suo bollettino parrocchiale - Comunità Mandriola, sul web all’indirizzo www.mandriola.org - non c’è traccia dell’Onnipotente e della Vergine, di confessioni e comunioni, di processioni e di novene. C’è, al contrario, un’alluvione di politica, sotto forma di invettive, insulti, minacce.
Esageriamo? Prendiamo l’ultimo numero, datato 24 maggio. Il tema del bollettino è «Il debito pubblico». Interessante. Proprio il tema che si aspetta di veder trattato chi si approccia alla Chiesa cercando risposte sul mistero della vita, della morte e dell’esistenza di Dio. Don Scarmoncin comincia dando i numeri del deficit. Poi prosegue dando i numeri e basta. «L’unico che in questi 15 anni ha tentato di mettere riparo al debito pubblico è stato il Governo Prodi, tanto vituperato e mandato a casa, perché troppo statico», scrive. Resa giustizia a Prodi, il don comincia a randellare l’attuale premier: «A volte qualcuno è proprio malato e ha dei problemi personali molto seri... ma non ha il coraggio, la decenza, l’onestà di ammetterlo, come fa chi ci governa. Per novembre il Presidente Berlusconi farà il miracolo di dare a tutti i terremotati una nuova casa. Come possa dire “balle” talmente enormi e trovare ancora gente che gli creda... solo Dio lo sa! E solo Dio sa come fa andare avanti ancora l’Italia, con una situazione economica così incerta e traballante: in mano alla mafia, con una Giustizia che non giudica, con una amministrazione che solo per aprire un contatore del gas ti chiede 10 centimetri di carte...» e via di seguito con un rosario di misteri dolorosi, che arriva fino ai 105 morti a Linate, che sono del 2001 ma che il parroco di Mandriola scarica, tanto per non sbagliare, sulla coscienza dell’attuale governo.
La situazione è talmente disastrosa che don Franco giunge addirittura a «non augurarsi» che «un domani, alle prossime elezioni» possa vincere la sinistra: la quale, poveretta, si troverebbe a gestire «un cumulo di macerie». Meglio continuare a restare nella melma, per poter dare la colpa al centrodestra. Ossessione anti-berlusconiana? Ma no. Il parroco assicura che non è un fatto personale con il premier: «Non me la prendo con il Capo del Governo, lui fa il suo mestiere di imprenditore interessato a difendere le sue proprietà, opportunista venditore di fumo, megalomane psicopatico, barzellettiere e “ballista” come pochi altri... Dovrebbe stare in galera e invece ce lo troviamo Capo del Governo... Non me la prendo con lui. Me la prendo con tutti i tirapiedi, i leccacu... gli omuncoli obbedienti prostrati ai suoi piedi, i professionisti dell’adulazione e del servilismo più abietto, i contorsionisti manipolatori della verità, bieche figure di immoralità pubblica, chiudono gli occhi, zittiscono la propria coscienza, negando l’evidenza e impedendo che si arrivi a sapere...».
E siccome non si dica che don Franco denuncia il peccato ma non i peccatori, ecco i nomi di «tirapiedi e leccacu»: «Me la prendo con una caterva di personaggi meschini e senza onore: Emilio Fede, Bruno Vespa, Bel Pietro (scritto proprio così: «bel» staccato «pietro»: è l’unico complimento, sia pur involontario, riservato ai berluscones, ndr) Mimun, Vittorio Feltri, Gianni Riotta, Mario Giordano, Confalonieri, Paolo Bonaiuti, Bondi, Cicchitto, Gasparri, Renato Schifani...». L’omelia si chiude con il botto: «Tutta questa gente», scrive il pastore alle sue pecorelle, «meriterebbe di essere (passi l’esagerazione) fucilata».
E passi pure l’esagerazione, caro don. La immaginiamo arruolato tra i «cattolici del dialogo» e senz’altro avrà più volte esposto in parrocchia la bandiera arcobaleno della pace: che cosa vuole che sia, una fucilazione di giornalisti. La sua esistenza, e quella di tanti preti come lei, preti che amano autodefinirsi «preti scomodi», è una formidabile prova della natura soprannaturale della Chiesa: la quale, se fosse solo un’istituzione umana, tipo un’azienda, con tanti «manager» come lei avrebbe già chiuso i battenti da un pezzo. Solo ci chiediamo - nella varietà e nella ricchezza di carismi della Chiesa, dove ciascuno può avere un ruolo - se la sua vocazione sia proprio quella di fare il parroco in una sperduta frazione di campagna. Quando ci risulta che sia ancora scoperto il posto di cappellano ad Annozero.

martedì 2 giugno 2009

Ci sono eroi che non vanno dimenticati (click)

