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lunedì 11 ottobre 2010

L'acre profumo della repressione.

Cacciatori di dissidenti
rallegrano, anonimi, i potenti.

martedì 28 settembre 2010

La pioggia nell'oceano.

Naviga. Sugli scogli
del mare non odo
parole che dici
umane;
[ 'sto caspita de frastuono che fan le onde non me fa capir niente, òstrega ! ]
ma odo
nubi più nuove
che parlano gocciole di pioggia
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le paratìe
salmastre e sparse,
piove su i pannelli
solari e belli,
piove,
òstrega, davvero
piove su i pannelli
bagnati,
su le finestre oblò-enti
di schizzi [ d'acqua ] accolti,
su i capelli folti
di marinai aulenti,
di profumoso
odor di mare,
piove su i nostri volti
marini,
piove su le nostre carte
nautiche,
su i nostri vestimenti
leggieri,
su i freschi pensieri
che l'anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t'illuse, che oggi m'illude,
che se possa navigar
spinti dal sole,
o Ermione.

[ ringraziando il vate D'Annunzio ]

martedì 21 settembre 2010

Settembre

Settembre, andiamo, è tempo di studiare.
Ora in terra d'Amalfi i miei studenti
Lascian le stanze e vanno verso la scuola:
Scendono coll'ascensore selvaggio
Che lento è come i bradipi dei boschi.

Han bevuto profondamente ai fonti
Antichi, che la filosofia
Rimanga nei cuori esuli a conforto,
Che lungo illuda la lor sete in via,
Di saper, imparar, e di far di conto

E vanno pel tratturo antico al piano,
Entra in classe ognuno silente
Su le vestigia degli antichi padri,
O voce di colui che primamente
Conosce il tremar di Rossi Marina!

Ora per il registro l'occhio cammina
Si trema. Senza mutamento è l'aria.
Chi or sarà interrogato, la gente
Nascondendosi si domanda,
Che quasi dalla paura scomparirìa,
Preghiere, scongiuri, "proprio a me" ?

Ah perchè non son io co' miei studenti?
(Shelburn)

sabato 29 marzo 2008

RACCOLTO SU LEGNO STORTO

Ambra non sia invidiosa ... ecco qualcosa per lei (per la saggezza, non per l'età, certo!)

Al nonn
di Valentina Medici

Al gh' arà tri ann, col putenn d' or,
gambi svelti e allegri c'me 'n valzer
e j occ chi ridon ch' lè 'na blessa.
Al corra col can in t' al cortil
e 'l sbraija par la contentessa.
Al la guèrda 'l nonn
sedù in simma 'na banche'na,
man posé 'n s'al baston e curva la schen'na.
S' diriss ch' n't 'la ment ed col picenn
gh' è soltant i sò billen.
Ma quand al nonn al s' leva traballant
par fer du pass avant e indrè
al corra, 'l gh'da la man e 'l gh' dis
- Tranquill nonn, son chì con Tè –


Traduzione

Il Nonno

avrà tre anni quel bambino d'oro
gambe svelte e allegre come un valzer
e gli occhi ridono ch'è 'na bellezza.
Corre col cane nel cortile
e urla per la contentezza.
Lo guarda il nonno seduto s'una panchina
le mani sul bastone, la schiena china.
Si direbbe che nella mente del piccino
ci siano solo i suoi giocattoli.
Ma quando il nonno si alza traballante
per far due passi avanti e indrè
lui corre, gli da la mano e dice
- tranquillo nonno, sono quì con te -

Post modificato da: Franco Maloberti, alle: 29/03/2008 00:44

mercoledì 26 marzo 2008

RICORDI DI GIOVENTU' E DI VECCHIA SCUOLA

Sant’Ambrogio

Giuseppe Giusti

Vostra Eccellenza, che mi sta in cagnesco
per que’ pochi scherzucci di dozzina,
e mi gabella per anti–tedesco
perché metto le birbe alla berlina,
o senta il caso avvenuto di fresco,
a me che, girellando una mattina,
capito in Sant’Ambrogio di Milano,
in quello vecchio, là, fuori di mano.

M’era compagno il figlio giovinetto
d’un di que’ capi un po’ pericolosi,
di quel tal Sandro, autor d’un romanzetto
ove si tratta di promessi sposi…
Che fa il nesci, Eccellenza? o non l’ha letto?
Ah, intendo: il suo cervel, Dio lo riposi,
in tutt’altre faccende affaccendato,
a questa roba è morto e sotterrato.

Entro, e ti trovo un pieno di soldati,
di que’ soldati settentrionali,
come sarebbe Boemi e Croati,
messi qui nella vigna a far da pali:
difatto, se ne stavano impalati,
come sogliono in faccia a’ Generali,
co’ baffi di capecchio e con que’ musi,
davanti a Dio diritti come fusi.

Mi tenni indietro; ché piovuto in mezzo
di quella maramaglia, io non lo nego
d’aver provato un senso di ribrezzo,
che lei non prova in grazia dell’impiego.
Sentiva un’afa, un alito di lezzo:
scusi, Eccellenza, mi parean di sego
in quella bella casa del Signore
fin le candele dell’altar maggiore.

