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martedì 4 agosto 2009

Scoperta un’altra Katyn: 3mila soldati polacchi massacrati dai sovietici (click)



di Livio Caputo

Un nuovo orrido capitolo si è aggiunto al già ricchissimo «Libro nero del comunismo»: un bis, su scala appena più ridotta, dell’eccidio di Katyn, dove nel 1940 i sovietici trucidarono 20.000 ufficiali e soldati dell’esercito polacco con l’obbiettivo di decapitare la classe dirigente del Paese e renderne così più facile la sottomissione. Secondo il settimanale polacco «Rzecspospolita», un’altra fossa comune, contenente i corpi di circa 3.500 militari, appartenenti alla Guardia di frontiera o al corpo d’armata del generale Smorawinski, è stata ritrovata a Wlodzimierz Wolynski, nell’attuale Ucraina occidentale. Come a Katyn, tutti avevano le mani legate dietro la schiena e tutti sono stati uccisi con un colpo di pistola alla nuca. La scoperta, in realtà, risale a dodici anni fa, ma per ragioni non ben chiare le autorità di Kiev ritennero allora di metterla a tacere in attesa di ulteriori accertamenti, e soltanto ora hanno reso questo ennesimo crimine staliniano ufficiale.

La notizia della strage non desterà molto stupore in chi conosce la storia di Katyn, magari attraverso la visione del film di Wajda arrivato di recente - dopo un tentativo di ostracismo - nelle nostre sale. Dal momento che il Cremlino aveva deciso di approfittare delle circostanze belliche per liquidare ogni potenziale resistenza da parte dei polacchi dopo l’annessione della metà orientale del Paese, non c’è in fondo da meravigliarsi che anche questo secondo contingente di prigionieri sia stato brutalmente trucidato. Ma la rivelazione non mancherà di avere ripercussioni sui rapporti tra Varsavia e Mosca, che ancora oggi risentono della vicenda di Katyn e che non sono certo migliorati dopo l’ingresso della Polonia, fino a vent’anni fa satellite dell’Urss, nell’Unione Europea e nella Nato. Per mezzo secolo, i sovietici avevano negato ogni responsabilità dell’eccidio, attribuendone - contro ogni evidenza e anche contro la geografia - la colpa ai tedeschi. Solo nel 1990, dopo la caduta del muro di Berlino e con l’impero sovietico già in piena agonia, Gorbaciov ammise il crimine, commesso dalla famigerata Nkvd, e presentò le sue tardive scuse alla Polonia. Seguì un lungo periodo in cui russi e polacchi collaborarono nella ricostruzione degli eventi, nel tentativo di arrivare, se non altro, a una memoria condivisa. Ma quattro anni fa, nel quadro della sua politica di restaurazione imperiale (e forse per ritorsione contro la stretta collaborazione di Varsavia con l’America di Bush) Putin diede ordine di interrompere il trasferimento di informazioni alla Polonia e la ricerca dei responsabili, riprendendo la vecchia linea dura.

Il magistrato responsabile dell’indagine, in un comunicato che a Varsavia brucia ancora, dichiarò che «Katyn non fu né un genocidio, né un crimine di guerra, né un crimine contro l’umanità: non esistono perciò assolutamente le basi per parlarne in termini giuridici»: un tentativo di cancellare la verità, o addirittura di riportare indietro l’orologio della storia. Con questo, sulla vicenda tornò naturalmente a piombare, da parte russa, anche la cappa del segreto di Stato.

La reazione dei polacchi fu - al momento - durissima, e anche a livello popolare ci fu l’ennesima esplosione di sentimenti antirussi, che il toccante film di Wajda non ha certo contribuito a smorzare. Per capire questa ondata di indignazione, bisogna immaginare che cosa sarebbe successo in Italia, se un giorno i tedeschi avessero negato ogni responsabilità in tutte le stragi compiute nella penisola, a cominciare dalle Fosse Ardeatine.

