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venerdì 26 marzo 2010

LETTERA DI UN UOMO ONESTO


Cara Emma,

sono rientrato ieri mattina da un tour di force di tre giorni, con prima tappa a Miami dove, su invito del Dipartimento di Stato USA (quello della Signora Clinton così offesa con me, tanto per capirci), ho raccontato la nostra esperienza dell'Aquila davanti ad una platea di tecnici ed esperti che volevano capire come ricostruire Haiti. Mi pare che siano rimasti a bocca aperta davanti al nostro lavoro.
bertolaso papa jpegbonino vista da PDL

Poi sono stato a Port-au-Prince, dove ho toccato con mano l'affetto e l'amore che gli haitiani nutrono oggi per l'Italia, dopo aver visto all'opera il nostro team, la nostra squadra composta da volontari, medici, infermieri, tecnici, vigili del fuoco, marinai, piloti, alpini, genio militare, carabinieri, che usando come piattaforma tecnologica la nostra Ammiraglia, Nave Cavour, hanno svolto un lavoro esemplare che ha riscosso l'ammirazione della popolazione locale e di tutte le organizzazioni bilaterali e internazionali presenti sui luoghi di quel tremendo terremoto.

Abbiamo fatto vedere cosa sia davvero il Sistema Italia, una squadra compatta, coesa, che ha lavorato con il sincronismo di un orologio svizzero e si è meritata le lodi della Signora Ministro degli Esteri Europea, scritte in un telegramma di sintesi della riunione dei Ministri degli Esteri dei Paesi Europei, tenuta a Bruxelles, di cui troverai traccia sul nostro sito.

Abbiamo dimostrato, ad Haiti, come si può coniugare la passione e la disponibilità dei civili con l'organizzazione e la competenza dei militari. Abbiamo, ancora una volta con i fatti, presentato un modello Italia che è il migliore per prestare aiuto in tempi brevi e in modo efficace in qualsiasi parte del mondo indifferente alle telecamere e ai taccuini di chi vuole raccontare verità non vere.

Prima di partire da Haiti ho incontrato Bill Clinton, che mi ha detto:" I love Italy, I love your job", e mi ha chiesto di venire a L'Aquila per capire come abbiamo potuto gestire un terremoto fra i peggiori della nostra storia moderna.

Al mio arrivo in ufficio, ieri mattina, ho trovato ad accogliermi il volantino elettorale che Ti allego.

Un volantino a sostegno della Tua candidatura, quella che conosco come una donna in gamba, preparata, capace e, come noi, abituata a lottare per i propri ideali senza guardare in faccia a nessuno.

Ma sono rimasto sconvolto aprendo il volantino e leggendone il testo, che fa commenti vergognosi, allusioni, riferimenti alla vicenda che mi ha devastato la vita a titolo personale, ma che nulla ha a che vedere con il sistema della Protezione Civile che tutti insieme abbiamo contribuito a realizzare e che si è imposto all'ammirazione dell'opinione pubblica internazionale.

La Protezione Civile viene derisa in modo squallido. Quelli "che lavorano con la Protezione Civile... se la ridono!" è una frase inaccettabile, indegna, di una bassezza paurosa. Chi sarebbero quelli che ridono? Io? I miei collaboratori, quelli che vestono la maglietta bordata con il tricolore che tu conosci benissimo per averla anche indossata quando eri con noi in Sri Lanka? Le migliaia di italiani che hanno "lavorato con la Protezione Civile" dal 6 aprile del 2009 per assistere ed aiutare in ogni modo la popolazione colpita dal sisma?

Alle 3.32 di quella notte io non ridevo, nessuno di noi lo ha fatto. Con l'angoscia e l'ansia nel cuore, con la consapevolezza che ci attendevano giorni drammatici ci siamo tutti precipitati a garantire quei soccorsi e quegli interventi, ai quali moltissimi di noi hanno fornito un contributo determinante.

Basta rivedere le immagini della nostra sala operativa quella notte per capire l'enorme impegno con il quale tutta la Protezione Civile si è precipitata a dare il meglio di sé.

