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domenica 15 agosto 2010

GIOVANNO GIOLITTI (click)


martedì 23 marzo 2010

A FUTURA MEMORIA


Un articolo a orologeria
Scritto da Marco Cavallotti
martedì 23 marzo 2010

Da sin. Molotov, Stalin, Ezov
Si parla e si straparla di sentenze e di denunce "a orologeria". Questo articolo lo è, senza dubbio. Ma non si lamentino le "vittime" del PD: se avessero saputo ripensare seriamente agli errori ed ai crimini che hanno commesso ed a quelli che hanno consentito di commettere negli ultimi decenni, senza fare una piega e senza minimamente vergognarsi, questo articolo – o meglio, questo promemoria – sarebbe del tutto inutile. Sarebbe una cartuccia a salve. Se spara davvero è tutta colpa loro.

Riportiamo pari pari una lettera del Procuratore sovietico Višinskij: la sua statua troneggiava, fino al 1991, nel bel mezzo della piazza della Lubjanka, sulla quale si affaccia il palazzo del famigerato KGB. Fu uno dei più crudeli e fanatici persecutori del suo popolo, mandò ai Gulag e alla morte centinaia di migliaia di persone, collaborò con un ruolo di primo piano – quello della pubblica accusa – alla persecuzione e allo sterminio di intere categorie di cittadini invisi al regime staliniano.

La lettera che riportiamo, a firma di questo gentiluomo, è indirizzata ad un altro famoso carnefice e coprotagonista del Grande Terrore del 1937-38, Nikolaj Ežov, responsabile del Commissariato del popolo per gli affari interni (Nkvd). Essa riporta un lungo brano di una missiva del Procuratore del Bamlag (il Campo di lavoro correttivo della regione Baikal-Amur), che denuncia orrori e misfatti. Visti mittente e destinatario, nasce il dubbio che la missiva fosse stata concepita, più che per deplorare le condizioni di vita (?) nei Gulag, per denunciare lo "spreco" di manodopera gratuita, sfruttabile per i lavori più gravosi e più folli, come si usava fare in quegli anni, in cui una percentuale rilevante della produzione sovietica era dovuto ai lavori forzati dei prigionieri. Insomma, più che una denuncia – da parte di un personaggio che nei Gulag aveva mandato centinaia di migliaia di persone ben conoscendo la loro fine – la lettera appare come un regolamento di conti tra carnefici. Come è noto, Ežov fu silurato nel '38 e fucilato nel '40.

In quegli anni, Palmiro Togliatti, il Migliore, viveva a Mosca, era perfettamente in grado di vedere tutto dato il suo alto ruolo direttivo, ma evidentemente guardava da un'altra parte. E anche qui, varrà la pena di aprire una parentesi: un partito capace di autocritica e di discussione seria sui propri errori non consente senza proposte di rettifica la pubblicazione di una voce "Palmiro Togliatti", come quella che si trova ancor oggi su Wikipedia in italiano, piena di preterizioni e falsità. E non si dica che queste voci di Wikipedia Italia sono state scritte da altri, magari da "nemici interessati". Ma questa è un'altra storia, della quale parleremo con calma.

Per intanto, converrà soffermarci su un'osservazione generale: questo documento – e il volume che lo contiene – è stato tradotto e pubblicato in Italia in un contesto che sembra tenda a vedere i crimini dello stalinismo non come terribile normalità, ma solo come aberrazione eccezionale, propria del pur vasto mondo del Gulag, e non della società intera dei cittadini sovietici. Sembra spesso che si tenda a mostrare gli orrori del Gulag per farci dimenticare gli altri… E questo è il più grande imbroglio che oggi possa essere tentato nei riguardi nostri, e l'insulto più vergognoso per una popolazione che anche fuori da questi mostruosi campi di sfruttamento e di morte ebbero la sventura di vivere in quei Paesi in quei tempi.

_____________________

Nota del Procuratore dell'Urss A. Ja. Višinskij per il Commissario del Popolo agli affari interni N. I. Ežov sui risultati dell'ispezione condotta nel lager dell'NKVD dell'Urss.

19 febbraio 1938

Segretissimo

Al Commissario del Popolo agli affari interni dell'Unione Sovietica Commissario generale della Sicurezza dello Stato

L'ispezione condotta dalla Procura dell'Urss sulle condizioni di detenzione nel lager Bajkalo-Amurskij, Dal'ne-Vostičnyj, Ussurijskij-Pečorskij ha accertato che in alcune sottosezioni di questi campi le condizioni di detenzione sono insoddisfacenti, e in singoli casi assolutamente intollerabili.

Così per esempio nella colonna [ovvero unità] n° 52 della diciassettesima sezione (nella zona della stazione di Bikin, a 8 km dal confine con la Manciuria), sono custoditi 500 detenuti. Essi sono alloggiati in baracche fredde e sporche, con tavolacci sudici. A causa della mancanza di criteri precisi nella distribuzione dei detenuti nelle baracche, gli elementi più corrotti si sono creati le condizioni migliori, hanno occupato i posti migliori (vicino alla stufa), sottraggono la razione e gli abiti di coloro che lavorano, ragion per cui i detenuti non sono stimolati a uscire al lavoro. 222 detenuti non escono affatto; di questi, 98 non lavorano perché sono completamente privi di calzature e vestiti. Fra questi detenuti c'è un gruppo talmente miserabile e infestato dai pidocchi da rappresentare un vero pericolo per quelli che lo circondano dal punto di vista sanitario. Questo gruppo di detenuti si è talmente abbrutito che ha perduto ogni sembianza umana. Per l'insufficienza di cibo (data la razione punitiva), raccolgono rifiuti di cucina e, secondo le parole di alcuni detenuti, queste persone mangiano ratti, cani e, come ha comunicato il capo-colonna, nella zona della colonna è rimasto vivo un solo cane, che appartiene a lui personalmente. A causa del vitto insoddisfacente nell'infermeria sono ricoverati detenuti estremamente deperiti, e anche con le estremità congelate. […]

Il procuratore del Bamlag con la lettera 26 gennaio1938 mi ha comunicato quanto segue:

«Nell'infermeria dormono nudi sui tavolacci comuni, come sardine in scatola (letteralmente, non è un'eagerazione). Per settimane non vengono portati a fare il bagno per mancanza di biancheria. In alcuni reparti ci sono donne (su giacigli di legno) ricoverate insieme agli uomini. La malata di sifilide sta accanto al tubercolotico. Nella corsia comune, sul tavolaccio, ammassati l'uno sull'altro, giacciono insieme malati di risipola (contagiosa) e di malattie gastrointestinali. I tubercolotici insieme ai pazienti chirurgici. Dagli scaglioni in arrivo si prelevano i morti congelati (scaglione di Mosca).

I nuovi venuti non hanno addosso neanche la biancheria, nient'altro che stracci, e il guaio è che nel Bamlag non c'è un solo cambio di biancheria, né un paio di stivali, né un abito di scorta. Hanno il corpo coperto di croste, non vanno a fare il bagno, dato ch non viene data loro la biancheria, sui loro cenci strisciano a centinaia i pidocchi. Non c'è sapone. Molti non hanno nulla da mettersi per uscire alla latrina. La cosiddetta squadra dei convalescenti è costituita […] da una baracca buia in cui vivono senza alcuna biancheria, né giubbe, ma solo con delle giacchette lacere, delle parvenze di uomini, o più esattamente di selvaggi, o uomini dell'età della pietra, e gli scaglioni di gente seminuda continuano ad arrivare, e la gente raggiunge la nuova strada senza vestiti, senza scarpe, e da noi ci sono 20-50 gradi sotto zero. Non ci sono alloggi. Non abbiamo di che costruire alloggi, non ci sono strumenti, seghe, asce. Che fare? Dagli ultimi scaglioni prelevano i malati di tifo petecchiale. Qualcuno, qualcuno di ostile, fa in modo che la gente muoia per strada, muoia una volta arrivata alla destinazione.

Per non trattenere un vagone e non creare un ingorgo sulla linea ferroviaria, gli zelanti direttori della quattordicesima sezione hanno deciso di inviare a piedi per 17 km i detenuti, vestiti così com'erano arrivati, col risultato che del primo gruppo di 750 persone 5 sono morte per strada, e 92 hanno avuto le membra congelate (soprattutto i piedi). Nel secondo gruppo ci sono state 42 persone con segni di congelamento, e 30 nel terzo.

Per lunghi periodi non vengono distribuiti grassi. I malati di stomaco più deboli ricevono lo stesso vitto degli altri. Nell'infermeria non c'è zucchero (quattordicesima sezione). La situazione alimentare è disastrosa. Adesso, prima che le strade diventino impraticabili, 60.000-70.000 detenuti saranno spediti nella profondità della tajga, e i viveri sono garantiti per un solo mese. La gente si può ritrovare senza cibo, tagliata fuori dal mondo da paludi impraticabili, fino al mese di novembre. Centinaia di telegrammi inviati al GULAG sulla situazione catastrofica del campo restano senza risposta. Gli uomini sembrano bestie selvatiche, alcuni sono semifolli. Non ci sono ortaggi freschi. Fra due o tre mesi comincerà lo scorbuto, e intanto continuano a mandare e mandare uomini. In tre mesi e mezzo ne sono arrivati 75.000, e altrettanti sono in viaggio» […]

Sulla base dell'ispezione condotta all'Uchtpečlag ho accertato che anche in quel campo le condizioni di vita dei detenuti sono palesemente insoddisfacenti. Solo al 60% dei detenuti viene fornito un alloggio gli altri durante la stagione invernale sono distribuiti in tende inadatte alla vita in inverno. Neanche il 50% dei detenuti è fornito di abiti pesanti e scarpe. Per tale motivo durante il trasferimento di 2086 detenuti dal lagernyi punkt di Sindor al settore di Tobys, avvenuto il 4 novembre 1937 per disposizione dell'ingegnere capo dell'Uchtpečlag, Maksimovič, 16 detenuti rimasero assiderati durante il tragitto e morirono per il freddo e lo sfinimento. Contro i colpevoli di questo delitto, Maksimovič e altri, la procura del lager ha avviato un procedimento […]

da Oleg V. Chlevnjuk, Storia del Gulag. Dalla collettivizzazione al Grande Terrore, Torino, Einaudi, 1993.

mercoledì 6 maggio 2009

CURZIO MALAPARTE. (click)


Malaparte e Napoli / La storia di due nemici per "La pelle"

Malaparte e Napoli / La storia di due nemici per "La pelle"
Roma, 5 mag (Velino) - Stroncature sui giornali, anatemi nelle chiese, perfino il "bando morale" del Consiglio comunale, in grado di unire, sulla base di una generale riprovazione, comunisti e monarchici. Poche opere letterarie possono vantare tanto ostracismo nella città in cui sono state ambientate quanto "La Pelle". Nel giro di poche settimane, infatti, il romanzo di Curzio Malaparte - che la casa editrice Adelphi ha annunciato di voler ristampare a breve - inanellò a Napoli una serie di critiche senza eguali. Tutta colpa dello spietato ritratto dello stato di degrado e abiezione morale che all'indomani della Liberazione da parte degli americani si impossessò della città, incarognita dal conflitto e indotta per fame alle più turpi bassezze. Proprio come sarebbe avvenuto in seguito anche a Saigon, Beirut, Sarajevo e a tutte le città devastate dall'interno da un lacerante conflitto. Una tematica già di per sé scabrosa, ulteriormente appesantita dallo stile barocco di Malaparte e da un certo compiacimento nelle descrizioni più truculente. Era l'autunno del 1949, esattamente 60 anni fa, e nell'Italia che muoveva i primi passi nella democrazia, Napoli era considerata la capitale della cultura. Ovvio quindi che denunciarne l'abiezione imperante potesse essere interpretato come un'intenzione di mostrare che la città era ancora immatura per un tale ruolo.