Non sappiamo se la denuncia del nuovo massacro, 12 anni dopo la scoperta materiale dei cadaveri, sia uno scoop di «Rzecspospolita» o sia stata in qualche modo pilotata dal governo di Varsavia per mettere in imbarazzo i russi, costringerli a una nuova inchiesta e riaprire in qualche modo anche il capitolo di Kaytn. Alla luce della nuova politica putiniana, è probabile che il Cremlino non reagisca o torni a negare, come ai tempi dell’Urss, qualsiasi coinvolgimento. Magari, visto che il ritrovamento è stato fatto in Ucraina, che con Mosca è ai ferri corti, parlerà di complotto.

Una sola cosa è certa: la storia di questi 3.500 nuovi martiri avrà una vasta eco non solo in Polonia, ma in tutto l’Est europeo sottoposto fino a vent’anni fa alla dominazione sovietica: a dimostrazione che per chiudere certe ferite non basta neppure lo scorrere dei decenni.


lunedì 22 settembre 2008

Comunisti

Nel 1994 il p. Robert A. Graham scrisse un articolo su «Civiltà cattolica» intitolato Ideologia nazi-comunista nella seconda guerra mondiale.
Nel paragrafo «Il Partito Comunista Francese e la guerra» ricordò che nel 1939 fu il patto di non aggressione siglato tra Hitler e Stalin il 23 agosto ad aprire la strada alla guerra.
Per anni il partito comunista francese aveva «denunciato ad alta voce il nazismo o “fascismo”, come preferiva definirlo».
Infatti, «molti comunisti tedeschi languivano nei campi di concentramento e la stessa Parigi era piena di esuli dalla Germania».
Il fatto era che «Mosca non aveva fatto il minimo accenno a ciò che bolliva in pentola, tanto meno aveva dato istruzioni su come comportarsi a riguardo».
Così, «Stalin, conclusero le sue menti, con una mossa geniale, aveva inaugurato la storica “guerra imperialista”».
Già: «ora i nazisti imperialisti e le democrazie erano gli uni contro le altre all’inizio di una guerra prevedibilmente rovinosa, che avrebbe visto la fine del capitalismo e aperto la strada alla rivoluzione proletaria».
Solo che, «prima del voltafaccia sovietico, i deputati comunisti avevano addirittura votato alla Camera a favore del bilancio militare.
Ma ora (…) si dichiararono contrari alla guerra. La reazione del Governo» fu che «il partito venne bandito e il suo quotidiano, L’Humanité, soppresso».
Tuttavia, i membri del partito alla Camera si riorganizzarono sotto un altro nome e, il 9 ottobre, inviarono una petizione a Edouard Herriot, presidente della Camera, nella quale chiedevano immediati negoziati di pace con la Germania.
Dopo tanti mesi di denunce nei confronti dei munichois, adesso erano i comunisti stessi a chiedere una nuova Monaco.
Alcuni giorni più tardi, Maurice Thorez, segretario generale del Partito Comunista Francese, disertò dall’esercito e fuggì in Belgio attraversando il confine. Da lì Thorez si recò in Russia, dove rimase.
Anche Jacques Duclos, un altro leader del partito, si trasferì in Belgio e da qui ritornò quando i tedeschi entrarono a Parigi».
Si noti che, nel periodo di non-aggressione, «Stalin non chiese a Hitler il rilascio dei molti comunisti tedeschi».
Per quanto riguarda i comunisti francesi, «l’opposizione alla guerra, con quello che comportava di slealtà e diserzione, per non dire tradimento, (…) implicò anche la collaborazione con il nemico. Ma nel giugno del 1941 le cose subirono un altro cambiamento radicale.
La guerra non era più una “guerra imperialista”: la madrepatria sovietica era in pericolo». Così, essi «entrarono nella résistance, sabotando le installazioni tedesche.
Alla fine del 1944, Maurice Thorez, di ritorno dall’Unione Sovietica, riprese il suo vecchio posto, salutato dalla stampa comunista, con uno sfacciato bluff, come un eroe della resistenza.
A volte l’ideologia può presentare aspetti comici».
Rino Camilleri
21 settembre 2008