Lo abbiamo fatto per giorni e notti, per settimane e mesi senza mai guardare l'orologio e il calendario, senza sosta, crollando dalla stanchezza e dalla fatica ma andando avanti sempre con totale determinazione, condividendo ogni istante con i terremotati sole, caldo, neve, fango, pioggia e tanta fatica, coinvolgendo in questo sforzo decine di migliaia di persone di ogni parte d'Italia che non si sono risparmiati dando il massimo e il meglio di se stessi. L'abbiamo fatto con sacrifici personali, sul piano dei rapporti famigliari, della nostra vita normale che ci siamo lasciati sconvolgere sapendo perchè lo facevamo e con quale spirito stavamo all'Aquila.

In questi ultimi mesi sono stato oggetto d'indagine, e lo sono tuttora, e intendo precisare che i magistrati non hanno formulato né a carico mio né di altri del Dipartimento nessun capo di imputazione in relazione a fatti accaduti nel corso di esecuzione dei lavori previsti per fronteggiare l'emergenza terremoto in Abruzzo.

I media si sono incaricati di gestire un loro processo, nel quale intercettazioni raccolte a titolo di indizio sono state contrabbandate come prove assolute e inconfutabili sia della mia personale colpevolezza, sia del rischio di lesione grave alla democrazia derivante dal ruolo svolto dal Dipartimento in relazione alla gestione dei Grandi Eventi.

Mi sono limitato, in tutto questo periodo, a difendere la mia onorabilità e la mia estraneità ai fatti di cui si pretendeva fossi il protagonista, senza reagire a strumentalizzazioni ad uso politico peraltro evidenti, giunte sino alla menzogna usata nelle sedi istituzionali, come nel caso delle dichiarazioni infervorate che ho ascoltato in Parlamento nei giorni di discussione del decreto legge, che mi accusavano di voler privatizzare la Protezione Civile senza provare la minima vergogna, quando bastava leggere i testi che questi illustri Parlamentari stavano discutendo per essere sicuri del contrario.

Non ho reagito quando è venuta fuori la storia di questi ignobili faccendieri che ridevano pensando ai futuri guadagni, se non per associarmi alla condanna più ferma di un comportamento semplicemente inumano, che tu sai bene quanto io possa aver gradito. Non ho reagito neppure quando nella tela disegnata dai miei diffamatori si è cominciato a capire che non ero certo io al centro dell'inchiesta, ed anche il Corriere della Sera ha smesso di rubricare le notizie sotto la voce Protezione Civile.

L'ho fatto per rispetto delle Istituzioni ed anche del momento politico, segnato da una campagna elettorale che resterà nella memoria degli italiani come una delle più ricche di offese tra gli schieramenti e più povere di contenuti, offuscati dalle grida e dalle ingiurie scambiate a gran voce tra i contendenti.

Questo non è bastato, con buona evidenza. Oggi non posso accettare che si faccia campagna elettorale usando frasi allusive e gravissime, che denigrano una realtà come la Protezione Civile del nostro Paese, che la stragrande maggioranza dei nostri connazionali stima ed apprezza per quello che ha saputo dimostrare in ogni situazione, per presentarla come una appendice di un circolo di "amicizie pericolose", dove convivono la mia maglietta, le divise dei volontari e gli infami imbecilli che ridono delle sofferenze altrui.

Questo non è giusto né è serio, questa ignobile strumentalizzazione mi scandalizza, come ha sconvolto i miei collaboratori più diretti, compresi quelli che non si riconoscono nella attuale maggioranza di governo.

Per questo ho dato mandato ai miei uffici di chiedere il patrocinio dell'Avvocatura dello Stato per attuare ogni occorrente azione a tutela del prestigio del Dipartimento stesso a fronte della gratuita diffamazione del PD romano, che "firma" con logo ed indirizzo di posta elettronica il volantino.