Il ricordo di Michael Sfaradi

Non capita spesso di incontrare un eroe, a me è successo ed ho avuto il privilegio di intervistarlo. Per sfidare i nazisti ed i fascisti nel periodo dell’occupazione di Roma serviva sicuramente una buona dose di coraggio e Don Elio Vernier, il suo parroco Don Ferdinando Volpino e Don Angelo
Valeggiani li sfidarono per bene 53 volte, tante quante erano le persone di religione ebraica che nascosero all’interno della loro parrocchia in via di Donna Olimpia salvando loro la vita. Don Elio è una persona a me cara perché mio padre è una di quelle 53 persone. Friulano della Carnia Don Elio è originario di Zuglio Carnico in provincia di Udine.
A che età è diventato sacerdote?
Io sono nato con l’idea che mi sarei fatto prete per poi diventare Papa, prete ci sono riuscito ma Papa no. L’ordinazione il 2 febbraio del 1940, la prima messa il giorno dopo.
Nel febbraio del 1940 Hitler aveva già invaso N la Polonia, si aspettava che l’Italia sarebbe entrata in guerra?
In guerra no non ce l’aspettavamo, è stato il grande errore di Mussolini che ha portato l’Italia alla rovina.
Lei dov’era il giorno che furono proclamate le leggi razziali?
A Roma. Mussolini le fece proclamare per seguire Hitler. Il 2 febbraio Papa Ratti, Pio XI, avrebbe voluto denunciare Mussolini davanti al mondo ma fu trovato morto. All’epoca si disse che fossero stati i fascisti ma queste accuse non furono mai documentabili. Io ero un giovane prete lontano dagli ambienti vaticani, ma ricordo il senso di profonda incertezza che in quei giorni ci accompagnava.
Sapendo quello che era successo al clero polacco che fu decimato, ed anche a Don Luigi Morosini che fu fucilato a forte Bravetta per aver nascosto delle persone di religione ebraica, non avevate paura delle conseguenze cui andavate incontro se fosse stati scoperti?
Noi non avevamo paura… erano i nostri superiori ad averla, tanto è vero che chiamarono Don Volpino e per non entrare nella nostra parrocchia gli fissarono un appuntamento all’ospedale San Camillo. Quando lui tornò ci disse che ci furono solo raccomandazioni alla prudenza. Io e Don Angelo decidemmo comunque di rimanere con il nostro parroco. Paura? Non l’abbiamo mai avuta anche perché in Via di Donna Olimpia abitavano circa 8000 persone, gente semplice. C’erano
socialisti, comunisti, credenti e non credenti ed anche dei fascisti che pur sapendo non fecero mai parola con le autorità anche se all’epoca le denunce per far arrestare gli ebrei erano pagate profumatamente.
E i tedeschi?
Erano malvagi e bisognava stare attenti, ma anche fra loro c’era chi faceva finta di non vedere, mi ricordo un maresciallo tedesco che veniva tutte le sere a pregare in chiesa.
Lui immaginava che ci fosse qualcuno nascosto?
Lui lo sapeva, veniva, pregava e girava lo sguardo dall’altra parte.
Siete stati fortunati da questo punto di vista, in Europa molti preti hanno perso la vita pur di aiutare i perseguitati.
Certamente altrimenti non saremmo riusciti a salvare una cinquantina di persone, la maggior parte ebrei, ed altri che non si erano presentati al richiamo del militare.
Chi decise tutto questo?
Don Volpino, lui era il parroco ed era lui che decideva quello che si faceva, noi potevamo soltanto obbedire
Don Volpino lo fece di sua iniziativa?
Sì, anche perché lui prima di diventare prete era stato fascista. Lavorava in banca e diceva che era andato da Padre Pio un po’ per prenderlo in giro e che invece era stato Padre Pio a prendere in giro lui. Lo visitò per scherzo ma una volta uscito da li prese i voti.
Lo rifarebbe ancora?
Altro che… altro che. Se dovessi ripassare lo stesso tempo non ci penserei due volte a rifare esattamente ciò che feci allora.
Dalla Santa Sede, almeno in maniera informale, c’era o non c’era una direttiva che dava al clero un ordine=2 0di nascondere le persone perseguitate? O tutto accadeva a
seconda del buon cuore del sacerdote?

Una direttiva mi pare di no ma il fatto stesso che ci lasciassero fare senza divieti era di per sé un incoraggiamento. Se la Santa Sede avesse voluto rimanerne fuori ci avrebbe ordinato
di non immischiarci e noi avremmo dovuto obbedire. Un ordine così non c’è mai stato.

venerdì 1 maggio 2009

INFORMAZIONE CORRETTA (click)


Alan Dershowitz, un avvocato coraggioso che non si limita a frequentare solo i tribunali. Riportiamo dal CORRIERE della SERA di oggi, 30/04/2009, a pag. 41, l'articolo di Alessandra Farkas dal titolo " Un vero liberal deve difendere Israele ".