sabato 17 maggio 2008

Stralcio dal romanzo di Giampaolo Pansa I tre inverni della paura


venerdì 16 maggio 2008, 09:00
E ora vi racconto gli inverni in cui nevicava sangue

di Giampaolo Pansa

Per gentile concessione dell’editore pubblichiamo uno stralcio tratto dal romanzo di Giampaolo Pansa I tre inverni della paura (Rizzoli, pagg. 567, euro 21,50) che sarà in libreria dal 21 maggio. Dopo i saggi dedicati alla guerra civile, Pansa si cimenta ora con un romanzo che parla del dramma italiano negli anni terribili dal ’43 al ’46, focalizzando il racconto sul cosiddetto Triangolo della morte tra Parma, Reggio Emilia e Modena.
Beniamino Socche era nato a Vicenza il 6 aprile 1890. All’arrivo nella diocesi di Reggio aveva cinquantasei anni appena compiuti. E dunque si trovava nel pieno del vigore fisico e morale. Insediato a Cesena nel 1939, durante la guerra civile aveva rivelato coraggio e fermezza. Non si era risparmiato nel difendere gli ebrei perseguitati e si era scontrato più volte con le autorità fasciste del posto. Meritandosi persino un arresto da parte delle SS tedesche.
Era un uomo alto, massiccio e con un carattere che non sopportava nessuna briglia. Aveva una devozione profonda per Maria Vergine, ma nemmeno la Madonna s’era mostrata capace di addolcire la sua grinta. Chi lo conobbe in quel tempo l’avrebbe poi descritto così: intuitivo, lineare, impulsivo, spesso testardo.
Vedeva come il fumo negli occhi qualunque accordo fra i cattolici e i socialcomunisti. Certo, durante la Resistenza l’intesa era stata utile. Ma adesso la guerra era finita. E per Socche un rapporto non conflittuale con il Pci rappresentava un pericolo per la fede religiosa e una trappola per la Chiesa.
Era stato questo profilo a destinarlo a Reggio Emilia. Socche sembrava fatto apposta per quella diocesi, assediata da un comunismo asfissiante e senza avversari politici in grado di contrastarlo. La Dc aveva una struttura troppo debole per opporsi agli Squadroni della morte. I socialisti andavano al seguito dei comunisti. Gli altri partiti quasi non esistevano. E a Socche risultava inconcepibile che il Pci sedesse in un governo accanto ai democristiani.
Dopo l’assassinio di don Pessina, il vescovo di Reggio si era recato a Roma per incontrare De Gasperi. Riuscì a vederlo mentre usciva, stressato, da un consiglio dei ministri. Socche gli disse: «Presidente, voi governate con i comunisti, ma a Reggio Emilia i rossi ammazzano i preti». De Gasperi allora gli spiegò: «Eccellenza, voi avete ragione. Però la strada è già segnata: prima con i comunisti, poi senza i comunisti, alla fine contro i comunisti».
Nelson ebbe modo di parlare più volte del vescovo Socche con il suo vecchio amico Olindo Canovi, il tecnico delle Reggiane. Cattolico e democristiano, Canovi ammirava Socche e sapeva molte cose di lui. Disse a Nelson: «Ci voleva a Reggio un presule coraggioso, in grado di difendere il suo gregge dai lupi».
Canovi raccontò a Nelson come si era mosso Socche nelle ore successive all’assassinio di don Pessina. La sera del 18 giugno, appena informato dell’omicidio, il vescovo si era fatto portare a San Martino di Correggio. Il corpo del parroco stava ancora riverso a terra. Un fazzoletto bianco, annodato sul capo, gli teneva fermo il mento. Socche s’inginocchiò accanto al prete, lo baciò sulla fronte, giunse le mani e cominciò a pregare.
«Quando si è rialzato» raccontò Canovi a Nelson, «chi gli stava vicino si è accorto che il vescovo piangeva. Ma il suo non era un pianto di paura o di disperazione. Bastava guardarlo negli occhi per capire che, da quel momento, non avrebbe dato tregua a chi gli aveva ammazzato don Pessina.
«Socche ha voluto celebrare lui il funerale del parroco. Nella chiesa la gente era poca. Molti erano rimasti a casa per paura di quelli che tu chiami gli Squadroni della morte. Il vescovo ha preso la Bibbia e letto ad alta voce un passo adatto al momento. Era quello che parla della maledizione di Dio per coloro che toccano gli unti del Signore.
«Il giorno seguente era la festa del Corpus Domini» continuò Canovi. «Alla processione di Reggio è andata una folla di fedeli. Nel duomo gremito, Socche ha spiegato che cosa aveva intenzione di fare: “Io renderò noto a tutti i vescovi del mondo il regime di terrore che il comunismo ha creato in Italia!”».
Nelson apprese da Canovi le decisioni di Socche. Come primo atto, aveva scomunicato gli assassini di don Pessina, compresi i mandanti. Riservando soltanto a se stesso l’assoluzione eventuale. Quindi proibì tutte le processioni esterne alle chiese e agli oratori nei vicariati foranei di Correggio, di Canolo e di San Martino in Rio. Infine inflisse l’interdetto alla parrocchia di San Martino in Piccolo.