So bene che, con ogni probabilità, non hai neppure visto il volantino con la Tua fotografia in copertina. Sono anche certo che, se Tu lo avessi intercettato in tempo, non avresti dato il Tuo ok ad un simile testo. Ma resta il fatto che il volantino è stato prodotto e firmato e considerato legittimo da chi l'ha redatto perchè, con le vicende sia mediatiche che politiche che mi hanno riguardato, è stata data l'impressione che fosse diventato lecito a chiunque sparare sulla Croce Rossa, come si diceva una volta, e tirare in ballo la Protezione Civile per rendere più appetitose notizie false costruite ad arte.

"Lavorare con la Protezione Civile" si può fare in tanti modi, a vario titolo. Siamo in tanti a farlo con onestà e pulizia, sia che si tratti di catastrofi, sia che ci si debba occupare di Grandi Eventi. Poi ci sono i fornitori della Protezione Civile, coloro che vincono gare per le forniture di beni e servizi. Sarà forse necessario rivedere i criteri di ammissione delle imprese alle gare, per individuare anche clausole che escludano le iene che ridono di notte e che impediscano ai servitori dello Stato infedeli di fare danni. Ma, allo stato, considero le accuse che ricevo al riguardo alla stregua delle credibilità che potrebbe avere, per farmi cambiare giudizio su di Te, apprendere che il Tuo parrucchiere picchia la moglie, che l'idraulico che ti ha risistemato il bagno ha rubato, che il Tuo autista è razzista.

Credo sia responsabilità prima ed assoluta di chiunque si occupi delle Istituzioni, di chi si candida a governarle, salvaguardarne l'onorabilità, la credibilità, il buon nome, che costituiscono un patrimonio che chiunque vinca la elezioni deve trovare disponibile. Non si può fare campagna distruggendo la macchina che ci si candida a guidare, legittimando i comportamenti di chi prende senza prove le Istituzioni a martellate e a calci, derubricando la gravità di questi fatti perchè chi li compie è critico verso l'attuale conducente.

Questo non è amore per la democrazia, è pazzia irresponsabile.

Io non ci sto. Se la prendano pure con me, ma nessuno è autorizzato a diffamare la Protezione Civile, che deve continuare ad essere una Istituzione che gode della fiducia dei cittadini, guadagnata sul campo, che ci sia io oppure un altro alla guida del Dipartimento.

Se non ci fosse di mezzo la campagna elettorale, so che ti sentirei e che mi daresti ragione. Aspetto volentieri che prima si voti.

Guido Bertolaso

[26-03-2010]

domenica 19 luglio 2009

Come si governa con un opposizione così ? (click)