Il risultato fu un'ostilità generalizzata, a cominciare dal mondo della cultura: il romanzo fu stroncato sia dai critici militanti che non, a cominciare dai quotidiani cittadini Il Roma e Il Mattino. Solo Edmondo Cione, filosofo idealista allievo di Benedetto Croce, fece propria una posizione più elaborata basata sul recupero della napoletanità, un'operazione basata comunque sulla ricerca dei galloni del passato per respingere la pochezza del presente. Emilio Cecchi sull'Europeo non si risparmiò: "Diciamo pure che egli ha fatto, Dio lo perdoni, una di quelle cose che veramente non si fanno. Meglio quasi il silenzio o l'ipocrisia che codeste equivoche bravure. Ha tirato in ballo, spogliato d'ogni decenza, miseria, vergogne, atrocità troppo gelose per adoperarle a scopo letterario". "Caro Cecchi, col silenzio e l'ipocrisia si diventa accademici d'Italia", fu la lapidaria risposta di Malaparte. Prese apertamente posizione anche il cardinale Alessio Ascalesi, che appena una decina di anni prima aveva benedetto le truppe che partivano per l'Africa e che nel romanzo era stato accusato di non aver assistito spiritualmente il popolo napoletano pur sapendo il degrado morale in cui stava sprofondando la città. Il porporato mobilitò le chiese e i parroci della diocesi e pochi mesi dopo "La pelle" finì nell'Indice dei libri proibiti.

"Fu una reazione mobilitata dalla piccola borghesia per il modo in cui veniva messo in mostra il senso morale della popolazione, perché di certo i ceti inferiori non avevano letto il libro", spiega al VELINO Luigi Parente, docente di Storia contemporanea all'istituto Orientale, che al caso ha dedicato il saggio "Una città contro. La polemica Napoli-Malaparte nel secondo dopoguerra". Una reazione "d'istinto" della società civile con una forte connotazione campanilistica, che in breve allignò anche nella politica. "La città d'altronde era un laboratorio politico di primo piano, perché fra la Liberazione e gli anni Cinquanta furono sperimentate soluzioni che venero poi estese a livello nazionale - rammenta Parente -: le Quattro giornate come prodromo della Resistenza, la politica nuova del Pci dopo la svolta di Salerno, il trionfo della destra poi diffuso a tutto il Mezzogiorno". I conservatori rispolverarono la grande tradizione della "Napoli nobilissima"; la sinistra socialcomunista, per bocca di Mario Alicata (fra i maggiori interpreti teorici del conformismo zdanovista), attaccò lo scrittore perché "La pelle" non parlava degli operai e dei lavoratori, secondo la consueta modalità adottata per eludere le critiche scomode.

Il risultato fu così una convergenza che si espresse pienamente il 15 febbraio 1950, quando fu addirittura il Consiglio comunale a occuparsi del caso Malaparte, al quale fu perfino impedito di difendere in aula le proprie ragioni. A convocare l'assemblea, con un ordine del giorno ad hoc, furono i consiglieri Michele Parise e Giuseppe Cicconardi, rispettivamente dell'Uomo Qualunque e del Partito liberale. La seduta fu talmente accesa da indurre il consigliere monarchico Antonio Nardone a gridare: "Bruciamo questo libro nell'aula". Alla fine, fu raggiunta l'unanimità sulla necessità di un "bando morale". Solo il consigliere Gennaro Fermariello, un ex azionista, si astenne. Fu l'unico a parlare delle turpitudini di quei giorni del 1944 come del segno della Vandea. Ma la polemica fra un'opera di narrativa e la cultura napoletana non finì con Malaparte. Nel 1953 protagonista di un episodio simile fu, ancora una volta, un autore non partenopeo: Anna Maria Ortese. La sua colpa? L'ultima parte de "Il mare non bagna Napoli" (1953), intitolato "Il silenzio della ragione". Un impietoso ritratto del mondo degli intellettuali napoletani che avevano fatto parte del cosiddetto Gruppo Sud, come Michele Prisco, Domenico Rea e Pasquale Prunas, appiattiti sulla conservazione dell'esistente più che sul desiderio di trasformazione. Fra le critiche del Pci, si distinse quella di un giovane deputato non ancora trentenne. Il suo nome era Giorgio Napolitano.

domenica 3 agosto 2008

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domenica 03 agosto 2008, 07:00

La rivelazione di Fioravanti: «I familiari delle vittime mi han scritto: basta odio»
Di Gian Marco Chiocci

Valerio Fioravanti, al di là dei soliti fischi in piazza e delle dichiarazioni dei colpevolisti a oltranza, questa ricorrenza della strage di Bologna sembra essere diversa dalle altre...
«È così. Qualcosa sta cambiando: la gente, l'opinione pubblica, la politica, la stampa. Tutti hanno iniziato ad aprire gli occhi, qualcuno è andato oltre cominciando a ragionare su ciò che per anni è stato nascosto e che finalmente sta emergendo a livello internazionale. Parlo soprattutto del famigerato Carlos e del sua rete Separat legata ai palestinesi. Il superterrorista ha ammesso, per la prima volta, che l'esplosivo di Bologna era il suo. Ed è una novità non da poco, che però è passata, e continua a passare, sotto silenzio. Ma per me e per Francesca (Mambro, la moglie, ndr) questa ricorrenza ha un sapore diverso soprattutto per un altro motivo».

Quale?
«Per la prima volta è accaduto un fatto per noi epocale: due persone che hanno perso i loro cari alla stazione di Bologna ci hanno scritto una lettera bellissima in occasione del compleanno di Francesca. Parole meravigliose, intime, di distensione. Ne è nato un rapporto. Loro, prima di altri, hanno capito che è venuto il momento della pacificazione».
Sta dicendo che si sta spaccando il fronte colpevolista dei familiari delle vittime?
«Sto dicendo che a distanza di anni, al di là di quanto sta finalmente emergendo, non tutti coloro che hanno subito un lutto per l’esplosione di quella maledetta bomba, hanno voglia di insistere con la contrapposizione a oltranza e le parole d'odio. Non sentono più il bisogno di dare addosso per forza ai neofascisti Mambro, Fioravanti e Ciavardini perché così è sancito nelle linee guida dell’Associazione».


Il cui presidente, ieri, è tornato ad attaccarvi dicendo che è inutile appellarsi alle novità investigative perché tanto non c’è niente di nuovo su cui indagare.
«Appunto. Ha una sua filosofia personale, che non capisco e men che meno condivido. Il suo dolore va assolutamente rispettato anche laddove sembra offuscare meccanismi più preziosi. E poi non parlerei di un vero e proprio fronte costituito da chi non nutre il benché minimo dubbio su quella sentenza che vede l'istruttoria ferma a 20 anni fa. Sono pochi, credetemi, rispetto alle tante persone che almeno qualche domanda, sulla nostra effettiva responsabilità nella strage, se la pongono. Quel che mi interessa ora è discutere con tutti. Fino ad oggi è mancata questa volontà di guardarsi negli occhi per capire cosa è veramente successo quel 2 agosto. Dopo aver scontato la mia condanna, con garbo e in punta di piedi, chiedo uno sforzo. Mi sembra di vedere elementi di ottimismo, speriamo bene».


Torniamo alle novità clamorose, snobbate dalla procura di Bologna.
«La pista palestinese ormai è palese. Carlos, il terrorista filoarabo, ha ammesso che quell’esplosivo era il loro e che a farlo brillare sono stati i servizi israeliani o americani. Dice che loro lo stavano trasportando, che sono stati intercettati da un’intelligence occidentale che ha approfittato dell’occasione per far ricadere la colpa sulla sua organizzazione. È stato accertato che i palestinesi avevano basi con armi ed esplosivi a Bologna. È chiaro a tutti qual era il clima di quel periodo, con l’esplosione del Dc9 di Ustica e tutto il resto. Lo stesso Cossiga ha avanzato altre ipotesi sul Dc9 Itavia, tirando in ballo la Francia e Gheddafi, con un possibile gioco di ritorsioni fra i due paesi che collegherebbe Ustica a Bologna. Ora, io non so come stanno le cose, ma per la prima volta sappiamo di chi era la bomba».

Una risposta che la vostra sentenza non ha appurato.
«Non solo. Il processo Bologna si è concluso dicendo: non siamo in grado di dire il movente, il mandante, da dove viene l'esplosivo, chi materialmente si è recato Bologna, posto che Mambro e Fioravanti non c’erano. Lo stabilirà l'inchiesta bis. E comunque Fioravanti, Mambro (e Ciavardini) sono colpevoli lo stesso perché la strage è neofascista e loro erano i capi dei Nar».


C’è chi vuol spostare da Bologna l'inchiesta bis sulla strage.
«Tutti i grandi episodi di terrorismo internazionale vengono, per convenzione, processati a Roma. Penso ai generali argentini, a Ustica, Ilaria Alpi, e a tanti altri. Credo non sia tirata per i capelli la richiesta di un processo nella capitale con la speranza di avere un clima meno fazioso».