«Che cos’è l’interdetto?» domandò Nelson.
«Nel diritto canonico» gli spiegò Canovi, «è una pena spirituale inferiore soltanto alla scomunica. Dopo l’interdetto, nella parrocchia che era stata retta dal povero don Pessina non si poteva più celebrare la messa, confessare e comunicare i fedeli e nemmeno tenere funerali religiosi».
Il vescovo Socche aveva cominciato una battaglia destinata a proseguire per anni, con risultati controversi. Il suo obiettivo era esplicito: opporsi al comunismo, e non soltanto a quello reggiano. A proposito di Reggio Emilia disse: «Non è questo popolo buono e affettuoso che assassina e massacra la gente. Ma è soltanto un piccolo branco di malviventi che hanno già perduto l’ultimo brandello di coscienza. Insudiciati di sangue umano sino ai capelli. E accecati dall’odio e dall’interesse, che li hanno fatti diventar belve assetate di sangue».
Poi, sempre più esasperato, confessò: «Ho giurato a me stesso che don Pessina è l’ultimo prete che mi ammazzano. Il prossimo sarò io. Li costringerò a suicidarsi per la disperazione, questi assassini!».
Togliatti conosceva le circostanze dell’omicidio di don Pessina. E in che modo si era mosso subito dopo il vertice del Pci reggiano e quello dell’Anpi. Da un delitto terribile e senza motivo era venuta una catena di errori grossolani e privi di scusanti: il rifiuto di denunciare chi aveva sparato, la diffamazione del sacerdote, l’incapacità di impedire gli omicidi successivi e di nuovo la scelta di coprire i responsabili. Un caos voluto o subìto dai capi del Pci di Reggio. Quasi una congiura contro il partito, messa in atto da dirigenti del partito.
Infine c’era il problema di quel vescovo. Per Togliatti non era difficile prevedere che, attorno a monsignor Socche, si sarebbe raccolta un’opposizione sino ad allora quasi inesistente in città e nella provincia. Un partito informale, ben più forte della Dc reggiana. In grado di ingaggiare una guerra senza quartiere contro il Pci di Reggio e il vertice nazionale comunista.
Mentre partiva da Roma, Togliatti aveva le mani libere da impegni ministeriali. Con la nascita del secondo governo De Gasperi, si era spogliato del ministero della Giustizia. Per trasferirlo a un compagno fidato, Fausto Gullo, un avvocato calabrese, a suo tempo tra i fondatori del Pci. Adesso era il partito la prima e unica cura del Migliore. E a Reggio avrebbe dimostrato come intendeva guarirlo da quella che era stata chiamata «la nevrosi del mitra».
Togliatti arrivò a Reggio Emilia nella tarda mattinata di lunedì 23 settembre 1946. E si recò a casa del sindaco Campioli che si era offerto di ospitarlo. Qui gli portarono i giornali emiliani e lui cominciò subito a sfogliarli.
Il leader del Pci considerava molto importante la carta stampata, l’unico media efficace allora esistente. Si occupava dell’Unità, il quotidiano del partito, con una cura costante, quasi maniacale. Però leggeva con altrettanta attenzione i fogli avversari. La propaganda comunista li considerava cartaccia. Ma non era questa l’opinione del Migliore.
Tra i giornali che gli portarono a casa di Campioli, trovò di certo gli ultimi numeri della Nuova Penna. Quello di luglio e i due di agosto. Togliatti si rese conto che non era per niente «un libello sedicente indipendente». A bollarlo così era stato il prefetto Chieffo, spesso attaccato dal giornale di Eugenio e di Giorgio che lo ritenevano troppo tenero verso i comunisti.
Togliatti considerò accigliato le prime notizie sulle fosse clandestine scoperte in provincia. E gli ci volle poco per fare due più due. L’omicidio di don Pessina, il delitto Farri, l’emergere delle sepolture segrete, la guerra scatenata dal vescovo Socche, le velleità rivoluzionarie del vertice comunista reggiano e l’esistenza di incontrollabili nuclei di killer rossi: ecco un ginepraio di quelli rognosi. Zeppo di faccende molto pericolose. E foriere di guai anche più pesanti. Dunque s’imponeva un repulisti duro, molto duro.
La purga venne annunciata nell’incontro più importante delle tre giornate reggiane di Togliatti. Si tenne la sera dello stesso lunedì, sempre nell’abitazione di Campioli. Il peso di quel vertice era testimoniato dall’elenco dei dirigenti che il leader del Pci aveva deciso di convocare e di strigliare.