LA DITTATURA DEL GIULLARE


Beppe Grillo ha vinto la sua battaglia quando, per impedirgli di prender parte all’imminente congresso e alle successive primarie, Dario Franceschini, tuttora segretario del Partito democratico, invece di mandarlo decisamente a quel paese s’è appellato alle norme della burocrazia interna, come peggio non avrebbe potuto fare un piccolo ragioniere. Norme burocratiche che come c’era da aspettarsi il comico ha potuto aggirare grazie alla compiacenza dei democratici compagni del circolo Martin Luther King di Paternopoli, che solo così sembra già una trovata cabarettistica. Grazie alla quale, però, Grillo - l’uomo che ha dichiarato morta la democrazia reale, liquidata da quella virtuale delle chat, dei blog e di Facebook - da spalla, da comprimario, da macchietta che era si ritrova protagonista e punto di riferimento del dibattito politico. Con le carte (burocratiche) in regola per candidarsi alla segreteria del Partito democratico, di riffa o di raffa erede del Pci di Togliatti e di Berlinguer.
Che ciò sia potuto succedere, è una colpa gravissima che pesa su tutta la sinistra italiana, su tutti i «sinceri democratici» appartenenti alla società civile. In particolare di quelli che hanno vezzeggiato i Nanni Moretti, i Pancho Pardi e i girotondini; i fan della Dandini e di Daniele Luttazzi, gli abbonati a Micromega. Quelli che in perfetta sintonia con Grillo ripongono il futuro della nazione nelle mani del «popolo del web». Intendiamoci, un buffone - buffone di professione, iscritto alla Siae - che getta nel marasma i progressisti e che rischia addirittura di mettersene alla guida è cosa che lì per lì dovrebbe compiacere l’Italia maggioritaria liberale e democratica. La sinistra che finisce in avanspettacolo è pur sempre una bella soddisfazione. Ma anche se gode di un basso indice di gradimento, la politica è quell’insieme di cose che, virino a destra o virino a sinistra, concerne tutti noi. E il dover constatare che ne diventa protagonista, che ne diventa animatore Beppe Grillo lascia fortemente perplessi. Forse il programma del governo Prodi, duecento e passa pagine, era un po’ prolisso, ma il programma di Grillo riassunto nei suoi monologhi, quello lascia, per pochezza, per povertà o meglio per conformismo delle idee e per demagogia pauperista, davvero sgomenti.
Un uomo così alla guida di un grande partito e dunque in teoria alla possibile guida del Paese? Uno che non fa distinzione tra la una gag e una riflessione politica, riducendo a gag questa ed elevando a politica quella? Uno che manifesta in modo così palese che il proprio impegno sociale, che i sermoni moralistici, che gli attacchi ai poteri forti, che la demagogia dispensata a piene mani hanno come scopo «colpire la pancia», suscitare l'applauso e di conseguenza far palanche, come le chiama il genovese Grillo? Da un comico non si pretende né la buona fede né che sia mosso da ideali. Ma da un politico sì. Anche se gli ideali dovesse poi chiamarli sogni, cosa che accade sempre più frequentemente. È da qualche mese che la sinistra batte e ribatte sulla pessima immagine che per via di certo ciarpame, poi rivelatosi inconsistente, dà di sé l’Italia. È la pagliuzza negli occhi, laddove la trave è rappresentata dal partito dell’opposizione messo nel sacco da un Beppe Grillo qualsiasi, dalla «parte migliore della società», come si definisce la sinistra, da coloro che si ritengono addirittura «antropologicamente diversi», che stanno per mettersi nelle mani di un guitto. E qui il ciarpame c’è, c’è tutto.

venerdì 29 maggio 2009

Dai comunisti ai «pop brezneviani», ecco la ex sinistra (click)

L’unica cosa certa – oggi – ripercorrendo l’orgia di parole del tempo in cui tutti si chiedevano come sarebbe stata la nuova stagione che si annunciava, è che invece stava finendo una grande storia. Oggi si può dire senza dubbio che il salvataggio non ha avuto l’esito sperato, e la parola «sinistra» ha ceduto il passo a un aggettivo – «democratico» – che gli stessi protagonisti di quella Svolta, all’epoca, consideravano poco meno che una bestemmia. Il Partito democratico non è arrivato come un traguardo, ma come una resa, o un tentativo di lifting. Non ha prodotto la leadership di una nuova generazione, ma il ricongiungimento con un’altra storia di «post», senza più storia. L’unica differenza fra i post-comunisti alla Veltroni e i post-democristiani alla Franceschini è che i primi si vergognano del proprio passato, e gli altri no.