Come quei grandi processi che fanno acqua da tutte le parti, anche nel vostro c’è un pentito molto particolare.
«Massimo Sparti, si chiamava. È il pentito fondamentale di tutta l'inchiesta. Al figlio, negli ultimi istanti di vita, ha confessato di essersi inventato le accuse nei nostri confronti “perché costretto”. Ora, più che accanirmi a chiedere di scoprire chi costrinse Sparti, mi preme sottolineare il coraggio e la voglia di verità del figlio. Grazie a lui e a quei familiari delle vittime che si sono fatti avanti, penso che attraverso una pacificazione condivisa si potrà arrivare presto alla verità. Quella vera».

sabato 10 maggio 2008

FRANCESCO BARACCA



LUGO
In festa per Baracca
Verrà consegnato un premio a ricordo di Golfera
09/05/2008
Lugo si prepara a rendere omaggio al concittadino Francesco Baracca, l’eroe dell’aviazione di cui quest’anno ricorre il 90esimo anniversario della morte e il 120esimo della nascita.
La doppia ricorrenza sarà celebrata con una doppia serie di appuntamenti: si partirà con un convegno per gli studenti delle scuole superiori, che si terrà il 16 maggio, alle 10, nell’aula magna del liceo scientifico, su iniziativa dalle associazioni lughesi Unuci, Assoarma e Arma Aeronautica. Ai giovani, verrà illustrata la figura di Francesco Baracca come uomo votato all’innovazione, oltre che della professione di pilota militare. Al termine, ci sarà la premiazione del concorso riservato alle scuole medie inferiori e alle quinte elementari di Lugo per elaborati sulla figura dell’eroe lughese.
Si proseguirà per tutta la giornata di sabato 17 maggio con il convegno "Francesco Baracca tra storia, mito e tecnologia", nella sala consiliare della Rocca sotto l’alto patronato del Presidente della Repubblica.
Il 5 luglio arriverà a Lugo la banda dell’Aeronautica Militare, che terrà un concerto ai piedi del monumento a Baracca, poi, sempre sotto l’alto patronato del Capo dello Stato, il 6 luglio, all’aeroporto di Villa San Martino, avrà luogo il Memorial Day dedicato a Baracca, organizzato dall’Areo Club, dall’Arma Aeronautica, dall’Unuci, dal Comune, dall’Esercito e dall’Aeronautica Militare Italiana.
Sarà un vero e proprio air show, un non stop di esibizioni di paracadutisti, velivoli e pattuglie civili e militari. Il piatto forte sarà rappresentato dai mezzi dell’aviazione leggera dell’Esercito e dagli aeromobili del reparto sperimentale di Pratica di Mare (Roma), mezzi che in genere sono visibili solo nella loro base. Si vedranno all’opera, tra gli altri, il C27J Spartan, potente veicolo da trasporto tattico militare, le pattuglie acrobatiche civili degli ultraleggeri Walter’s Bad, dei motoalianti Blue Voltige, degli ultraleggeri della Pioneer 300 Team e dei solisti acrobati dei Cap 10 e 21 dell’Aero Club di Lugo, cui seguirà la consegna del premio, a un pilota meritevole, intitolato ad Andrea Golfera, il pilota d’aerei lughese morto nel luglio 2007 durante un’operazione di spegnimento incendi della Protezione Civile a bordo di un Canadair.
Nel pomeriggio, ci sarà un collegamento satellitare audio-video da Herat con i militari della Brigata Aeromobile Friuli, in missione di pace in Afghanistan. Seguiranno esibizioni di elicotteri e una novità: lo Spad XIII, replica dell’aereo di Baracca, ricostruito da Giancarlo Zanardi che si esibirà nella simulazione di un combattimento contro il mitico Barone Rosso.
Per il Memorial Day erano attese anche le Frecce Tricolori, per le quali il Comune aveva già stanziato circa 15 mila euro. Ma una quindicina di giorni fa le Frecce hanno disdetto l’appuntamento, in quanto impegnate altrove. L’Areonautica Militare ha compensato questa mancanza con la partecipazione dei propri mezzi più innovativi, ma la delusione si è fatta sentire, se non altro per la notorietà della mitica pattuglia bianco rosso e verde.
Il ricavato della manifestazione, a ingresso libero, andrà a favore dell’associazione "Insieme per il Benin" e della Fanep, per i bambini affetti da malattie neuropsichiche. Info: www.aeroclublugo.it
Lorenza Montanari

domenica 16 marzo 2008

RICEVO DA UN'AMICA.

Mons. Antonio Galli, SCOPERTI IN VATICANO I SEGRETI DE LA SALETTE. L'apparizione, le polemiche, le profezie apocalittiche, pp. 176 - Euro 16,50 - ISBN 978-88-7198-525-1

Mons. Antonio Galli, nato a Pievepelago (Modena) nel 1908, ordinato sacerdote nel 1932, ha esercitato il suo ministero dapprima in un Istituto per sordomuti, quindi per 58 anni tra i monti nativi, insegnando contemporaneamente nel seminario di Fiumalbo. Trascorse gli anni della Seconda guerra mondiale tra i suoi parrocchiani, nelle immediate vicinanze del fronte, redigendo un diario che ha offerto importanti notizie agli storici del conflitto. Tra le sue opere, di cui alcune tradotte all’estero e premiate in concorsi internazionali di saggistica, ricordiamo: Melania, la pastorella de La Salette (1994), Kérizinen (1997), Apologia di Melania (2001), Commento (non più vietato) al segreto de La Salette (2001).


PRESENTAZIONE. Nella storia dell’Apparizione della Madonna a La Salette si era creato un vuoto che sembrava incolmabile: i segreti dei due pastorelli, Melania e Massimino, inviati dal vescovo di Grenoble a papa Pio IX nel 1851 e mai rivelati, erano scomparsi e sembravano irrimediabilmente perduti. Uno studioso francese, l’abbé Michel Corteville, impegnato a Roma in una ricerca per la sua tesi di laurea su La Salette, li ha provvidenzialmente scoperti nel 1999 nell’Archivio della Congregazione della dottrina per la fede. Su questo importante ritrovamento ha pubblicato in Francia uno studio in collaborazione con l’insigne mariologo René Laurentin. Ma era volontà della Vergine che questi messaggi fossero portati a conoscenza di tutti i popoli della terra e l’autore di questo volume, mons. Antonio Galli, ha ritenuto di dover obbedire diffondendo le parole, che furono da lei pronunciate tra le lacrime, anche in Italia, dove Melania trovò rifugio e conforto alla persecuzione di cui fu oggetto in patria. Oltre ad una dettagliata narrazione della scoperta, in questo libro è presente un’ampia analisi dei due messaggi, i cui vaticini apocalittici, sorprendentemente attuali, possono suscitare serie riflessioni e generosi propositi nell’animo del lettore. L’abbé Corteville così dichiara: "È la prima volta che un’Apparizione mariana fa scoprire i suoi segreti autenticati".

Ecco come l'abbé Michel Corteville narra, in un'intervista concessa al noto mariologo René Laurentin, in qual modo ha scoperto i segreti, considerati perduti.

«Avendo saputo in Vaticano che i documenti che cercavo erano custoditi negli Archivi della Congregazione per la Dottrina della Fede, ormai consultabili fino a tutto il Pontificato di Leone XIII (1903), chiesi l'iter per accedervi, ma, essendo ormai in luglio, mi dissero di ritornare in settembre. Una lettera del relatore della mia tesi giustificava il motivo della mia ricerca al card. Ratzinger. Ciò e il supplementare appoggio d'un teologo romano mi aprirono le porte, ma bisognava attendere tre settimane prima di ottenere un posto disponibile nella sala delle consultazioni. Una religiosa italiana, scettica sulle profezie di Melania, mi disse con ironia: "Se troverete il famoso segreto ci vedrete più chiaro"?

«Mi occorsero dieci giorni per passare in rassegna con qualche fatica tutti i fascicoli senza che comparisse quello de La Salette. Mancando il catalogo, provvidenzialmente mi venne in aiuto l'archivista, il quale ricordava dove giaceva l'incartamento degli anni 1879-83. Cominciai a sfogliare plichi su plichi, che non erano stati toccati da venti o trent'anni, quantunque contenessero una documentazione molto importante. Il sabato 2 ottobre 1999, festa dei santi Angeli custodi, raggiunsi il Vaticano più presto del solito, avendo incontrato poco traffico ed entrai nella basilica di S. Pietro, inginocchiandomi in preghiera davanti all'altare della Confessione. Promisi un attestato di riconoscenza se avessi trovato anche solo una traccia dei segreti. Rimessomi all'opera, per tutta la mattinata consultai plichi chiusi in fodere i cui orli erano a brandelli. Nel bel mezzo dell'ultimo involucro, proprio quando la campana suonava la fine del tempo concesso, mi trovai fra le mani una carta che recava uno scritto a caratteri azzurrognoli. La calligrafia mi parve quella di Melania. Ebbi appena il tempo di leggere la data, 6 luglio 1851, e alcune frasi. Sia la data che quelle frasi mi fanno subito pensare al segreto e soprattutto la busta in cui è chiuso il documento, il sigillo, le firme dei testimoni che hanno assistito alla compilazione del messaggio nell'episcopio di Grenoble. Un testo con altra calligrafia ed una seconda busta mi fanno ritenere d'aver trovato i preziosi autografi dei veggenti, portati a Pio IX dagli inviati di mons. de Bruillard, il vicario generale Rousselot e il santo curato della cattedrale, Gérin, ma non ho il tempo di leggerli. Uscendo, comunico la scoperta all'archivista e ai compagni di ricerche, infine telefono alla religiosa italiana, la quale non dà alcuna importanza a La Salette e mi risponde: "E per questo mi telefona?"».1

Soddisfatto invece oltre ogni immaginazione e non a torto è l'abbé Corteville, il quale spiega così l'importanza della sua scoperta.

«I due testi ritrovati ci offrono [...] l'Apparizione nella sua integrità. Come Gesù nel Vangelo, così Maria a La Salette non ha solo annunciato cattive notizie, né parlato soltanto di peccati. La sua grande rivelazione è uguale a quella del Vangelo di Luca (2, 34), che ci presenta Cristo "Signore del tempo e della storia", "rovina e risurrezione di molti in Israele", tradito dagli uni, accolto dagli altri, amico dei più piccoli e nemico degli orgogliosi e dei potenti. Come altre profezie di santi e di beati, i segreti dei pastorelli, stando a due lunghi studi inediti, compiuti da Maritain e da Millon, attestano la fedeltà alla loro missione da cui emana, in un contesto di fede, una luce viva e insieme modesta.

«Punto finale d'una lunga polemica storica, i nuovi testi, se accolti con umiltà e serietà, possono aumentare i frutti di misericordia e di conversione, offerti dalla Vergine riconciliatrice. "Là dove il peccato è abbondato, è sovrabbondata la grazia" (Rm 5, 20). Povero o ricco, nobile o plebeo, chierico o laico, francese o straniero, la Madonna esorta tutti a salire più in alto, verso il Salvatore, senza fermarsi a guardare indietro.

«Un po' di lirismo ci sembra permesso: è la prima volta che un'apparizione mariana fa scoprire i suoi segreti autentificati. Essi hanno commosso i loro primi importanti lettori, lasceranno indifferenti noi? La Salette vorrebbe essere meta di quel grande pellegrinaggio di fede che il santo Curato d'Ars, dopo aver vinto i dubbi che lo attanagliavano, immaginava in continuo progresso. La sua posizione e i suoi messaggi evocano i monti e le figure bibliche. Nel libro di Daniele una pietra si stacca dal monte e, rotolando, cozza contro gli antichi imperi idolatri e li frantuma (Dn 2, 45). Si tratta di un'analogia? Dal miracolo personale, compiuto dalla medaglia mariana di Parigi, La Salette non conduce al miracolo comunitario della "pietra", "drizzata" dai fanciulli, sulla quale Maria si siede? Non richiama alla mente la "Misericordia che piange", ma anche il Giudizio che promana dalla Croce?