NEW YORK — In Italia Alan Der­showitz è di casa dal 1974. Allora si recò nel nostro Paese per incontrare Umberto Terracini, dirigente del Pci d’origine ebraica favorevole a una politica più pro-Israele. Dopo 35 an­ni il giurista-scrittore di Harvard, pa­ladino dei diritti civili, torna a Roma con una missione: frenare l’ondata di odio anti-israeliano che, mette in guardia, «oggi non scaturisce più soltanto dalle forze estremiste».
La sua tournée italiana è stata or­ganizzata da Amy Rosenthal, docen­te di Relazioni internazionali al­l’American University di Roma e comprende anche un incontro con alcuni deputati, tra cui Fiamma Ni­renstein. L’occasione: l’uscita in Ita­lia del libro Processo ai nemici di Israele (Eurilink editore), dove Der­showitz mette sotto accusa l’intelli­ghenzia occidentale: «Intellettuali — spiega — come lo scrittore spa­gnolo Antonio Gala, secondo cui gli ebrei meritano un altro Olocausto se non abbandonano Israele».
Nella sua lista nera: l’ex presiden­te Usa Jimmy Carter (che ha scritto Palestine. Peace not Apartheid) e Stephen Walt e John Mearsheimer, autori di La Israel Lobby e la politica estera americana (Mondadori). «Mi preoccupa che la retorica anti-israe­liana più violenta non appartenga più a frange dell’estrema sinistra, ma al mainstream », precisa Der­showitz, che cita i Nobel Harold Pin­ter, Carter, José Saramago e De­smond Tutu, oltre a Noam Chomsky («studioso di fama mondiale»), ma non Norman Finkelstein, «spazzatu­ra che nessuno prende sul serio».
A Roma Dershowitz approda do­po i riflettori di Durban II, dove è sta­to allontanato quando si accingeva a sfidare il presidente iraniano Ahma­dinejad. «Ad applaudire con più en­tusiasmo le sue farneticanti esterna­zioni sull’Olocausto e Israele — accu­sa — erano purtroppo gli ebrei bar­buti del Neturei Karta. Un gruppo che auspica l’annullamento totale del sionismo».
L’ebreo antisemita: un ossimoro che lo tormenta. «L’odio anti-israe­liano è diventato una sorta di rito d’iniziazione. Per essere accettati nel­l’estrema sinistra agli ebrei si chiede di diventare più anti-israeliani degli arabi e più palestinesi dei palestine­si, buttando alle ortiche la propria eredità». Si tratta, teorizza, di un ri­torno all’Inquisizione, «quando era­vamo costretti a convertirci e a di­ventare più cattolici del Papa. Gli ebrei disposti a vendere l’anima al diavolo esistono da sempre».
Il suo assillo oggi è spiegare al mondo che non bisogna essere di de­stra per amare Israele. «Barack Oba­ma, Hillary Clinton, Ted Kennedy, Irwin Cotler ed io siamo tutti liberal e pro-Israele, come il resto della sini­stra moderata Usa». La sua coscien­za sionista è germogliata a William­sburg, il quartiere di Brooklyn dove è nato nel 1938 da una coppia di ori­gine polacca: Claire, computista, e Harry, fondatore della Young Israel Synagogue: «I miei erano ebrei orto­dossi ma moderni. Da piccolo gioca­vo a baseball e correvo dietro alle ra­gazze come i miei amici protestanti e cattolici. Oggi l’ebraismo è spacca­to in due tra ultraortodossi e laici: il tipo di quartiere dove sono cresciu­to io non esiste più in America».
A 14 anni aveva trovato il primo la­voro, alla Sohn Delicatessen, una fab­brica di insaccati kosher della Lower East Side. «Dovevo annodare lo spa­go tra un hot dog e l’altro e un gior­no rimasi chiuso nel freezer». Dopo la laurea in legge a Yale nel 1962, nel ’67, a solo 28 anni, diventa il più gio­vane docente in legge nella storia di Harvard, dove, tra gli ex alunni, an­novera Eliot Spitzer, John Sexton, Joe Klein, Barack e Michelle Obama. Difendere gli emarginati era nel suo Dna. Si fa strada come avvocato dei poveri e dei bistrattati, per esem­pio dei condannati a morte di colo­re. «La pena capitale è un’atrocità razzista che li penalizza. E solo quan­do la vittima è bianca». Ma tra i suoi clienti ci sono pure Vip ricchi e famo­si come Patricia Hearst, Mike Tyson, Michael Milken. «Certo, ma la metà dei miei assistiti non paga un cente­simo », ribatte. Di O.J. Simpson, as­solto col suo aiuto, dice che «non comparirà tra i processi del secolo accanto a Norimberga, ai coniugi Ro­senberg o Sacco e Vanzetti, e sarà scordato dalla storia».
Per assicurarsi l’immortalità ab­bandona spesso la toga di avvocato, per indossare i panni di scrittore pro­lifico, autore di ben trenta saggi, tra cui i bestseller Reversal of Fortune e
Chutzpah. «Scrivo ogni giorno dalle tremila alle quattromila parole. La mia segretaria le ha contate: un mi­lione l’anno, oltre 40 milioni in tut­to. Però non so usare il computer e scrivo solo a penna».
Dershowitz ha appena ultimato il suo terzo romanzo: The Trial of Zion,
un thriller legale che parte da un at­tentato terroristico per esplorare, attra­verso cinque fami­glie, il conflitto ebraico-palestinese in Terra Santa dal 1885 ad oggi. Nel 1994 aveva pubbli­cato Il demone dell’avvocato (Mon­dadori), il suo primo lavoro di fic­tion (la storia semiautobiografica di un avvocato alle prese con un clien­te colpevole e pericoloso) e nel 1999 Just Revenge, ispirato allo sterminio della famiglia materna durante l’Olo­causto. «Sono stato influenzato da Emanuel Ringelblum, che ha immor­talato l’esperienza nel ghetto di Var­savia nascondendo i diari in cartoni del latte sottoterra. E da Elie Wiesel, oggi mio caro amico. Non parlo solo de La notte ma anche de Gli ebrei del silenzio che mi spinse ad andare in Unione Sovietica e a lavorare dieci anni per gli ebrei russi». I suoi libri preferiti? « I fratelli Karamazov, An­na
Karenina, Il Principe di Machia­velli. E poi l’opera omnia di Philip Roth, Primo Levi, Amos Oz e Saul Bellow».
Alan Dershowitz oggi è anche un famoso blogger, per l’«Huffington Post», il «Jerusalem Post» e «Front Page». «Sull’'Huffington Post' scri­vono le migliori e le peggiori firme d’America: le più ridicolamente d’estrema sinistra reagiscono ai miei post con invettive antisemite inaudite. Ma va bene così, perché il mio mestiere è provocare». Una pas­sione, questa, che rischia di costar­gli due anni di carcere in Italia, dove è stato denunciato dal Gip Clementi­na Forleo per aver osato, in un’inter­vista del 2005, definire «vergogno­sa » la sua decisione di assolvere cin­que militanti islamici dal reato di ter­rorismo internazionale. «Il caso di­mostra come il sistema giudiziario italiano non contempli neppure la li­berta d’espressione. Ma il mio Paese non accetterà mai l’idea medievale che un cittadino Usa sia perseguito all’estero per un’opinione espressa in patria, dove il primo emendamen­to ne tutela la liberta di parola. Il di­partimento di Stato mi ha conferma­to che sono il primo americano del­la storia ad essere incriminato in Ita­lia per un’opinione espressa a casa mia».
Le pecche del Belpaese sono an­che altre. «Mi duole dover dire che è troppo morbido coi terroristi, e non parlo solo dell’'Achille Lauro'. Oba­ma sa di non poter contare sull’Italia come alleato affidabile nella guerra contro il terrorismo alla stregua di Francia e Inghilterra. Da voi e in Spa­gna, poi, il potere giudiziario è in mano a magistrati d’estrema sinistra che considerano i terroristi combat­tenti per la libertà».
La morale cattolica buonista? «Non c’entra. Al contrario, penso che il ruolo del Vaticano sia e conti­nui ad essere estremamente positi­vo sul versante dei diritti umani e ci­vili e della tutela dei poveri, immigra­ti e deboli in generale».