Questo singolare almanacco di paradossi e di idoli infranti, per i leader del centrosinistra, dovrebbe se non altro rappresentare il segnale che qualcosa di profondo non va: è diventato, invece, una delle altre grandi rimozioni del loro dibattito politico. Dopo quattordici anni di battaglie elettorali sempre e comunque drammatiche (fra le politiche del 1994 e quelle del 2008), è che qualunque postcomunista si sia candidato alla guida del Paese – da Achille Occhetto, a Massimo D’Alema, da Piero Fassino (sia pure in tandem) a Walter Veltroni – è stato sconfitto. Tre coincidenze, scriveva Agatha Christie, fanno un indizio. E in questo caso forse può aiutare il fatto che lo stesso sia accaduto a Francesco Rutelli. Nessuno aveva capito – in quel giorno di jacquerie – che insieme alla storia del comunismo si stava rottamando anche quella del socialismo italiano. E che anche questo ennesimo parricidio (dopo il proprio, anche quello del padre degli altri) avrebbe lasciato un vuoto incolmabile. Anche questo epilogo era già inscritto nella storia del 1989, nel dialogo tra sordi, incompiuto e impossibile, tra Bettino Craxi e Achille Occhetto.
La cosa più difficile da spiegare è come sia potuto accadere che tutti e quattro i leader messi in campo dalla sinistra (o da quel che ha preso il suo posto) dopo il 1989, siano stati tutti sconfitti dalla stessa persona: un imprenditore catodico nato prima della Seconda guerra mondiale che di nome fa Silvio Berlusconi. Una delle prime barzellette che finirono nell’archivio del Kgb, quando l’ironia in Unione Sovietica divenne improvvisamente un efferato reato, fu quella che suonava così: «Un giudice si piega in due dal ridere. Un collega gli chiede cosa c’è di così buffo. “Ho appena sentito la storiella più divertente della mia vita”, gli risponde divertito il giudice.

“Raccontamela”, lo prega il collega. E il giudice: “Non posso! Ho appena condannato un tizio a cinque anni di lavori forzati per averlo fatto...”». Ecco, quando sento parlare molti dirigenti del Pd mi viene in mente quel geniale apologo. Il fondatore del Pds – Achille Occhetto – da molto tempo non fa più parte di quel partito, e tantomeno è entrato in quello nuovo che ha preso il suo posto, tra amarezza, rancori e polemiche. È un paradosso: ma loro non ne hanno mai parlato. Hanno derubricato e rimosso. Parlarne significherebbe prendere atto che lo hanno adulato prima e accoltellato poi, e questo non è carino. Altrettanto curiosamente, anche Romano Prodi, fondatore del partito che ha sostituito i Ds – il Pd – si è dimesso a sua volta dalla carica di presidente: e ovviamente anche lui tra amarezza, rancori, e polemiche. È incredibile: ma neanche di questo si è mai discusso, nel Pd. Farlo, avrebbe comportato prendere atto che fino al giorno prima della sua caduta Prodi era considerato un grande statista, e che un attimo dopo è stato degradato a un re Tentenna, debole e incapace. E anche questo, ovviamente, non è carino.

L’ultimo archiviato è stato Walter Veltroni. Era stato acclamato, persino dai suoi peggiori nemici, come un salvatore della patria. Si è dimesso una mattina, con una conferenza stampa tenuta nella cornice suggestiva del Tempio di Adriano, e da quel giorno su di lui non si è più ragionato. Farlo avrebbe voluto dire che è stato considerato un sindaco geniale, e subito dopo un leader inetto e vocato alla fuga. E quindi nemmeno questo era carino. Meglio non pagare mai il conto, e contrarre nuovi “debiti”. Dopo aver sentito un discorso bello ed elusivo, quello dell’addio di Veltroni, ero rimasto a contemplare le lacrime dei suoi fedelissimi e dei suoi Bruto, tutti in prima fila e assolutamente indistinguibili, e ho temuto che presto anche il suo erede potrà subire un trattamento analogo: tumulazione e rimozione, e un conseguente nuovo debito di analisi, acceso a spese della verità.