Ma in quella che s’appresta il sacerdote
a consacrar la mistica vivanda,
di sùbita dolcezza mi percuote
su, di verso l’altare, un suon di banda.
Dalle trombe di guerra uscìan le note
come di voce che si raccomanda,
d’una gente che gema in duri stenti
e de’ perduti beni si rammenti.

Era un coro del Verdi; il coro a Dio
là de’ Lombardi miseri assetati;
quello: O Signore, dal tetto natio,
che tanti petti ha scossi e inebriati.
Qui cominciai a non esser più io
e, come se que’ cosi doventati
fossero gente della nostra gente,
entrai nel branco involontariamente.

Che vuol ella, Eccellenza, il pezzo è bello,
poi nostro, e poi suonato come va;
e coll’arte di mezzo, e col cervello
dato all’arte, l’ubbie si buttan là.
Ma cessato che fu, dentro, bel bello
io ritornava a star come la sa:
quand’eccoti, per farmi un altro tiro,
da quelle bocche che parean di ghiro

un cantico tedesco lento lento
per l’âer sacro a Dio mosse le penne.
Era preghiera, e mi parea lamento,
d’un suono grave flebile solenne,
tal che sempre nell’anima lo sento:
e mi stupisco che in quelle cotenne,
in que’ fantocci esotici di legno,
potesse l’armonia fino a quel segno.

Sentìa nell’inno la dolcezza amara
de’ canti uditi da fanciullo; il core
che da voce domestica gl’impara,
ce li ripete i giorni del dolore:
un pensier mesto della madre cara,
un desiderio di pace e di amore,
uno sgomento di lontano esilio,
che mi faceva andare in visibilio.

E quando tacque, mi lasciò pensoso
di pensieri più forti e più soavi.
«Costor», dicea tra me, «Re pauroso
degl’italici moti e degli slavi,
strappa a’ lor tetti, e qua senza riposo
schiavi gli spinge per tenerci schiavi;
gli spinge di Croazia e di Boemme,
come mandre a svernar nelle maremme.

A dura vita, a dura disciplina,
muti, derisi, solitari stanno,
strumenti ciechi d’occhiuta rapina,
che lor non tocca e che forse non sanno:
e quest’odio, che mai non avvicina
il popolo lombardo all’alemanno,
giova a chi regna dividendo, e teme
popoli avversi affratellati insieme.

Povera gente! lontana da’ suoi,
in un paese qui che le vuol male,
chi sa che in fondo all’anima po’ poi
non mandi a quel paese il principale!
Gioco che l’hanno in tasca come noi».
Qui, se non fuggo, abbraccio un caporale,
colla su’ brava mazza di nocciolo,
duro e piantato lì come un piolo.

venerdì 1 febbraio 2008

Nel Nulla senza capire

19-01-2002, 12:27
shelburn

Nel Nulla senza capire


Tutte le cose
che mi parean belle
appassiranno
come un timido fiore di primavera.

Tutte le cose
ch’amai son perdute,
e resteranno
solo il ricordo d’un inutile passato.

Tutte le cose
che mi sopravviveranno
son vani ricordi,
freddi nella pioggia e consumati.


S’io potessi svanire
nel Nulla senza capire…

non accarezzerebbe, dolce,
l’aura fresca il viso
né giocherebbero
festosi
i raggi caldi
con l’onda allegra
tra la gente
e il loro sorriso

Non sarebbe vana
quella tenera illusione
che di me si prese gioco..

io svanirei
nell’alba dell’infinito,
come effimera cosa,
che s’attenua e fugge lontana.

Il silenzio
del non ricordo
e del non essere,
il nulla di tutto,
mi accoglierebbe amico..


Ma dov’è la Speranza?
L’Incanto è fuggito,
e se piangi
potrai udire
la voce del Tempo che ride…

mercoledì 30 gennaio 2008

Cavalieri mongoli nella steppa

da:
http://www.letterealdirettore.it/forum/showthread.php?t=6269

25-10-2002, 20:40
shelburn

Cavalieri mongoli nella steppa

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"Giovanni di Pian del Carpine,
nelle lande sconfinate,
che cerchi tu?"

"Le genti cerco, nostre
di salvare, innocenti;
le gioie, con tanto sudor stipate,
e la virtù.

Per questo
ho superato
altissimi monti austeri,
placidi fiumi,
e piane ostili ai forestieri

Per questo ressi
lo sguardo fero,
del mongolo spaventoso,
le tempeste e il gelo,
senza darmi riposo.

Sul giaciglio duro,
infin dormendo
cedevo al sonno,
avendo scritto con animo puro
delle orde il costume orrendo.

Per questo,
dopo aver descritto
ogni momento
ogni parola, ogni gesto strano,
ogni tenda al vento,

dopo tante domande,
dopo le risposte, tante
scrissi per voi
questo libro
crudele e appassionante."