lunedì 9 febbraio 2009

LA LIBERTA' , LA MALATTIA, LA VITA (click)


Assumersi le proprie responsabilità
Scritto da Barbara Di Salvo
lunedì 09 febbraio 2009

Non volevo parlarne. Già non mi piace discutere di temi etici, figuriamoci quanto mi andava di entrare nel merito della vita o della morte di una ragazza. Ormai, però, un dubbio mi tormenta da giorni: ma ne valeva la pena?
Resto dell’idea, infatti, che la politica si dovrebbe occupare il minimo indispensabile di certi temi, e quanto è successo in questi giorni non fa che confermarmelo. No, non è stata la politica a entrare in una vicenda che è e doveva restare assolutamente privata, ma è stato un padre che ha preteso con tutte le sue forze che fosse lo Stato a entrare nella sua vita ed a decidere di quella di sua figlia. Era proprio necessario arrivare a questo? Può la politica, lo Stato, un giudice decidere se far morire o no una ragazza? Qui non c’è destra o sinistra che tenga, cattolicesimo o ateismo che prevalga, ma il problema di fondo è proprio fino a dove lo Stato può arrivare ad incidere sulla nostra libertà.
Ecco, secondo me sono proprio gli ultraliberali quelli che stanno prendendo la cantonata più grossa.
Vogliono davvero che lo Stato faccia una legge sul testamento biologico, sull’eutanasia, sull’accanimento terapeutico? Siamo sicuri che non stia proprio qui la violazione della nostra libertà? Sono davvero convinti che la Cassazione e i giudici milanesi abbiano emesso sentenze autenticamente liberali?
A me non sembra proprio.
Io vedo solo lo Stato che, attraverso il suo ordine giudiziario, ha deciso al posto di Eluana. Vedo lo Stato, attraverso le sue istituzioni politiche, le uniche che hanno il potere legislativo che si sono invece arrogati i giudici, cercare di mettere una pezza a questa grave violazione costituzionale.
Ma non è questo il problema vero di un dramma tutto privato, diventato pubblico a forza.
Mi sbaglierò e, con tutto l’umano rispetto che posso avere per il suo dolore, vedo un padre che non ha avuto il coraggio di assumersi la responsabilità di decidere cosa fare della propria figlia. Capisco che sia la scelta più difficile che esista, ma era e doveva essere una scelta personale che lui, in accordo con la sua famiglia, doveva assumere da solo.
Tutti noi italiani, i giudici, il parlamento, il governo, il presidente della Repubblica non c’entravamo nulla e dovevamo restarne fuori. Non è andata così. Non mi pare di averlo mai sentito ammettere che questa era la sua volontà di padre. L’ho al contrario sempre visto nascondersi dietro la presunta volontà della figlia.
Non decido io in quanto padre, ma interpreto quella che è la decisione di Eluana. Non mi assumo la responsabilità di staccare il sondino, ma la lascio a lei. Non solo, non mi accontento della mia interpretazione della sua presunta volontà, ma pretendo che dei giudici, terzi estranei, si assumano la responsabilità di dirmi quale sarebbe stata la decisione di Eluana.
Questo sarebbe un padre coraggioso e responsabile? Siamo sicuri che sia davvero convinto della sua decisione o non abbia piuttosto lasciato che fossero altri ad assumersi la responsabilità di far morire la figlia? Non potrebbe piuttosto essere stato un modo di non dover un domani fare i conti con la propria coscienza?
Per carità, non lo accuso di niente. Mi fa una pena incredibile, ma prima di santificarlo, magari sarebbe il caso di pensarci un attimo. Forse non sarà da biasimare, ma non vedo cosa ci sia di lodevole in questo comportamento.
Addirittura propongono di farlo senatore a vita. Ma siamo impazziti?
Migliaia di volte, in tutto il mondo, genitori, figli, mariti, in silenzio, tra le quattro mura di una camera d’ospedale, dopo averne a lungo discusso coi medici, in famiglia, dopo aver valutato tutte le possibili soluzioni, si assumono la responsabilità di decidere.
Il padre di Eluana questa responsabilità non ha voluto assumersela. Io la vedo solo qui la differenza tra questo caso e gli innumerevoli altri.
È pilatesco? Può darsi.
È sbagliato lasciare che ogni singola famiglia decida del proprio caro? Non credo.
È giusto che sia lo Stato a decidere per loro? Lo credo ancora meno.
In questi ambiti lo Stato come si muove sbaglia, è inevitabile. Lo Stato è astratto, le norme sono astrazioni, le sentenze sono astruse.
Cosa c’è di concreto in un malato? Solo il dolore. Il dolore del malato ed il dolore di chi gli sta accanto. Punto.