Questo avvicendarsi di incoronazioni e giubilazioni io lo chiamo “pop-breznevismo”. Perché nella mancanza di una dialettica democratica, esplicita, ancora oggi i postcomunisti e i loro eredi vivono con fatica l’idea che in un partito ci possano essere maggioranze e opposizioni: scomparso il comunismo, un unanimismo di sapore quasi brezneviano (molto più forte e ipocrita di quello che si respirava nell’ultimo Pci) è diventato il costume di un intero gruppo dirigente. Scomparso il comunismo, i suoi epigoni – proprio come l’homo sovieticus perfettamente immortalato da Berlinguer – non dicono mai la verità, e producono caramelle che rimangono attaccate all’incarto. Dicono che non sono più comunisti, e addirittura che non lo sono mai stati: eppure, nella loro vita interna, non sono mai riusciti a propiziare una sfida fra alternative chiare, un duello fra programmi e leader come avviene in tutti i partiti progressisti del mondo. Non c’è stato congresso, dal 1991 a oggi, che si sia aperto senza che se ne conoscesse già l’esito. Il rito del centralismo antidemocratico ha lasciato il posto a quello delle acclamazioni. Si sono spartiti il potere come i Borgia: fra complotti e pugnalate, sempre negando il conflitto e sempre sperando di poter concordare con il più odiato avversario politico cosa avrebbero dovuto fare vincitori e vinti. Tra un colpo di stiletto e uno scappellotto paternalista. Sempre cooptando il nemico con le regole della prossimità familistica, mai sfidando l’avversario con quelle della democrazia.

di Luca Telese

sabato 14 febbraio 2009

SARA' TUTTO VERO ? (click)

Il Pci ormai si è dissolto Ma ci si pente solo a metà

Luciano Violante, già comunista e ora postcomunista di spicco, se l’è presa con Il Riformista che ha pubblicato un suo atto di contrizione sulle foibe titolandolo: «Mi vergogno d’esser stato comunista». Il titolo, riassuntivo e incisivo come i buoni titoli devono essere, non ha travisato il contenuto dell’accorata confessione di Violante, il quale, esprimendo i suoi sentimenti di spettatore d’una rappresentazione dedicata appunto alle stragi di italiani per mano di comunisti jugoslavi (purtroppo anche per mano di comunisti italiani) aveva testualmente scritto: «Mi sono reso conto per la prima volta che la mia storia politica era stata dalla parte degli aggressori, di chi aveva legato il fil di ferro ai polsi delle vittime prima di precipitarle, non dalla parte di chi aveva i polsi legati. Dalla parte di chi aveva violentato e non dalla parte di chi era stato violentato». Eppure offensivo e falso è il titolo, secondo Violante, che ha interrotto la collaborazione con Il Riformista. Del che il direttore Antonio Polito ha preso atto «con mestizia».
Non sono tra coloro che esigono pentimenti da questo e da quello. La scena politica e la scena culturale sono affollate di transfughi ai quali è difficile - non fosse altro che per il loro imponente numero - chiedere conto di più o meno remote liaisons dangereuses. Ma almeno, quando il pentimento c’è, che sia riconosciuto con chiarezza, e non avvolto da alibi e attenuanti risalenti al fatto che il Pci era «diverso», e «diversi» i comunisti. Non indugio - l’ha già fatto da par suo Giampaolo Pansa - sulla grottesca inverosimiglianza di quel «per