«I nuovi documenti liberano anche la pastorella de La Salette dall'accusa d'aver inventato, molti anni dopo, i peccati del clero, denunciati dalla Vergine. Come ella aveva confidato a mons. Zola, quei rimproveri erano già contenuti nel segreto del 1851. Sono forse inferiori quelli che purtroppo dobbiamo deplorare ai nostri giorni? Chi tradì Cristo con un bacio?».2


Note

1. René Laurentin-Michel Corteville, Découverte du secret de La Salette, Fayard, Parigi 2002, pp. 23-24.

2. Michel Corteville, Tesi di Laurea su La Salette, p. 253.

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Testo del Segreto redatto nel 1879 da Melania Calvat

A partire dal 1851 Melania stese diverse altre redazioni del segreto da lei ricevuto. Per la prima volta, il 15 novembre 1879 lo fece pubblicare a Lecce con l'imprimatur dell'arcivescovo Mons. Salvatore Zola, del quale è aperta la causa di beatificazione.


http://www.melaniacalvat-difrancia.net/



J.M.J.+

Melania ciò che sto per dirti ora, non resterà sempre segreto; lo potrai pubblicare nel 1858. I Sacerdoti, ministri di mio Figlio, i sacerdoti con la loro cattiva vita, con la loro irriverenza ed empietà nella celebrazione dei Santi Misteri, con l'amore per i soldi, con l'amore per l'onore ed i piaceri, i sacerdoti sono diventati delle cloache d'impurità. I sacerdoti domandano vendetta, e la vendetta è sospesa sulle loro teste. Guai ai preti e alle persone consacrate a Dio, che con la loro infedeltà e la loro cattiva vita, crocifiggono di nuovo mio Figlio! I peccati delle persone consacrate a Dio, gridano verso il cielo e richiedono vendetta, ed ecco che la vendetta è alla loro porta, non vi è infatti più alcuno che implori misericordia e perdono per il popolo; non vi sono più anime generose, non vi è più nessuno degno di offrire la Vittima senza macchia all'Eterno in favore del mondo. Dio colpirà in modo senza pari. Guai agli abitanti della terra! Dio darà fondo alla sua collera e nessuno potrà sottrarsi a tanti mali messi insieme.

I capi e i conduttori del popolo di Dio hanno trascurato la preghiera e la penitenza e il demonio ha ottenebrato la loro intelligenza, essi sono diventati delle stelle erranti che il vecchio diavolo trascinerà con la sua coda per farli perire. Dio permetterà al vecchio serpente di mettere divisioni tra i regnanti, in ogni società ed in ogni famiglia. Si soffriranno pene fisiche e morali; Dio abbandonerà gli uomini a se stessi, e manderà dei castighi che si succederanno per oltre trentacinque anni. La Società è alla vigilia dei flagelli più terribili e dei più grandi avvenimenti; ci si deve aspettare di essere governati con una verga di ferro ed a bere il calice della collera di Dio.

Che il Vicario di mio Figlio il Sommo Pontefice Pio IX non esca da Roma dopo il 1859; ma che sia fermo e generoso e combatta con le armi della fede e dell'amore; io sarò con lui. Che non si fidi di Napoleone; il suo cuore è doppio, e allorché vorrà essere simultaneamente Papa ed Imperatore, presto Dio l'abbandonerà ; lui è quell'aquila che volendo sempre più innalzarsi, cadrà sulla spada di cui voleva servirsi per costringere i popoli ad innalzarlo. L'Italia sarà punita per l'ambizione di voler scuotere il giogo del Signore dei Signori; per cui sarà abbandonata alla guerra; il sangue scorrerà per ogni dove; le chiese saranno chiuse o profanate; i preti e i religiosi saranno scacciati, saranno fatti morire e morire di una morte crudele. Diversi abbandoneranno la fede, ed il numero dei preti e dei religiosi che si separeranno dalla vera religione sarà grande; fra queste persone vi saranno anche dei vescovi. Che il Papa si tenga in guardia dai facitori di miracoli, è venuto infatti il tempo in cui sia in aria che sulla terra vi saranno i prodigi più sbalorditivi.

Nell'anno 1864, Lucifero con un gran numero di demoni saranno staccati dall'inferno; essi, piano piano, aboliranno la fede, anche nelle persone consacrate a Dio, li accecheranno in tal modo che, senza una speciale grazia, queste persone finiranno per prendere lo spirito di questi angeli perversi; diverse case religiose perderanno completamente la fede e perderanno molte anime. I libri cattivi abbonderanno sulla terra, e gli spiriti delle tenebre spanderanno dappertutto un rilassamento universale per quel che concerne il servizio di Dio; essi avranno un grandissimo potere sulla natura: vi saranno delle chiese per servire questi spiriti. Delle persone saranno trasportate da un luogo all'altro da questi cattivi spiriti, ed anche dei preti, perché non seguiranno lo spirito del Vangelo che è spirito d'umiltà , di carità e di zelo per la gloria di Dio. Si faranno risuscitare dei morti e dei giusti. (Cioè che questi morti assumeranno la fisionomia delle anime giuste che erano vissute sulla terra per meglio sedurre gli uomini; questi cosiddetti morti risuscitati, che poi non sono altro che il demonio in quelle sembianze, predicheranno un altro Vangelo contrario a quello del vero Gesù Cristo, negando l'esistenza del Cielo ed anche delle anime dei dannati. Tutte queste anime appariranno come unite al loro corpo). In ogni luogo vi saranno prodigi straordinari poiché, essendosi spenta la vera fede, la falsa luce rischiara il mondo.

Guai ai Principi della Chiesa che saranno intenti ad ammassare soltanto ricchezze su ricchezze, a salvare la propria autorità e a dominare con orgoglio! Il Vicario di mio Figlio dovrà soffrire molto, poiché per un certo tempo la Chiesa sarà data a grandi persecuzioni; e questo sarà il tempo delle tenebre; la Chiesa subirà una crisi spaventosa. La santa fede di Dio essendo dimenticata, ogni individuo vorrà guidarsi da solo ed essere superiore ai suoi simili. Saranno aboliti i poteri civili ed ecclesiastici, ogni ordine ed ogni giustizia saranno calpestati; non si vedrà che omicidi, odio, gelosia, menzogna, discordia, senza amore per la patria né per la famiglia.

Il Santo Padre soffrirà molto, Io sarò con lui fino alla fine, per ricevere il suo sacrificio. I cattivi attenderanno diverse volte alla sua vita senza poter nuocere ai suoi giorni; ma né lui né il suo successore... vedranno il trionfo della Chiesa di Dio. I governanti avranno tutti un medesimo progetto, che sarà di abolire e fare scomparire tutti i princìpi religiosi per sostituirli con il materialismo, l'ateismo, lo spiritismo, e ogni sorta di vizi. Nell'anno 1865 si vedrà l'abominio nei luoghi santi; nei conventi i fiori della Chiesa saranno putrefatti e il demonio diventerà come il re dei cuori. Coloro che sono a capo delle comunità religiose si guardino dalle persone che esse devono ricevere, perché il demonio userà tutta la sua malizia per introdurre negli ordini religiosi delle persone dedite al peccato, perché i disordini e l'amore dei piaceri carnali saranno diffusi su tutta la terra.

La Francia, l'Italia, la Spagna e l'Inghilterra saranno in guerra: il sangue scorrerà per le strade; il francese combatterà contro il francese, l'italiano contro l'italiano, vi sarà poi una guerra generale che sarà spaventevole. Per qualche tempo Dio non si ricorderà più della Francia né dell'Italia, perché il Vangelo di Gesù Cristo non è più conosciuto. I malvagi useranno tutta la loro astuzia; ci si ucciderà, ci si massacrerà reciprocamente perfino nelle case. Al primo colpo della Sua spada fulminante le montagne e la natura tutta tremeranno di spavento perché i disordini e i crimini degli uomini trafiggono la volta celeste. Parigi sarà bruciata e Marsiglia inghiottita; molte grandi città saranno scosse e inghiottite da terremoti; si crederà che tutto è perduto; non si vedranno che omicidi; non si sentiranno che colpi d'arma e bestemmie.

I giusti soffriranno molto, le loro preghiere, la loro penitenza e le loro lacrime saliranno fino al Cielo e tutto il popolo di Dio chiederà perdono e misericordia e chiederà il Mio aiuto e la Mia intercessione. Allora Gesù Cristo con un atto della Sua misericordia grande per i giusti comanderà ai Suoi angeli che tutti i Suoi nemici siano messi a morte. Improvvisamente i persecutori della Chiesa di Gesù Cristo e tutti gli uomini dediti al peccato moriranno e la terra diventerà come un deserto. Allora si farà la pace, la riconciliazione di Dio con gli uomini; Gesù Cristo sarà servito, adorato e glorificato; dappertutto fiorirà la carità.

I nuovi re saranno il braccio destro della Santa Chiesa, che sarà forte, umile, pia, povera, zelante e imitatrice delle virtù di Gesù Cristo. Il Vangelo sarà predicato dappertutto e gli uomini faranno grandi progressi nella fede perché vi sarà unità tra gli operai di Gesù Cristo e perché gli uomini vivranno nel timore di Dio. Questa pace tra gli uomini non sarà lunga: venticinque anni di abbondanti raccolti faranno loro dimenticare che i peccati degli uomini sono causa di tutte le pene che arrivano sulla terra.

Un precursore dell'anticristo, con le sue truppe di parecchie nazioni, combatterà contro il vero Cristo, il solo Salvatore del mondo, egli spargerà molto sangue e vorrà annientare il culto di Dio per farsi guardare come un Dio. La terra sarà colpita da ogni sorta di piaghe, (oltre la peste e la carestia che saranno dovunque), vi saranno delle guerre fino all'ultima guerra, che sarà allora fatta da dieci re dell'anticristo, i quali re avranno tutti lo stesso progetto e saranno i soli a governare il mondo. Prima che ciò succeda vi sarà una specie di falsa pace nel mondo; non si penserà che a divertirsi; i malvagi si abbandoneranno a ogni sorta di peccato; ma i figli della Santa Chiesa, i figli della fede, i miei veri imitatori crederanno nell'amore di Dio e nelle virtù che mi sono più care. Felici le anime umili guidate dallo Spirito Santo! Io combatterò con esse fino a che esse saranno nella pienezza dell'età.