Tutti gli altri sono solo intrusi.
Ebbene, non vedo come possano degli estranei, dei giudici o dei parlamentari, decidere a priori quando e come gestire questo dolore, quando interromperlo, quando acuirlo, quando renderlo permanente. Ogni caso è a sé, ogni malato è a sé, ogni famiglia è a sé.
Forse risiede proprio qui la massima espressione della nostra libertà, nel decidere cosa è meglio per noi e per i nostri cari, caso per caso, volta per volta, famiglia per famiglia. E nessuna legge, nessuna sentenza potrà mai davvero dirci cosa è meglio fare, se non limitando la nostra libertà.
Un genitore potrà decidere che preferisce credere in un miracolo, che preferisce accudire quello che sembra un vegetale, piuttosto che perderlo per sempre. Un altro potrà decidere di non avere più speranza e di porre fine a quella che ritiene un’agonia, sia per sé che per la figlia malata. Non prendiamoci in giro, però, è una scelta egoistica di cui ci si deve assumere la responsabilità. Non si può cianciare di libertà senza avere il coraggio di assumersi la responsabilità delle proprie scelte libere e consapevoli.
Posso decidere di morire, come di vivere, posso decidere di far morire o di far vivere, ma la responsabilità è esclusivamente mia.
Pretendere che sia lo Stato con una legge o con una sentenza a decidere al posto mio, significa solo pretendere la libertà rifiutando la responsabilità.
Troppo comodo. Ma soprattutto controproducente, perché dove lo Stato arriva a decidere al posto nostro, non si assume solo la responsabilità, ma si prende anche una parte della nostra libertà. È inevitabile. Checché ne pensino gli ultraliberali.
Davvero vogliamo una legge sul testamento biologico o sull’eutanasia? Oppure vogliamo solo essere liberi di scegliere, lavandoci la coscienza?
Siamo davvero pronti alle conseguenze che questo può comportare?
Se io oggi, inconsapevole e in perfetta salute, sull’onda emotiva di quanto accade qui a Udine, affermassi di voler morire se mi trovassi in stato vegetativo permanente, davvero sarei più libera se lo Stato desse valore legale incontrovertibile a questa dichiarazione?
O non starei perdendo piuttosto la mia libertà di cambiare idea? Cosa posso sapere oggi di quello che potrei provare in quel momento? E se fossi cosciente, ma incapace di esprimermi e solo apparentemente incosciente? E se un miracolo, come ne sono già accaduti migliaia, mi riportasse ad una vita cosciente? E se domani scoprissero una cura per risvegliare il cervello? E che dire poi dei miei genitori, di mio marito o dei figli che potrei avere?
Sono davvero io l’unica a poter decidere? Posso davvero scegliere io oggi, necessariamente inconsapevole, cosa sarebbe meglio per loro?
Se preferissero tenermi in vita? Se anche io fossi del tutto incosciente, senza provare alcun dolore, che diritto avrei di toglier loro la facoltà di scegliere se tenermi con sé o lasciarmi andare?
Decidere di morire non è forse la massima espressione dell’egoismo?
Ma pensate davvero che a queste domande possa rispondere un estraneo? È davvero liberale lasciare che un giudice o un parlamentare decida al posto nostro in una materia così intima e così delicata?
L’ipocrisia, secondo me, sarebbe qui e non in chi lascia che ogni malato ed ogni famiglia faccia storia a sé. Non significa lavarsene le mani, né girarsi dall’altra parte, ma lasciare ai singoli la libertà di decidere caso per caso.
È solo umana pietà. Si rischia l’accusa di omicidio? Ma quando mai?
Fatevi un giro nei reparti di rianimazione e provate a chiedere agli infermieri quanti ne hanno visti morire così e quanti medici o parenti sono stati denunciati. Provate ad indagare nelle procure quanti ne sono stati portati a giudizio e quanti ne sono stati condannati.
O ancora credete alla favola dell’obbligatorietà dell’azione penale? Se proprio i giudici si devono intromettere che lo facciano a cose fatte e valutino solo allora se sia stato giusto o sbagliato lasciar morire quel paziente in condizioni disperate. Giudichino quel padre che si è assunto, tutto solo con la sua coscienza, la responsabilità di lasciar andare la figlia.
Se davvero non c’era alcuna speranza, se davvero questa era la volontà della ragazza, quel padre non dovrà rendere conto ad altri che a se stesso.
Forse, se il padre di Eluana si fosse assunto questa responsabilità, oggi saremmo tutti ancora un po’ più liberi. www.barbaradi.splinder.com