Venivano dalle tre province dove la seconda guerra civile era la più sanguinosa. Oltre a Campioli, c’era il sindaco di Bologna, Giuseppe Dozza. E quello di Modena, Alfeo Corassori. Insieme a loro tre dirigenti della federazione reggiana. Il primo era Nizzoli, il segretario fuori di testa. Insieme a lui, il Migliore aveva voluto incontrare Osvaldo Salvarani e Riccardo Cocconi. Quest’ultimo era un comandante partigiano garibaldino che aveva inutilmente tentato di far accettare da Nizzoli un documento di condanna del delitto Mirotti.
Qualcuno si aspettava di veder arrivare anche l’altro padrone di Reggio: il compagno Didimo Ferrari. Ma per il leader comunista, Eros era soltanto il presidente dell’Anpi, dunque un signor nessuno o quasi. E non si curò di convocarlo.
Togliatti aveva sotto gli occhi il bilancio sanguinoso del dopoguerra in quelle tre province. Si trattava di un conto ancora parziale, per due motivi. Il primo era che l’epoca dei killer trionfanti non poteva dirsi conclusa. Il secondo era che nemmeno il vertice del Pci conosceva con esattezza le dimensioni delle mattanze compiute dopo la liberazione.
Tuttavia, anche i rendiconti incompleti apparivano terrificanti. A Bologna e nella sua provincia risultavano uccise almeno 770 persone. A Modena e nel suo territorio gli assassinati erano 890. A Reggio, infine, le vittime della seconda guerra civile erano 560, e forse di più. In totale i cristiani accoppati risultavano 2220, secondo un calcolo prudente e parziale.
Nel settembre 1946 Togliatti aveva cinquantatré anni, sempre vissuti perigliosamente, soprattutto nella fase dei grandi processi staliniani. In quell’epoca di terrore, Togliatti viveva a Mosca, all’Hotel Lux. E non aveva battuto ciglio neppure quando la polizia segreta sovietica si era portata via suo cognato, Paolo Robotti, e tanti altri comunisti italiani. Tutti compagni poi fatti uccidere da Stalin o mandati a morire nei gulag. Robotti era uno dei pochi a essersi salvato.
Sotto la sferza staliniana, il Migliore aveva apprezzato l’importanza del cinismo e della durezza d’animo. Due doti che non gli facevano difetto. E che lo avevano aiutato a superare prove assai più aspre di quella riunione in provincia. Un incontro che lui risolse alla sua maniera: con rapidità e freddezza.
Del vertice a casa Campioli non si seppe quasi nulla. Nessun verbale venne steso. O se ci fu, è sempre stato tenuto segreto. Come segrete rimasero le testimonianze dei presenti nell’alloggio del sindaco di Reggio. Ma è facile immaginare che cosa disse Togliatti, con la sua voce chioccia e il tono gelido del professore che annuncia agli allievi una bocciatura in blocco.
Il primo ordine che impartì fu di smetterla di uccidere. Nessuno dei delitti commessi nelle tre province emiliane era utile al partito. E meno che mai alla rivoluzione, per chi ci credeva. Poi censurò in modo pesante l’operato della federazione di Reggio e della sua struttura periferica. Nell’ipotesi meno grave, non avevano saputo impedire i delitti. In quella più grave, li avevano ordinati e coperti.
Dunque, il Pci reggiano si era macchiato di due colpe pesanti: un’insufficienza assoluta nella vigilanza e una stupidità politica che non ammetteva scuse. Le conseguenze erano inevitabili. Il vertice del partito reggiano doveva essere rimosso. A cominciare dal segretario della federazione. Il repulisti avrebbe avuto una cadenza lenta, per non offrire pretesti alla polemica degli avversari. Ma ci sarebbe stato, entro la fine di quell’anno o al più tardi all’inizio del 1947.
Nizzoli capì che la sua sedia aveva iniziato a scricchiolare. Però accettò le critiche di Togliatti senza reagire. Mantenne la stessa espressione impassibile, quando il segretario del Pci lo censurò in modo aspro, sia pure senza nominarlo. Accadde due giorni dopo, alla Conferenza di organizzazione del partito reggiano. Il Migliore accusò Nizzoli e compagni di aver creato una condizione di disordine insostenibile. I risultati elettorali e del tesseramento attenuavano soltanto di poco il danno politico e d’immagine per il partito. Poi concluse, gelido: «È più facile dirigere un’unità partigiana in combattimento che non una grande federazione di quaranta o cinquantamila iscritti».
Gli effetti della visita reggiana di Togliatti si fecero subito vedere. Gli Squadroni della morte smisero di sparare. E di delitti eccellenti non ne vennero più commessi. Eppure anche questa tregua improvvisa andò a discredito del partito. Infatti apparve a molti un’ammissione di colpa.
http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=261806