la prima volta». Ma come: c’è voluta una messinscena rievocativa, nel Giorno della memoria, per schiudere a Violante l’abbagliante verità delle efferatezze comuniste? Non ne aveva avuto sentore in precedenza? Ho stima per l’intelligenza di Violante: e quindi vedo in questo suo atteggiamento sbigottito non l’innocenza stolida dello sprovveduto, ma l’ambiguità di chi, nonostante tutto, vuole sempre avere ancoraggi sicuri. E rende omaggio ai combattenti di Salò, salvo poi precisare e rettificare.
Aggiungo che prendere atto - a Urss distrutta e comunismo relegato tra i ferri vecchi ideologici - di antichi misfatti è più facile adesso di quanto fosse alcuni decenni or sono. E tuttavia, da uomo di mondo, capisco la riluttanza d’un Violante a rinnegare in toto il suo passato militante. Che danno gli dà l’essere fuori dalla falce e martello, ma anche un po’ nostalgico dei medesimi? Nessuno. Se poi sopravviene - come è sopravvenuta - una bufera economica, i semipentiti e quasi convertiti possono sempre riesumare qualche anatema d’annata contro il capitalismo avido e arido.
Vi fu un tempo in cui, nel Pci forte e duro di Palmiro Togliatti, i tentennamenti cauti, i compromessi astuti non erano consentiti. Dopo la brutale repressione sovietica della rivolta di Budapest, nel 1956, il capo della Cgil Giuseppe Di Vittorio sottoscrisse un documento «eretico». «Il Migliore» sentenziò che Di Vittorio era «un sentimentale e non un politico» e lo convocò alle Botteghe Oscure. Di Vittorio, reduce da un infarto, vi si recò con la moglie Anita che aveva pronta in borsa una siringa, se l’avesse preso un attacco. Quando uscì, il sindacalista era un uomo disfatto. Scoppiò a piangere e ad Antonio Giolitti, suo vicino di casa, disse che «la classe operaia non meritava cose simili». Ma poi si adeguò. Nell’ottavo congresso del Pci (dicembre 1956) un delegato di Firenze, Valerio Bertini, si rivolse a Togliatti con una serie di domande che lo scandalizzarono per come erano rozze e volgari. Enrico Berlinguer, il tanto compianto Berlinguer, rimproverò compuntamente il Bertini per avere usato espressioni inaccettabili. E poi Togliatti replicò con la lingua di legno degli apparatchik esaltando «la critica costruttiva», ma deplorando «la critica distruttiva».
In confronto a quella stagione cupa e ferrigna, le successive ci appaiono indulgenti: con uscite ed entrate di sicurezza in abbondanza, per chi voleva passare da sinistra a destra o viceversa, e anche per chi preferiva tenersi in mezzo al guado. Ma anche se le foibe sono state coperte da un lungo silenzio, e anche se per molti anni l’identificazione dei trucidati con i fascisti è stata contrabbandata come verità, Luciano Violante ne ha di sicuro sentito parlare abbondantemente. Dalla foiba di Basovizza gli angloamericani estrassero, tra il luglio e l’agosto del 1945, «450 metri cubi di resti umani». In contemporanea i comunisti triestini e il Pci inneggiavano a Tito. Il giorno in cui i miliziani del maresciallo entrarono in una Trieste costernata l’Unità inneggiò «Trieste è libera». Queste cose non sono mai giunte all’orecchio, o agli occhi, di Luciano Violante? Io credo che le sappia da molto. Se gli fanno orrore questo torna a suo merito. Ma la sorpresa no, quella ce la deve risparmiare.