martedì 16 dicembre 2008

STORIA DI "ORDINARIA INGIUSTIZIA"


«Trent'anni a incollare modellini
La mia vita da innocente in cella»
Contena, 69 anni, è stato assolto per non aver commesso il fatto
«Sono venuti a prendermi a casa: il 25 maggio 1977. Mi hanno lasciato guidare la mia macchina, una Simca 1000 verde.
Un'auto dei carabinieri stava davanti, una dietro. Ho pensato: è un errore.
Invece sono entrato in carcere a Terni, poi a Orvieto e a San Gimignano. Il processo è cominciato il 2 dicembre 1978 e si è concluso il 2 marzo dell'anno dopo con l'assoluzione per insufficienza di prove.
Sono uscito». Ancora non sapeva, Melchiorre Contena, che avrebbe scontato 30 anni.
È un signore sardo di 69 anni mite e malinconico.

Nel soggiorno di casa ad Acquapendente, nel Viterbese, parla lentamente, appoggiato a un bastone: un anno e mezzo fa un ictus gli ha bloccato l'area destra del corpo. Dice: «Ero innocente, prima o poi se ne sarebbero accorti».

Se ne sono accorti adesso, a fine pena per il sequestro e l'omicidio di Marzio Ostini, l'imprenditore milanese prelevato da tre banditi dalla villa di San Casciano Bagni il 31 gennaio 1977 e mai più restituito ai familiari. La Corte d'Assise d'Appello dell'Aquila, che si è occupata della revisione del processo, ha assolto Contena da ogni accusa «per non aver commesso il fatto».
«Ormai non è più importante, niente potrà restituirmi il tempo passato in cella», spiega. Da Terni a Orvieto, da San Gimignano all'Asinara, da Sulmona a Pitigliano e ritorno. «Devo a Nicolò Amato l'aver potuto passare gli ultimi anni a Viterbo, vicino a casa: in visita a Sulmona chiese a molti di noi come potesse aiutarci.
Gli scrissi chiedendo il riavvicinamento e lo ottenni ».


Una credenza e un tavolo, navi di legno sulla dispensa e quadri di spugna costruiti nei mesi infiniti di detenzione. Seduta accanto a lui c'è Miracolosa Goddi, la moglie, determinatissima e forte, cuore di Orune, che è pura Barbagia, tempra e coraggio fatti in casa in Sardegna. Interviene ogni volta che il marito incespica e conclude per lui le frasi che ormai conosce a memoria. Melchiorre riprende: «Vendicarmi? L'ho pensato. Ma è stato un attimo. Con chi, poi? Con quello che mi aveva accusato del falso? Con i carabinieri di Montefiascone che gli avevano fatto firmare la deposizione senza un difensore? Ho subito abbandonato il pensiero, non sarebbe servito a niente ».
Contena resta libero dal '79 all'83. Anche la Corte d'Assise d'Appello di Firenze conferma l'assoluzione. Interviene la Cassazione. Nel 1983 la Corte d'Assise d'Appello di Bologna ribalta la sentenza e lo condanna sulla base delle accuse di Andrea Curreli, servo pastore con una sfilza di precedenti penali per falso e calunnia, che sarà poi assassinato.
«No, non sono stato felice per la sua morte. Con lui svanivano le possibilità di dimostrare la mia innocenza», racconta Contena.

Fuori, c'era Miracolosa: a occuparsi dei tre figli Lina, Michele e Giovanna; degli avvocati; del mutuo della casa e del podere nelle campagne senesi. Dentro, giornate interminabili. «La domenica andavo a messa, ma ormai non pregavo più. Piangevo, da solo. Non socializzavo con gli altri, cosa avevamo in comune? Allora mi facevo spedire il legno per costruire i modellini, quante navi ho costruito... Una caravella l'hanno messa davvero in mare a Genova per l'anniversario della morte di Cristoforo Colombo».


Lo spostano spesso, negli istituti di pena di mezza Italia. «L'Asinara è stato il più duro, perché era difficile per i miei figli venirmi a trovare. Durante quell'anno non li ho mai visti, mia moglie veniva da sola, ogni due mesi». A Pitigliano gli concedono la semilibertà: «Di giorno andavo al podere e la sera rientravo». A Viterbo la libertà vigilata con la firma. «Quasi la normalità, ma sempre l'onta sul mio nome. Al matrimonio di mia figlia non ero un uomo libero». Cinque anni di detenzione saltano per buona condotta. Contena esce dal carcere nel 2005, per fine pena. «Ma è soltanto ora che mi sento risarcito moralmente. Questo sarà il primo Natale che festeggio in famiglia senza l'infamia sulle mie spalle. Che cosa desidero? Rimettermi, poter di nuovo camminare come prima, recuperare l'uso del braccio. I viaggi? Magari un giorno riuscirò ad andare a Parigi con mia moglie: l'ho anche costruita, la Torre Eiffel».

Non ci sarebbe stata nessuna revisione del processo se l'avvocato Pasquale Bartolo del foro di Roma non avesse preso a cuore la storia di Melchiorre e Miracolosa. Ora il legale ammette: «La sentenza di condanna è stata viziata da un pregiudizio regionale: Contena era sardo e i sequestri li facevano i sardi. Sono già stato contattato da due persone coinvolte nello stesso processo che ne chiedono la revisione. Quanto al mio assistito, abbiamo due anni di tempo per l'istanza di risarcimento danni. Adesso era più importante ristabilire il suo onore».


Elvira Serra
16 dicembre 2008

lunedì 24 novembre 2008

ALTER EGO, DROGA E CERVELLO (click)

Le droghe. Definizione e classificazione


Definizione di droga

Con il termine droga si indica ogni sostanza capace di alterare, gli equilibri dei diversi, ma interconnessi, livelli su cui può rappresentarsi il nostro essere: il livello biologico, quello psicologico e quello sociale. Gli equilibri del primo livello sono quelli della fisiologia. Le droghe interferiscono con i processi biochimici finalizzati al mantenimento delle condizioni normali dell'organismo e soprattutto agiscono sui meccanismi delle funzioni cerebrali, interferendo sugli eventi biologici che sono alla base delle normali attività delle cellule nervose: la trasmissione e l'elaborazione di impulsi nervosi, cioè a dire di segnali ed informazioni.

Gli equilibri del livello psicologico costituiscono la rappresentazione mentale e comportamentale dei meccanismi cerebrali di cui abbiamo appena parlato. Perturbando le funzioni delle cellule nervose, le droghe compromettono o addirittura annullano gli equilibri psicologici e quindi la capacità di adattamento dell'individuo e le possibilità che esso ha di far fronte a situazioni di disagio intrapsichico, ambientale o interpersonale.

Le droghe condizionano le possibilità d'inserimento sociale dell'individuo, minando da un lato le sue capacità adattative e dall'altro determinando una reazione di emarginazione da parte del tessuto sociale. Gli equilibri del livello sociale sono legati alle condizioni dei due livelli precedenti, ma, a sua volta, il livello sociale influenza e vincola la dimensione psicologica e quella biologica.