La natura chiede vendetta per gli uomini ed essa freme di spavento nell'attesa di ciò che deve arrivare alla terra insudiciata dai crimini. Tremate terra e voi che fate professione di adorare Gesù Cristo e che dentro di voi adorate solo voi stessi; tremate perché Dio sta per consegnarvi al Suo nemico, perché i luoghi santi sono nella corruzione, molti conventi non sono più le case di Dio, ma i pascoli di Asmodeo e dei suoi. Sarà durante questo tempo che nascerà l'anticristo da una religiosa ebrea, da una falsa vergine che sarà in comunicazione con il vecchio serpente, il padrone dell'impurità; suo padre sarà Vescovo, nascendo vomiterà delle bestemmie, egli avrà dei denti, in una parola sarà il diavolo incarnato; egli lancerà delle grida spaventose, farà dei prodigi, non si nutrirà che di impurità. Egli avrà dei fratelli che, sebbene non siano dei demoni incarnati come lui, saranno dei figli del male; a dodici anni essi si faranno notare per le prodi vittorie che otterranno; presto essi saranno ognuno alla testa degli eserciti assistiti dalle legioni dell'inferno.

Le stagioni saranno cambiate, la terra non produrrà che frutti cattivi, gli astri perderanno i loro movimenti regolari, la luna non rifletterà che una debole luce rossastra; l'acqua e il fuoco daranno al globo terrestre dei movimenti convulsi e degli orribili terremoti che inghiottiranno delle montagne, delle città. Roma perderà la fede e diventerà la sede dell'anticristo. I demoni dell'aria con l'anticristo faranno dei grandi prodigi sulla terra e nell'aria e gli uomini si pervertiranno sempre più.

Dio avrà cura dei suoi fedeli servitori e degli uomini di buona volontà; il Vangelo sarà predicato dappertutto, tutti i popoli e tutte le nazioni conosceranno la verità. Io rivolgo un appello urgente alla terra; Io chiamo i veri imitatori di Cristo fatto uomo, il solo e vero Salvatore degli uomini; Io chiamo i miei figli, i miei veri devoti, quelli che si sono dati a Me perché io li conduca dal Mio divin Figlio, quelli che Io porto, per così dire, nelle mie braccia, quelli che sono vissuti del Mio Spirito; infine Io chiamo gli Apostoli degli ultimi tempi, i discepoli di Gesù Cristo che sono vissuti nel disprezzo del mondo e di loro stessi, nella povertà e nell'umiltà, nel disprezzo e nel silenzio, nella preghiera e nella mortificazione, nella castità e nell'unione con Dio, nella sofferenza e sconosciuti al mondo. È tempo che escano e vengano ad illuminare la terra. Andate e mostratevi come i miei cari figli; Io sono con voi e in voi purché la vostra fede sia la luce che vi illumina in questi giorni di disgrazia. Che il vostro zelo vi renda come gli affamati per la gloria e l'onore di Gesù Cristo.

Combattete, figli della luce, voi, piccolo numero che ci vedete, perché ecco il tempo dei tempi, la fine delle fini. La Chiesa sarà eclissata, il mondo sarà nella costernazione. Ma ecco Enoch ed Elia riempiti dello Spirito di Dio; essi predicheranno con la forza di Dio e gli uomini di buona volontà crederanno in Dio e molte anime saranno consolate; essi faranno grandi progressi per virtù dello Spirito Santo e condanneranno gli errori diabolici dell'anticristo. Sciagura agli abitanti della terra!

Vi saranno guerre spaventose e carestie; pesti e malattie contagiose; pioverà una grandine spaventosa di animali; tuoni che scuoteranno le città; terremoti che inghiottiranno paesi; si udiranno delle voci nell'aria; gli uomini batteranno la testa contro i muri, essi chiameranno la morte, da un'altra parte la morte li supplizierà; il sangue scorrerà da ogni parte. Chi potrà vivere se Dio non diminuirà il tempo della prova ? Dal sangue, dalle lacrime e dalle preghiere dei giusti Dio si lascerà placare; Enoch ed Elia saranno messi a morte; Roma pagana sparirà; il fuoco del cielo cadrà e distruggerà tre città; tutto l'universo sarà colpito dal terrore e molti si lasceranno sedurre perché essi non hanno adorato il vero Cristo vivente tra loro. È tempo, il sole si oscura; la fede sola vivrà.

Ecco il tempo, l'abisso si apre. Ecco il re delle tenebre. Ecco la bestia con i suoi sudditi, sedicente salvatore del mondo. Egli si alzerà con orgoglio nell'aria per andare fino al Cielo; egli sarà soffocato dal respiro di San Michele Arcangelo. Egli cadrà e la terra che da tre giorni sarà in continue evoluzioni, aprirà il suo seno pieno di fuoco; egli sarà sprofondato per sempre con tutti i suoi nei baratri eterni dell'inferno. Allora l'acqua e il fuoco purificheranno la terra e consumeranno tutte le opere dell'orgoglio degli uomini e tutto sarà rinnovato: Dio sarà servito e glorificato.

[Libera traduzione da «L'apparition de la Très Sainte Vierge sur la montagne de La Salette», di M.Calvat. Imprimatur: Mgr. Zola, Lecce, Italie, 15 novembre 1879, Rome, 1922, Societé St-Augustin].

mercoledì 5 marzo 2008

DA "IL GIORNALE" DI OGGI


Durante gli ultimi giorni di aprile 45, ricordati come le «radiose giornate», venne commesso in Savona un efferato delitto su una ragazzina di tredici anni; un omicidio brutale, ingiustificato!
Ho sempre sperato che la mia città trovasse l’onestà morale di ricordare quella bambina innocente (ma quali gravi reati può commettere una tredicenne?), non per giustizia, che ormai chi commise quell’atrocità deve rispondere a ben altro tribunale, ma per un sentimento di pietà; ed ora io avrei sepolto nella mia mente quei ricordi!
Ma ora, dopo oltre sessant’anni, non spero certamente più in una doverosa riabilitazione; e allora affido alla carta la memoria di un tragico evento che mi volle occasionale testimone di quel martirio.