lunedì 28 aprile 2008

CUBA. Continua la repressione comunista

Agenti di polizia hanno disperso con la forza una manifestazione delle Damas de Blanco, nella Plaza de la Revolución dell'Avana, dove si erano riunite per consegnare una lettera al ministro degli Interni Abelardo Colomé Ibarra, con una copia per Raul Castro.
Blanca Reyes, rappresentante delle Damas de Blanco in Europa, ha affermato durante un'intervista: «Che cambiamento c'è stato nel paese se reprimono con la forza dieci donne che chiedono la liberazione dei loro mariti innocenti? Sono questi i cambiamenti portati da Raul?
Le donne sono state trascinate con la forza fino ad un autobus, dopo aver rifiutato di lasciare la piazza dove si erano riunite per chiedere la liberazione dei loro mariti, prigionieri politici del regime comunista.
L'agenzia AFP afferma che nella lettera viene denunciato che «attualmente 27 prigionieri si trovano esiliati dalla loro provincia di residenza e da cinque anni vivono sotto uno stretto regime di sicurezza; gran parte di loro soffre malattie che non sono adeguatamente trattate a causa del regime restrittivo a cui sono costretti nella prigione e dei trattamenti crudeli e inumani a cui sono sottoposti».
Le Damas de Blanco, Premio Sakharov 2005 del Parlamento Europeo, chiedono la liberazione dei loro mariti, incarcerati nella primavera del 2003, con manifestazioni pacifiche che generalmente si concludono nella chiesa dell'Avana.
Fonte: ACIprensa
http://www.lucisullest.it/dett_news.php?id=3298