Il significato dei comportamenti, delle abitudini, degli stili di vita che un individuo ricava dalla cultura e dall'insieme dei valori della società è infatti uno dei fattori che più condizionano l'esito del riaggiustamento psicologico e quindi biologico conseguente all'uso delle droghe. Il valore storico-culturale di normalità e di devianza, infine, è l'elemento che più contribuisce a determinare l'atteggiamento della società nei confronti di chi fa uso di droghe e quindi, conseguentemente, le possibilità che ha quest'ultimo di adattarsi con i minori danni possibili alla sua nuova condizione.

giovedì 3 luglio 2008

KOCKIA = DICHIARAZIONE DI GUERRA


Dovremmo porgere questo fiore a tutti coloro che in questi giorni si affannano a voler distruggere il frutto del nostro voto.
Guerra vogliono e guerra sia, se possibile incruenta, ma ferma e decisa.

domenica 13 aprile 2008


“VOTARE” PER MARIA… 12.04.2008


Seguire le sue tracce nella storia e nella cronaca è sorprendente…

Vi parrà bizzarro, ma l’evento più interessante di questa campagna elettorale, per me, è accaduto domenica scorsa a Milano al Palasharp. Sebbene fossero presenti 25 mila persone nessuno ne ha dato notizia. In apparenza non c’entra con le elezioni, ma, come vedremo, non è così.

Quell’immensa folla è arrivata lì senza alcuna campagna pubblicitaria. Dalle 8.30 del mattino fino alle ore 21 hanno pregato, meditato, adorato, ascoltato testimonianze con il carismatico padre Jozo Zovko, che era parroco di Medjugorje all’inizio delle apparizioni della Madonna in quell’ormai celebre villaggio, nel giugno 1981 (il francescano fu poi arrestato dalla polizia comunista, torturato e detenuto per quasi due anni).

All’incontro – organizzato da “Mir I Dobro”, l’associazione di volontariato (nata a Varese) – erano presenti anche due dei sei veggenti: Ivan Dragicevic e Jakov Colo. Il primo ha ancora oggi le apparizioni quotidiane e puntualmente alle ore 18 la Madonna è arrivata, in un silenzio impressionante, nell’emozione generale. E’ rimasta circa 10 minuti a pregare con i presenti, specialmente sugli ammalati e sui sacerdoti. Poi, tramite Ivan, ha lasciato a tutti un messaggio: “Una madre prega per i suoi figli e io ho pregato mio Figlio per voi”

Particolarmente toccante è stata la testimonianza di Silvia, una ragazza di 19 anni, che era gravemente malata (una paraplegia alle gambe). Andando in pellegrinaggio a Medjugorje a un certo punto, sulla collina delle apparizioni, è svenuta e si è poi risvegliata con un forte pianto e con tremore, scoprendosi guarita:” Sono guarita! Cammino!”

Sono fatti eccezionali, ma nient’affatto isolati. Padre Jozo nella sua meditazione ha invitato a seguire gli insegnamenti del Santo Padre anche per quando riguarda la tutela della famiglia (in vista delle prossime elezioni ha fatto una speciale “preghiera per l’Italia”). E ha citato Tony Blair, l’ex premier britannico, recentemente convertitosi al cattolicesimo. Si dà il caso infatti che Medjugorje c’entri (anche) con questa conversione. Non solo perché la moglie, cattolica da sempre, segue le apparizioni da tempo. Padre Jozo lo ha incontrato qualche anno fa. In Inghilterra c’è un vero sommovimento medjugorjano che ha al centro un personaggio molto influente, Robert Hutley, convertitosi a Medjugorje con la moglie. Questo è il terreno su cui è fiorita la conversione di Blair.

Proprio il 4 aprile scorso la “Repubblica” ha lanciato in prima pagina una conferenza dell’ex premier su “Fede e globalizzazione” tenuta il 3 aprile nella cattedrale di Westminster davanti a circa 1.600 persone. Blair ha sottolineato l’importanza della religione per il destino dell’umanità. E ha messo in guardia dal laicismo. Infine ha riferito di aver dato vita alla “Fondazione Tony Blair per la Fede” (Tony Blair Faith Foundation).

E’ immaginabile una cosa del genere per i leader politici italiani? Peraltro Blair – come ha rivelato The Guardian – è in corsa per diventare il Presidente dell’Unione europea (carica istituita l’anno scorso a Lisbona).

Anche di un’altra (controversa) conversione hanno recentemente parlato i giornali, quella dell’ultimo leader dell’Urss Mikhail Gorbacev sorpreso in preghiera nella basilica di Assisi. Pure lui ha avuto a che fare con Medjugorje. Ho già raccontato su queste colonne come è accaduto che, nell’ottobre 1987, il presidente Reagan si sia messo in contatto con la veggente Marija Pavlovic, due mesi prima della firma del Trattato di Washington con l’Urss, il primo per l’eliminazione delle armi nucleari che mise fine allo scontro sugli euromissili e fu preludio al crollo incruento dell’Urss. Ho riferito l’entusiasmo e la commozione di Reagan che si sentì spronato a proseguire sulla via del disarmo. Addirittura, con la moglie Nancy, decise di fare le preghiere e il digiuno chiesti dalla Madonna “Reagan volle che, fra i documenti da portare con sé ai colloqui con Gorbacev, ci fosse pure la mia lettera” racconta Marija. “So che lui ne parlò a Gorbacev e poi hanno firmato tutto. In seguito mi è arrivata una busta con la foto del presidente e il suo ringraziamento, scritto di suo pugno. E anche Gorbacev ha voluto quella mia lettera”.