Cercando Valentino
Fu proprio negli ultimi giorni di aprile, quando ormai il conflitto stava volgendo al termine in tutta l’Europa, che di primo mattino vidi arrivare a casa nostra Lina Cuttica alla ricerca di suo fratello Valentino, milite della Brigata Nera, di cui più nulla si sapeva; anzi lei sperava di trovarlo presso di noi.
C’era molta amicizia con tutta la famiglia Cuttica, amicizia nata qualche anno prima quando, ancora ragazzo, Valentino aveva lavorato nel negozio di ferramenta in cui mio padre era rappresentante. Ed io in particolare ero molto legato a Valentino per il suo carattere allegro e la sua indole aperta.
Ora quella gente, disperata per la mancanza di notizie, pensò di rivolgersi a mio padre, come unica persona in grado di cercare quel ragazzo o di sapere qualcosa sulla sua sorte; e lui, generoso e disponibile come fu sempre, con una buona dose di coraggio, decise di cominciare le ricerche là dove venivano fucilati o scaricati da vari luoghi dell’esecuzione, i soldati della Repubblica Sociale (e non solo loro) e cioè contro i muri esterni del cimitero di Zinola. Si parlava allora della «resa dei conti» e tutti avevano capito che mio padre nutriva poche speranze di trovare la Brigata Nera Valentino ancora vivo!
Volle accompagnarlo un boscaiolo che viveva solo in un piccolo alloggio nella nostra scala; era Venturino, un uomo forte e buono, reduce della «grande guerra», che più volte mi aveva affascinato con i racconti di tragiche battaglie dall’altopiano della Bainsizza al San Michele.
Allora era la bicicletta il mezzo più consueto per muoversi e, prima di partire, mio padre mi guardò dicendomi: «Sta vicino a Lina e a tua madre, noi faremo presto!». E soggiunse: «Non fare come il solito di testa tua e soprattutto non ci seguire!». Maledizione! Non avevo abbassato gli occhi in tempo e mio padre, come sempre quando mi guardava, aveva letto il mio pensiero!
Naturalmente la tentazione era troppo forte e, dopo aver aspettato qualche minuto che i due fossero ad una rispettosa distanza, inforcai la bicicletta di mia madre e li seguii.
Piccola martire sconosciuta
La strada correva veloce sotto le ruote della bici; non c’era certo il traffico di oggi, però una lunga fila di grossi autocarri «Dodge» con la bianca stella americana sul cofano e sulle portiere sostava sull’Aurelia, restringendo la carreggiata mentre numerose jeep (allora le chiamavano camionette) sfrecciavano continuamente nei due sensi; era la prima volta che vedevo i soldati americani bianchi e neri.
Ancora oggi mi chiedo come non ci rendessimo conto del pericolo che correvamo nella ricerca di un milite della brigata nera; in quei giorni bastava molto meno per essere ammazzati; ma forse i quotidiani bombardamenti aerei ci avevano abituati al pericolo!
E fu proprio entrando in Zinola che mi accorsi di aver perso di vista mio padre; aumentai l’andatura e, superata la chiesa ed il passaggio a livello, imboccai velocemente la semicurva che portava davanti al cimitero... e trovai mio padre che mi stava aspettando! Mi guardò con quell’espressione severa e triste che mi faceva più male di una sberla, poi disse: «Mi rendo conto che dovremo fare un lungo discorso noi due! Per adesso siediti lì e aspettaci!». Mi aveva indicato il muretto dell’argine lungo il torrente Quiliano e, mentre ubbidivo a quell’ordine perentorio, loro due si avviarono verso una lunga fila di cadaveri.
Ritengo che ancora una volta la curiosità fosse più forte dell’obbedienza e quindi lentamente, molto lentamente, mi avvicinai ai primi corpi di quella fila.
E proprio il primo era un cadavere di donna molto giovane; erano terribili le condizioni in cui l’avevano ridotta; evidentemente avevano infierito in maniera brutale su di lei, senza riuscire a cancellare la sua giovane età. Una mano pietosa aveva steso su di lei una sudicia coperta grigia che parzialmente la ricopriva dal collo alle ginocchia.
La guerra ci aveva costretto a vedere tanti cadaveri e, in verità, la morte concede ai morti una distesa serenità; ma lei, questa sconosciuta ragazza no! L’orrore era rimasto impresso sul suo viso, maschera di sangue, con un occhio bluastro, tumefatto e l’altro spalancato sull’inferno.
Ricordo che non riuscivo, come paralizzato, a staccarmi da quella povera disarticolata marionetta con un braccio irrigidito verso l’alto, come a proteggere la fronte, mentre un dito spezzato era piegato verso il dorso della mano. Mi riscosse la voce di mio padre, insolitamente dolce, che mi disse: «Hai visto abbastanza! Ora torniamo a casa!».
Nulla ricordo del viaggio di ritorno, soltanto la voce di mio padre che, rivolto al nostro compagno di viaggio, diceva, riferendosi evidentemente a Valentino: «Se non lo abbiamo trovato tra i morti, speriamo che sia ancora tra i vivi!».
È strano, ma quanto più si invecchia, più si fanno nitidi i ricordi degli anni lontani, mentre non si ricorda la cena della sera prima.
Giuseppina Ghersi
«Speriamo che sia ancora tra i vivi!» Aveva detto mio padre, alimentando una tenue speranza nei superstiti di quella famiglia, speranza che durò soltanto una paio di settimane, quando il massacro del colle di Cadibona, ricordato come «la corriera della morte», assieme ad altre trentasette, anche la vita di Valentino fu stroncata.
Passarono alcuni anni; io avevo cominciato a lavorare; un lavoro che mi piaceva, anche se a volte mi costringeva lontano da casa per qualche settimana; e fu durante una di queste mie assenze che morì una persona cara: Giobatta Vignolo, conosciuto come u «Russu», un vecchio contadino dal quale avevo imparato molte cose, soprattutto saggezza e pazienza!
Naturalmente, appena mi fu possibile, in occasione di un intervallo festivo, volli onorarne la memoria con una visita al cimitero di Zinola. Fu un lungo giro, o meglio un pellegrinaggio, poiché erano già tante le persone a me care che non erano più!
Quando mi avviai all’uscita, passando tra i due campi più prossimi al cancello, notai una coppia che stava sistemando dei fiori su una tomba, fiori che, in parte, coprivano la lapide, ma lasciavano intravedere le date: 1931-1945; mi tornò in mente l’aprile del 45 e... ma non c’erano dubbi: quella data e quell’età corrispondevano alla giovane sconosciuta!
Esitai alquanto, poi chiesi ai due: «È la ragazzina che hanno ucciso a fine aprile?». La donna mi guardò con diffidenza, poi, con voce ostile, mi chiese: «Perché?»; mi resi conto che stavo rivolgendomi ai genitori, persone profondamente ferite, che non avevano mai avuto giustizia (così aveva voluto il dominante terrore politico) ed io, un po’ a disagio, ma senza recedere dal mio proposito, risposi: «Se è lei, io l’ho vista laggiù contro il muro, come l’avevano lasciata dopo averla uccisa!». La dura corteccia di rancore si stava aprendo e, dopo qualche istante, mi dissero: «Vieni pure, noi siamo i genitori».
Ebbi così modo di leggere per intero il nome della lapide: Giuseppina Ghersi.
Parlai brevemente della coincidenza che mi aveva portato a Zinola in quei giorni e, dopo qualche frase di circostanza, mi allontanai. E fu a questo punto che scattò qualcosa, per cui tornai sui miei passi e chiesi se avessero una fotografia di Giuseppina; oggi penso che ciò fosse dovuto all’inconscia necessità di cancellare dal mio ricordo quel giovane volto martoriato. Mi parve di capire che la mia richiesta facesse loro piacere, perché la donna mi rispose: «Io qui con me non ho nulla, però se passi da casa nostra, certamente qualcosa posso trovare». Mi diedero l’indirizzo, ma poiché non potevo fissare il giorno a causa del mio lavoro, promisi che sarei passato da loro in un tardo pomeriggio festivo.
Dopo circa una settimana, come promesso, mi recai all’indirizzo avuto: via Tallone (il numero civico non lo ricordo), una via che oggi ha cambiato nome. Trovai, oltre ai genitori che già conoscevo, anche la zia di Pinuccia; mi accolsero con estrema cordialità, come fossi stato un vecchio amico e, se allora ne fui sorpreso, in seguito compresi l’isolamento che aveva circondato i signori Ghersi, considerati come appestati (e ancora peggio: fascisti) ed in malaugurato caso di incontro, i conoscenti e gli amici abbassavano gli occhi fingendo di non conoscerli! Questo era il clima di paura in quel tempo «radioso»!
La signora Laura raccontò l’allucinante calvario suo e di suo marito: furono dapprima arrestati con la cervellotica accusa di aver avuto rapporti commerciali con i nazi-fascisti (gestivano un banco di frutta e verdura al mercato); si volle inoltre che venisse rintracciata la figlia Giuseppina: «E che diamine! Vogliamo soltanto interrogarla! Che altro possiamo volere da una ragazzina?».
Rassicurati da quella infame menzogna, sempre accompagnati da uomini armati, trovarono Pinuccia in casa di una conoscente e per la giovane fu l’inizio della fine.
Con voce rotta dai singhiozzi la signora Laura continuò: «Io non rividi più mia figlia viva! Ci sequestrarono le chiavi di casa e, mentre noi eravamo in prigione, ci portarono via tutto! Per tutto il periodo della prigionia ogni giorno arrivavano, mi picchiavano, mi minacciavano senza una ragione...».
Il suo pianto accorato creò una pausa nel suo racconto, ed io posi la domanda chiave che era all’origine di quell’omicidio: «Ma perché fu uccisa?».
Mi risposero un po’ tutti, ovvero l’accusa ufficiale era spionaggio, accusa ridicola data l’età della vittima, però la zia azzardò un’altra ipotesi: Giuseppina aveva partecipato ad un concorso a tema per cui ricevette i complimenti dal Duce in persona; poteva essere questo, la sua condanna a morte!
Poi ancora disse che, con molto coraggio, era andata nelle scuole di Legino, diventate per l’occasione centro di raccolta, dove Giuseppina era «detenuta» ed in effetti riuscì a parlarle per pochi minuti: «Era ridotta in uno stato pietoso; mi disse di aver subìto ogni sorta di violenza... (a questo punto tacque per pudore su tante nefandezze che la decenza lascia solo intuire).
Ero sconcertato e, se non avessi visto con i miei occhi l’oggetto di quel martirio, non avrei creduto a tanta ferocia! Comunque osai ancora chiedere: «Nessuno ha assistito alla sua morte?». Mi rispose il signor Ghersi: «Ero io con lei; prima mi hanno preso a pugni e mi hanno colpito col calcio del fucile, perché volevo difendere mia figlia, poi hanno ucciso Pinuccia a calci!». Azzardai una domanda: «Ma non le avevano sparato?». Con voce alterata mi rispose: «Le spararono un colpo alla nuca, ma la mia bambina era morente, o forse già morta!».
Per ciò che ricordo, la mia visita volgeva al termine, ma al momento del commiato, ricordai qualcosa che mi aveva colpito e ancora chiesi: «Scusatemi, ma Pinuccia aveva forse un anello al dito?». Dopo un momento di perplessità la zia della bambina mi rispose: «Si certo! Un anellino d’oro, ma perché me lo chiedi?». Abbassai il capo e mormorai: «No niente, chiedevo così!».
Lasciai quella casa intrisa di dolore e, scendendo le scale, ebbi la sensazione che non avrei più rivisto nessuno di loro; e infatti fu proprio così!
Stava piovviginando quanto uscii in strada; avevo tanta rabbia dentro. Non potevo accettare l’ingiustizia, da qualunque parte provenisse, non potevo accettare l’idea che i criminali fossero da una sola parte; non riuscivo a capire perché, dopo aver eliminato la tirannide si sognasse alla guida del nostro paese, ancora tiranni ugualmente spietati e feroci...
Dal cielo buio una fine acquerugiola mi scorreva sul viso; meglio così per passare inosservato tra la gente!
Molto, molto tempo dopo lessi che forse un poeta, forse un disperato disse che gli occhi velati di lacrime vedono molto lontano...
Ma allora non potevo saperlo.

sabato 2 febbraio 2008

Ystoire de li Normant

08-12-2002, 04:54
shelburn

Ystoire de li Normant

dove si narra de le gesta di gent molt robuste et forte; laquel gent premerement habiterent en un ysulle qui se clamoit "Nora"; et pour ce furent clamez "Normant"
Avrei qualche riserva sul fatto che la Scandinavia sia un'ysulle... ma andiamo avanti con quest'opera di Amato di Montecassino, la cui versione originale in latino è andata perduta, mentre è giunta a noi la traduzione che ne fece Vincenzo De Bartholomaeis in un francese italianeggiante che non fu mai parlato in Francia. Però possiamo contare sull'ottima traduzione di Giuseppe Sperduti, di cui darò qui qualche brano, preso qua e là.

testo originale
XVII. Avan mille (.xvi. ans) puis que Christ (...) appurent en lo monde .xl. vaillant pelerin.

traduzione
17. Prima del 1000 dopo Cristo (...) apparvero nel mondo 40 contadini in veste di pellegrini.

commento
"vaillant" = coraggioso, vigoroso

testo originale
Après ce, li Emperor (...). Et ovri son thesaure et trova chevaliers pour monoie; et combatirent contre li fort Normant. Mès li Normant en veinchurent sans nombre. Et tant vindrent de gent sanz nombre, et lo champ fu tot plein de la multitude de lo exercit de l'Emperor. (...)

traduzione
22. Dopo ciò, l'Imperatore (...). Egli offrì il suo tesoro e trovò cavalieri nei monasteri e combattè contro i forti Normanni. I Normanni vennero senza numero e furono tanto numerosi che il campo di battaglia fu pieno dell'esercito dell'Imperatore. (...)

commento
Dopo di ché, l'Imperatore (...). E aprì il suo tesoro [ mi sembra più probabile che abbia prelevato denaro dal suo tesoro, anziché lo abbia offerto tutto ] e trovò cavalieri per denaro [ mercenari, dunque, non monaci ] ; e combatterono contro i forti Normanni. Ma [ importante, questo "ma" dimenticato ] i Normanni ne vinsero tantissimi [ letteralmente: "senza numero, innumerevoli" ]. E vennero tanti, innumerevoli mercenari [ letteralmente: "gente"; si tratta di gente che combatte per l'Imperatore, contro i Normanni ] che il campo [ di battaglia ] fu pieno della multitudine dell'esercito dell'Imperatore [ non sono i Normanni ad essere numerosi, ma i loro nemici]

testo originale
XXV. La vertu imperial non voloit muer la disposition de venir en Ytalie (...)

traduzione
25. La virtù imperiale non voleva togliere la disposizione emanata in Italia (...)

commento
[ Non c'è nessuna "disposizione emanata", ma solo la volontà di non cambiare la decisione di venire in Italia ]


testo originale
XXVIII. Et Troiens, par debelité de ceuz qui l'asegerent, né par force de ceuz qui dedens estoient, mès pour lo fort lieu où elle estoit, non pot estre prise. Où Troie fu apart l'antique fabrique, et non pas là où elle est maintenant, quar en plus vill lieu est ore.

traduzione
28. tr..a, per fiaccare coloro che l'assediavano, non per la forza di coloro che avrebbero dovuto difenderla, ma per il luogo fortificato, su cui sorge, non può essere presa. Dove tr..a insorse presso l'antica fabbrica, non dove essa è mantenuta; infatti in più città adesso vi è un luogo inaccessibile.

commento
28. tr..a [ letteralmente: Troiani ] non potè essere presa, per la debolezza di quelli che l'assediavano, e non per la forza di quelli che stavano dentro, ma per la posizione forte in cui stava.
[ la frase seguente non mi è chiara, ma Amato vuol dire che tr..a sorgeva - non parla di una sua "insurrezione" - in una posizione più alta, e non dove è attualmente, perché ora è in un posto più basso ]


testo originale
XXVIIII. (...) C'est lo baston eclesistique.