di Mario Cervi

lunedì 1 settembre 2008

DA LUCHY

lunedì 01 settembre 2008, 07:29
> Le relazioni pericolose: da Marcos a Ocalan
> di Stefano Filippi
>
> Dice il saggio: dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi
guardo io. Ma
> il rifiuto della supervisione divina (essendo l'Onnipotente
impegnato a
> spacciare oppio tra popoli) condanna i pronipoti di Marx a
imbrogliarsi
> perennemente tra gli uni e gli altri. Prendiamo Prodi, per
esempio: è amico
> o nemico dei compagni di Rifondazione? Nel '96 lo fanno eleggere a
Palazzo
> Chigi, nel '98 lo impallinano, passati dieci anni lo votano di
nuovo per poi
> friggerlo a fuoco lento in altri 24 mesi. «Grande è la confusione
sotto il
> cielo, dunque la situazione è eccellente», sentenziava Mao, altro
padre
> nobile di Bertinotti and friends. E nel trionfo della confusione,
ecco
> spiegata la passionaccia di Rifondazione per le amicizie
pericolose,
> l'irrefrenabile spinta a difendere gli indifendibili, ad aiutare
gli
> inaiutabili, a finanziare gli infinanziabili. Fausto Bertinotti ne
ha messo
> insieme un campionario difficilmente eguagliabile. È del gennaio
1997 il
> filotto Marcos-Castro: un viaggio nel Chiapas e poi a Cuba.
>
> La foto dei due subcomandanti uno di fronte all'altro fece il giro
del
> mondo: Fausto in elegante maglia a righe orizzontali modello
Piazzetta di
> Capri e in mano il «Don Chisciotte» di Cervantes (definito da
Liberazione
> nientemeno che «un manuale contro il neoliberismo»), Marcos in
divisa
> guerrigliera con tanto di berrettino, passamontagna e cartucciere.
E quando
> Bertinotti atterrò all'Avana dal Messico, ad attenderlo trovò un
invito a
> cena del grande Fidel, il campione di tutte le democrazie
latinoamericane.
> Una cena al palazzo del Consiglio di Stato in piazza della
Rivoluzione che
> gettò in un certo imbarazzo Piero Fassino, allora sottosegretario
agli
> Esteri, che fu costretto a precisare: «La politica estera
dell'Italia è
> chiara e definita, non credo che un viaggio nel Chiapas la farà
cambiare».
> L'appoggio alle Farc è patrimonio del sub-subcomandante Ramon
Mantovani, a
> lungo responsabile esteri del Prc. L'ex parlamentare è un habitué
della
> foresta colombiana, uno che chiama «leggendario» il capo supremo
delle Forze
> armate rivoluzionarie colombiane, il sanguinario Manuel Marulanda,
una
> mammoletta soprannominata «Tirofijo» (cioè mira precisa) su cui
l'agenzia
> antidroga americana ha posto una taglia di cinque milioni di
dollari. Uno
> che garantisce: «Se i gringos venissero troverebbero un bel
benvenuto,
> sarebbe un nuovo Vietnam».
>
> Lo scorso marzo, quando «il compagno, il comandante Raul Reyes»
(uno dei
> capi della guerriglia) fu ucciso dai reparti speciali
dell'esercito di
> Bogotà, lo commemorò in un toccante articolo pubblicato da una
rivista come
> Limes che non citava neppure alla lontana Ingrid Betancourt. Il
sub-sub
> Ramon, assieme al sub-sub-subcomandante Marco Consolo, avevano
portato Reyes
> in Italia, ospite di Rifondazione, facendolo ricevere alla
Farnesina nel
> 1997. Da anni le Farc usavano il traffico di cocaina come
principale forma
> di autofinanziamento. Mantovani però preferiva ricordare con
commozione un
> altro genere di conforto, una bottiglia di whisky Buchanan 18 anni
stappata
> nella foresta dall'uomo «che lottava con le armi e con l'ironia».
Il
> capolavoro della coppia Mantovani-Consolo fu l'arrivo in Italia di
Abdullah
> Ocalan, il terrorista turco leader del partito curdo Pkk che il
sub-sub
> prelevò a Mosca e scortò in aereo a Roma, nella certezza che il
governo
> «amico» di Massimo D'Alema (il quale doveva riconoscenza ai
Bertinotti-boys
> per avergli spalancato le suite di Palazzo Chigi) gli avrebbe
concesso asilo
> politico. Quelli di Rifondazione sono così: romantici, sognatori,
utopistici
> Sono certi che con gli amici tutto si aggiusta.
>
> Sono convinti che Ocalan, Marcos, Reyes non sono nemmeno compagni
che sbagliano, ma compagni che fanno esattamente ciò che deve essere
fatto. Pensano che la Costituzione italiana, le leggi, i rapporti
internazionali siano pastoie che loro possono aggirare. Nel momento
in cui il fondatore del Pkk scese all'aeroporto di Fiumicino, i suoi
accompagnatori ignoravano che l'Italia non poteva né estradarlo né
ospitarlo, non si curavano di creare un incidente diplomatico
convogliando su D'Alema le accuse di violare le norme costituzionali
che regolano il diritto di asilo. E se ne fregavano se la Turchia
avrebbe decretato l'embargo contro le aziende italiane: tanto peggio
per il padronato. Ma tant'è, per Rifondazione le amicizie davvero
pericolose non sono quelle con i terroristi, ma con gli imprenditori
asserviti al capitale.
>

giovedì 28 agosto 2008

DA CONSERVARE IN UNO SCAFFALE A PARTE (click)


TANTO VA LA GATTA AL LARDO CHE CI LASCIA LO ZAMPINO.