La Madonna di Medjugorje deve averlo illuminato, se lo stesso Gorbacev nella storica visita in Vaticano del 1° dicembre 1989, nello studio privato di Giovanni Paolo II, si inginocchiò davanti a lui chiedendo perdono per i crimini del comunismo (il papa lo abbracciò). La clamorosa notizia fu rivelata la prima volta da suor Lucia, la veggente di Fatima e confermata da lei anche dopo la smentita dalla Sala stampa vaticana, il 2 marzo 1998. Pochi mesi fa ha confermato la notizia addirittura il Segretario di Stato vaticano, cardinal Bertone, in un suo libro. Nel mondo cattolico si diffonde la sensazione – esplicitata quattro mesi fa a Lourdes dal cardinale Ivan Dias - che in questa generazione la Madonna protegga in modo speciale la Chiesa e il mondo. E’ evidente proprio dalle sue apparizioni e dal grande pontificato mariano di Giovanni Paolo II.

Nei prossimi giorni Benedetto XVI andrà negli Stati Uniti. Parlare al popolo americano è un evento storico, come quando san Pietro venne a Roma, la capitale dell’Impero. Ma anche qui la strada di papa Ratzinger è stata preparata. Non solo dal predecessore. La presenza silenziosa e misteriosa di Maria lo ha preceduto già dentro la Casa Bianca dove il Papa incontrerà il presidente Bush. Infatti, racconta Marija Pavlovic, a margine della vicenda del 1987, “seppi che il Presidente Reagan aveva personalmente fatto comprare una statuina della Madonna, facendola portare alla Casa Bianca”. Era l’immagine della Madonna di Fatima. E di nuovo nulla appare casuale. Non solo per il legame fra Medjugorje e Fatima, ma anche per una notizia che è venuta alla luce solo di recente. E che riguarda proprio la Casa Bianca e Fatima.

Siamo nel 1959. Papa Giovanni XXIII legge il testo del “terzo segreto di Fatima” che per volere della Madonna doveva essere reso pubblico nel 1960. Contiene, come scopriremo nel 2000, il preannuncio di una immane catastrofe planetaria e di una grande prova per la Chiesa.

Papa Roncalli decide di segretarlo. L’11 ottobre 1962 apre il Concilio Vaticano II irridendo i “profeti di sventura” e affermando: “non siamo alla fine del mondo”. Anzi esaltò il “nuovo ordine di rapporti” mondiali che “volgono inaspettatamente” al meglio. Esattamente quattro giorni dopo il mondo precipita sull’orlo di una guerra nucleare mai vista. Il 14 ottobre infatti un aereo americano fotografa 162 testate nucleari sovietiche nell’isola di Cuba puntate sugli Stati Uniti. Il 15 le foto sono sul tavolo del presidente Kennedy che deve decidere cosa fare. Decise – anche su accorato invito del Papa - di non invadere e alla fine di trattare. Qualcuno dal Vaticano aveva fatto pervenire alla Casa Bianca una descrizione dello scenario apocalittico tracciato dalla Madonna a Fatima (ora si capisce perché doveva essere svelato nel 1960).

In una recentissima intervista Robert McNamara, segretario alla Difesa di Kennedy, ha riferito, con un moto di orrore, che nel 1992 “noi venimmo a sapere per la prima volta da ex ufficiali sovietici che loro erano pronti alla guerra nucleare nel caso di un’invasione americana di Cuba”. Il mondo dunque fu salvato dalla decisione di Kennedy di non invadere. Sarà un caso, ma Kennedy fu il primo (e unico) presidente americano di fede cattolica. Quindi più di chiunque altro era sensibile a un messaggio che arrivava dalla Santa Sede e dalla Madonna di Fatima. Fu provvidenziale che proprio in quel momento gli Stati Uniti avessero un presidente cattolico. Kennedy, era nato nel maggio 1917 (quando iniziarono le apparizioni di Fatima) ed ebbe la “nomination” per la Casa Bianca nel 1960: il 13 luglio. Lo stesso giorno in cui – anni prima – la Madonna consegnò ai tre pastorelli il Segreto. L’ennesimo caso?

Antonio Socci

Da “Libero”, 12 aprile 2008

sabato 5 aprile 2008

A T T E N Z I O N E !

Ecco come si può davvero aiutare il Tibet PDF Stampa E-mail
Scritto da Marcello Foa
sabato 05 aprile 2008
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Ieri ho avuto il privilegio di incontrare Matthieu Ricard, monaco buddista, amico e consigliere personale del Dalai Lama, che oggi e domani tiene ad Ascona un seminario sull’arte della felicità. Ne ho tratto un’intervista uscita oggi, in cui si affrontano molti temi esistenziali e spirituali e in cui inevitabilmente si esamina anche la questione Tibet.
matthieuRicard spiega come l’Occidente possa aiutare il Dalai Lama: “Deve dire chiaramente a Pechino che se non avvierà il dialogo con il Dalai Lama prima dei Giochi Olimpici, atleti e leader politici non parteciperanno alla cerimonia di apertura. Annunciare la propria assenza come semplice gesto di protesta, come ha fatto Angela Merkel, non basta; occorre che ci sia una volontà politica e sarebbe auspicabile una dichiarazione comune dei Paesi europei. Se tutti gli atleti della Ue rifiutassero di sfilare dietro le bandiere nazionali sarebbe uno smacco enorme per il governo cinese che, infatti, teme molto questa eventualità. Secondo Ricard questa è una misura ragionevole e costruttiva, mentre “il boicottaggio delle Olimpiadi sarebbe inutile».
Sono d’accordo con lui e rilancio la sua proposta ai tanti italiani che in questi giorni si chiedono cosa si possa fare di concreto per aiutare i tibetani. Mi rivolgo soprattutto ai blogger invitandoli a riprendere e a diffondere la richiesta di Ricard. Il passaparola su Internet ha già fatto miracoli, perché non riprovarci?

da:http://blog.ilgiornale.it/foa