traduzione
29. (...) Questo scrisse lo scrittore ecclesiastico.

commento
Non si tratta di uno scrittore, ma di un bastone, come lo stesso traduttore riporta nel paragrafo successivo:
"30. (...) ti do un segno manifesto, cioè la verga pastorale(...) "

Conclusioni:
... povero me, con fonti simili!

venerdì 1 febbraio 2008

Ma che storie son queste...? 6

26-12-2002, 02:37
shelburn

Battaglia di Gargamella

detta anche di Gaugamela , ovvero "pascolo dei cammelli".
Dunque, i puffi di Alessandro (Magno ?, e per forza, siamo alle feste di Natale, mica vorrete che digiuno proprio adesso, no ?) avevano domato un fiume e attraversato delle Tigri... o sto facendo confusione ? Si dice che ci fossero a quella gita scolastica ben 40.000 puffi studenti, e 7.000 puffi professori, "cavalieri" del lavoro. Ma poi incontrarono un buon frate... "buon"... in greco potremmo dire "Eu"frate.
Gli passarono tutti sopra a quel poveraccio, che non gli restò che dire le preghiere, ma tanto era frate.
Nel frattempo Dario III Gargamella, il magaccio cattivone, aveva abbassato le persiane, perché c'era troppa luce, e posto il suo campo vicino alla bella Arbela, che oggi si chiama Irbil, e sta nell'Iraq settentrionale.
"Mo je menamo a sti ellenici", sghignazzò Dario III, mentre Franco I e Franco IV scrivevano "noi ce n'annamo" sulla sabbia... avendo subdorato aria di mazzate.
Il Gran Re non si scompose per la sparizione dei due cantanti, che da allora non si sono fatti più rivedere, e si stropicciò le mani, mormorando con fare furbesco
- ... tanto c'ho l'arma segreta di distruzione di massa ! -
- Non si faccia sentire, mio Re ! - Gli raccomandò il suo consigliere Archangelo VII, preoccupato che gli ispettori potessero sentirli.
- Ma di cosa ti preoccupi, amico mio - lo rassicurò il re dei re - tanto ormai siamo già in guerra. Guarda piuttosto questi elefanti... hai mai visto una potenza simile? Quindici bestioni indiani, pesantemente armati e corazzati... faranno 'na strage ! -
- Speriamo ! - mormorò il consigliere, dubbioso e perplesso.
Così, prima di andare a dormire si fece dare una camomilla da Maldestro III. Ma nonostante questa fece dei sogni orribili.
Il giorno dopo, i due eserciti si fronteggiarono... era l'anno 331 a.C.
Lo spettacolo era da mozzafiato. I quindici elefanti corrazzati, orgoglio della tecnologia persiana, erano schierati in prima fila, davanti ad una seconda fila di cinquanta carri falcati. No, i falchi non c'entrano... erano dotati, invece, di falci destinate a falciare i nemici... in teoria. Sembra, però che spesso finirono per essere più dannose agli amici che ai nemici, come rilevò anche Leonardo VI da Vinci IV.
Dietro questi carri c'era la terza linea, una composizione mista, da sinistra a destra guardandoli di fronte, di fanti, cinquanta carri falcati, fanti, cento carri falcati, fanti.
Seguivano altre due file.
L'esercito greco si era disposto su tre linee, ma la prima presentava come dei rinforzi, verso le ali, e piegava all'indietro sulle due ali.
Appena l'arbitro fischiò l'inizio, Alessandro ordinò ai suoi di caricare sul fianco sinistro dei persiani, sapendo che quella notte avevano dormito proprio su quel fianco, il furbone.
Riuscì dunque ad aprire un ampio squarcio al centro, che lui stesso sfondò, aggirando gli elefanti alle spalle.
- Eh no, non vale ! - imprecò Dario III stizzito e, vista la mala parata (i testi tacciono, però, sul nome del portiere che fece questa "mala parata") si ricordò di un impegno improvviso e irrinunciabile che aveva in Persia. Qualche maligno dice che fuggì: propaganda maligna di chi vuole male al coraggioso Dario III !
Le truppe persiane, vista la fug... visti gli impegni improrogabili del loro re condottiero, si ricordarono chi di aver dimenticato il fuoco acceso, chi la finestra aperta, chi un affare urgente, chi una scadenza di un debito... insomma tutti si dispersero chi qua e chi là.
Sul campo di battaglia rimasero, dicono, 40.000 Persiani e 500 Greci.

nota
Franco I e IV sono i cantanti attuali
Maldestro e Arcangelo erano forumisti di Lad

26-12-2002, 03:34
shelburn

ps
Mi viene il dubbio che quei reparti alternati ai carri falcati fossero di cavalleria e non di fanteria, ma i miei testi non lo specificano, e così non saprei risolvere la questione. Cercherò di approfondire la questione appena possibile.

26-12-2002, 03:46
shelburn

Eh eh, avevo un giusto sospetto. Dario aveva posto la cavalleria sulle ali, per tentare una manovra accerchiante con i suoi cavalieri. Ecco perché Alessandro aveva messo quella propria un po' ripiegata, a protezione dei fianchi. Ma una discussione seria e approfondita della battaglia non è negli intenti scherzosi di questo breve post. Solo che non mi convinceva il discorso dei fanti in quella posizione, e ho voluto vederci chiaro.

Ma che storie son queste...? 5

16-11-2001, 18:01
shelburn

La battaglia di Malevento (Benevento)
(275 aC.)
Sembra che Nino Taranto avesse chiesto aiuto a Pirro contro la Roma, che rischiava di vincere il campionato, anche perché la gioventù (in latino: juventus) non era più quella di una volta (dicono sempre così…).
Chi era questo Pirro, re dell’Epiro?
Un re che mise in grande affanno la Roma di quel tempo, vincendo il primo tempo, ma con molti giocatori acciaccati, tanto che anche ora si dice “Vittoria di Pirro” quando si vince, ma poi si sta peggio di chi ha perso.
Ma per capire meglio questo mister (o addirittura, mistero), torniamo qualche anno addietro.
Morto, in un modo o nell’altro, Alessandro Magno, i suoi generali, che si volevano tutti un gran bene tra di loro, si misero a giocare alla guerra uno contro l’altro, per spartirsi tanto impero.
Nomi di prim’ordine come Antigono Monoftalmo, Seleuco, Antipatro, Cassandro…gente che aveva grandi mezzi (si parla addirittura di tutti gli autobus del Vomero..) e grande potere.
Per anni la lotta tra di loro fu mastodontica, ciclopica, come se si scontrassero dei dinosauri, con battaglie in cui centinaia di migliaia di uomini degli eserciti più forti, si scontravano con ferocia e determinazione, facendo scorrere fiumi di sangue.
In pochi anni fu dilapidata una potenza immensa.
Due di questi generali, Tolomeo e Demetrio, decisero di far pace tra di loro. E il giovane Demetrio, detto Poliorcete (L’assediatore di città, per la sua abilità di conquistare qualsiasi città assediasse), pensa pensa, cosa dà in pegno di pace al buon Tolomeo?
Gli dà il nostro Pirro…come se fosse un oggettino da portare al banco dei pegni… Ecco chi era quel Pirro che fece tremare Roma!
Lo stesso che nel 280 troviamo in Italia, attirato dai bassi costi delle pensioni del Sud. Il depliant che gli aveva inviato Nino Taranto parlava di mare e sole a prezzi stracciati.. e lui si lasciò incantare, anche perché non voleva perdere le prime puntate della telenovela “incantesimo” che iniziava proprio in quei giorni.
Dopo l’Italia, si fece tentare dalle spiagge incantevoli della Sicilia, i suoi dolci gustosissimi, la pasta con le melanzane, e quella di mandorle…come resistere?
Ma presto si accorse che anche i Cartaginesi erano interessati a tutto quel ben di Dio, e, trovato “’o tuosto” (= il duro), ed anche perché invocato a gran voce dai fans di Nino Taranto, in difficoltà con i tifosi romani, molto ben “esercitati”, ritornò in Italia.
Correva l’anno 275aC (a quei tempi, chi andava piano restava indietro con l’età) ed erano consoli Manlio Curio Dentato (sponsor della pasta del capitano) e Lucio Cornelio Lentulo (Lentulo perché si muovevola lentamentule, Cornelio perché.. lasciamo perdere…).
Lentulo guerreggiava in Lucania, M. Curio, invece, aveva preso l'offensiva nel Sannio (e per questo era molto arrabbiato) e si era accampato presso Malevento. Pirro voleva piombare su Curio, prima che i due consoli si potessero congiungere, e mandò poche forze per tenere a bada Lentulo o, almeno, ritardarne l’avanzata. Perciò voleva ad ogni costo dare battaglia subito, mentre M. Curio Dentato, che era il più esperto dei generali romani, si teneva prudentemente nel suo accampamento fortificato aspettando l'arrivo del collega. Pare che, dal sicuro dell’accampamento, si affacciasse e gli facesse le smorfie e le boccacce, ma questa notizia shelburniana non trova conferma nei libri seri. Pirro, per costringerlo a battaglia, pensò di occupare di notte, di sorpresa, alcune alture che dominavano il campo romano, da dove avrebbe goduto l’aria fresca delle colline e poi avrebbe potuto tentare l'assalto. Ma la marcia notturna in un paese boscoso e poco conosciuto fu molto disordinata, e il mattino sorprese i soldati di Pirro stanchi e ed assonnati quando arrivarono in vista del campo romano. Curio Dentato, che era un furbastro, approfittò della stanchezza e del disordine dei Greci per fare una sortita che ebbe un felice inizio.. infatti i Romani apparvero all’improvviso gridando “..settete!”
Mentre i Greci ridevano per la gran gioia, i Romani si frocoliarono (= presero) alcuni elefanti. Riavutisi dalla sorpresa, gli Epiroti riordinarono le loro schiere, e, formata la falange, costrinsero i Romani a rifugiarsi nell'accampamento. Curio, incuriante del pericolo, reagì con valore, e fatte salire sul vallo le sue riserve, riuscì a resistere all’assalto dei Greci. Pirro, allora, dovette retrocedere, perché i suoi soldati erano esausti per la marcia notturna e non era prudente assaltare un accampamento fortificato e ben difeso. Non essendogli riuscita la sorpresa, e poiché l'altro console ormai era vicino , Pirro, non avendo forze sufficienti per resistere ad entrambi, si ritirò, esclamando “Ma che malora! Non è giusto, però!”.

Curio disse a Cornelio: “Ma a te dà tanto fastidio questo vento?”
“No, a me no”
Confortato dal sereno parere dell’amico, e volendo dare un segno augurale al nome della città, invece di Malevento, la chiamò Benevento.

Ma che storie son queste...? 4

15-11-2001, 23:41
shelburn

La battaglia di Porta Collina.
(82 aC.)
Che fossero tempi bui, è provato da due fatti del tutto indipendenti,
primo, che l'Enel era ancora lontana da venire..
secondo, che avevano messo in porta un arbitro, per quanto bravo...
..eppure, il famoso archeologo Shel Burn ha trovato l'elemento d'unione tra queste due notizie: ebbene sì, in mancanza dell'energia elettrica, i romanisti misero in campo il famoso difensore gallo Candela, che con i suoi guizzi prepotenti, e la sua visione di gioco lucida e precisa, illuminò la difesa della Roma...
Era morto da poco Mario (nell'86aC.), e Giuseppe non si sentiva tanto bene..sapete, un pò di artrite rematoide, cosa normale alla sua età...[che c'entra Giuseppe? niente, assolutamente].
Uno dei comandanti mariani, Ponzio Telesio disse all'altro "sono arrivati i sanniti, ma non basterà"
Gli rispose l'altro comandante, Marco Lamponio "cosa vuoi di più"
"Voglio un lucano"
e come per incanto apparve il contingente lucano, destinato, dopo la sconfitta, ad essere noto come "l'amaro lucano" (ecco perché...).

Appio Claudio comandava gli aristocratici, ma era un pò fuori strada, perché non stavano sull'Appia ma sulla Salaria, e i soldati volevano farsi pagare...ci volle del bello e del buono per spiegargli che Salaria era la via del "sale" e di salario non se ne parlava nemmeno. I soldati si rassegnarono, ma erano demotivati..così la battaglia si mise bene per i popolari, finché non arrivò il terribile Silla, che aveva costretto Mitridate a venire a patti (dove fosse questo posto...non lo so ), e a lui s'era aggiunto Licinio, un tipo molto Crasso..
Insieme, questi formidabili generali sterminarono gli avversari.
Silla fu eletto dittatore.
Quale saggia conclusione possiamo trarre da tutto questo?
Se stai vincendo, non fare venire, proprio in quel momento, un altro esercito di nemici...visto che hai l'arbitro dalla tua, fagli fischiare la fine della partita, prima!

15-11-2001, 23:55
Clemente Ugval

Shell, affrettati a registrare il copyright di questa tua divertente riedizione della storia, altrimenti Poli se ne appropria e la ammanisce ai suoi chianin pupils, con grande soddisfazione della Moratti, (che il Nostro fa di tutto per compiacere, con grande successo, devo dire, perchè mi risulta che la nostra ministra tutte le volte che posa la sua illuminata attenzione sulla scuola toscana provi quei ripetuti orgasmi che suo marito petroliere non è riuscito a procurargli in una vita).


16-11-2001, 00:01
shelburn

Grazie, PT e Clem, il mio unico scopo è cercare di divertirvi.

ps
(però, però, nascondo, subdolamente, qualche notizia vera, in mezzo a quelle che vi propino, del tutto inventate, al solo scopo di rallegrarvi)

16-11-2001, 00:12
polifilo

ma veramente

noi siamo già all'invenzione del picio e la scoperta del vinsanto con i cantuccini..due eventi chiave nella storia dell'umanità da porsi subito dopo l'invenzione del palio e delle feste dell'unità ovviamente da parte degli antichi etruschi.

no che anche in gita..abbiamo...visita alle tombe etrusche dei nonni..così pigliamo due piccioni con una fava..cambiamo i lumini ai nonni e ci acculturiamo a bestia
visita alle cantine di montalcino...ma solo per i ragazzi più grandi hic hic...è una sorta di rito iniziatico chianino hic hic voi non hic potete hic capire.

Ma che storie son queste...? 3

da:
http://www.letterealdirettore.it/forum/showthread.php?t=3560

15-11-2001, 20:08
shelburn

Alessandro Magno
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Quando se magna se magna: Alessandro Magno
Dopo la distruzione di Tebe (335 aC.), il buon Alessandro era insoddisfatto perché al suo Paese, per cena, gli servivano solo il pollo con la Pella e la Macedonia. Lui, che aveva saputo del banchetto nella tenda di Mardonio, aspirava a molto di più...
così pensò: "mo me magno l'impero persiano" e partì (334aC.), con pochi amici, ma gran giocatori di carte (avevano 30.000 fanti) e anche gentili verso le donne (5.000 cavalieri).
Chi ti incontra in Persia ? Nientemeno che il re dei re, DarioB III, con un esercito enorme, ma che non si dimostrò di Granico (volevo dire di granito), e che si sfaldò in men che non si dica...e un samurai nipponico che stava nel suo esercito, disse infatti "men" [un urlo tipico dei kendoka al momento dell'attacco], e fece il vuoto intorno a sé...
Alessandro avrebbe potuto accontentarsi, ma Isso aveva fame di Gloria, e vinse un'altra grande battaglia, Isso (333 aC.).
Poi, invece di puntare sul cuore della Persia, o alla roulette, o al superenalotto, decise di giocare un brutto Tiro alla flotta persiana, che era quella fenicia, in pratica.
Proseguendo, nel 332aC., fece una bella gita in Egitto, dove fondò la città di Alessandria...invece per Cuneo e Vercelli bisognò attendere ancora molto tempo...
Tornato in Siria, superò un fiume pieno di Tigri, ed ebbe un segno divino, un'eclisse che fu interpretata in termini aulici e dotti: "Gli daremo mazzate da orbi!", e quindi ben predispose i soldati macedoni, che, a differenza dei persiani, poterono riposarsi, perché tutti avevano fatto i compiti e mangiato a cena tutto tutto, da bravi. La battaglia, detta di Gaugamela fu decisa dall'intervento dei Puffi del generale Quattrocchi, che misero Gaugamela in fuga, che è meglio!
Entrò così trionfante a Babilonia, dove, per festeggiare, ricoprì il suo amico Stefano, offertosi volontario, di quella sostanza nera che abbondava da quelle parti, e gli dette fuoco. Ma Stefano non apprezzò del tutto quel trattamento troppo caloroso, e allora Alessandro, indignatosi, per dispetto gli fece il gavettone con tutta l'acqua dei secchi che aveva, per combinazione, lì, perché stava per farsi il bagno.
Pare che Stefano non si sia più offerto volontario per questo tipo di giochi, chissà perché...
Distrutta Persepoli, inseguì DarioB fino alla capitale estiva dell'impero, Ectabana (abbreviazione di "Ecco la talebana!"). era il 330aC. e il Gran Re fu assassinato da un certo Besso, suo cugino fetentone e traditore, che assunse il nome di Artaserse, che però non piaceva ad Alessandro, che andò a dirglielo fino a Bactria. Notando che il crocefisso mancava, Alessandro, che era molto cattolico (infatti siamo nel 328 avanti Cristo), per sopperire a questa mancanza, ne fece subito installare uno con Besso sopra...chi meglio di lui?
L'anno seguente (327aC) Alessandro si spinse ancora più a Nord, in Sogdiana e conquistò la roccaforte di Ossiarte, satrapo di Battriana, ne prese prigioniera la figlia Rossana(ecco dov'era!) e poi la sposò (torna, Rossana, torna, dopo il viaggio di nozze).
Arrivato in India, sconfisse l'esercito di un Poro re indiano (come direbbe Polifilo), e si parla che per conquistare Laura avrebbe dato un galà così importante che lo chiamarono Sangala, ma, ricevuto uno schiaffone dopo i suoi vani tentativi di approccio, umiliato e offeso, sedotto e abbandonato esclamò "non è più tempo di giocare" (nella lingua dei britanni moderni, Play Time) e decise di tornare indietro.
Arrivato a Babilonia si fermò lì per sopraggiunti, improrogabili, motivi tecnici. Era l'anno 323aC.

nota
Dariob, Laura, Polifilo, Play Time, Rossana erano forumisti di www.letterealdirettore.it

15-11-2001, 21:33
Play Time

Protesto vibratamente. Ho appena lasciato un forum dove, l'ultima volta, mi avevano infilato come protagonista di una specie di Star trek alla guida dell'astronave Demetra e per prima cosa in uno scontro a fuoco facevo fuori l'unica squinzia che mi piaceva (una perfidia dell'autore, geloso...) e qui non mi va meglio. Troppe analogie. E io di continuare a prenderlo sempre nell'analogo mi sono scocciato.
Ciao Shel, so long.


15-11-2001, 21:50
shelburn

Giuro, PT, mai fatto trekking, (sui prodotti Star stendiamo un velo pietoso..perché effettivamente qualcuno l'ho mangiato...confesso, ma non pensavo che fosse così grave..).
Mi dispiace che tu non abbia gradito, se dico "Ogni riferimento a personaggi di questo forum è fatto solo per scherzare bonariamente, senza malizia", mi perdoni?
Comunque, con quell'altro forum io non c'entro, assolutamente. Come fai ad associarmi ad altri? Io (nel bene o nel male) sono unico.

Comunque, la storia ti è piaciuta, almeno?

15-11-2001, 22:39
Play Time

Si, Shel, davvero gradevole. Sono convinto che se tu riscrivessi i testi di storia, credo che i testi divulgativi di Montanelli invecchierebbero di colpo.

So long.

giovedì 31 gennaio 2008

Ma che storie son queste...? 2

13-11-2001, 17:52
shelburn

Battaglia di Filippi
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(42 aC.), tra Filippo Marco Antonio e Filippo Ottaviano (futuro Augusto), da una parte, e i Filippi cesaricidi: Filippo Marco Bruto e Filippo Cassio.
Uno di questi Filippi, un vero Bruto, non avendo capito un Cassio, e forse anche perché non sopportava di chiamarsi Filippo come tutti, si suicidò.
Nonostante fosse un Bruto, fu pianto perfino da un Cicerone che accompagnava i turisti fuori Roma, anche perché i tempora erano duri, e invece delle mores romane si vedevano in giro sempre più spesso certi brutti ceffi biondi o rossi…
Era il mese di Augusto, ed a Ottaviano, ridente cittadina della provincia napoletana, gemellata con Filippi, faceva caldo, tanto caldo, talmente caldo che a Filippo Ottaviano salì la temperatura, e gli venne la febbre del sabato sera. Così, nonostante fosse malato, forse per andare in discoteca, forse per timore che Filippo Cassio gli facesse la puntura, uscì dalla tenda e si salvò.

La vittoria fu così completa e gloriosa, che Cicerone, in onore di Filippo Marco Antonio, pronunziò una serie di veementi orazioni, dette, appunto, filippiche.
Pare che abbia esclamato, tutto entusiasta: “Cantami o divino Augusto, del Filippo Antonio l’ira funesta…”
Al che il triumviro, con una strana, enigmatica, espressione sul viso, si dice rispondesse:
“Bellissime, queste orazioni, roba da far perdere la testa…”

13-11-2001, 18:09
shelburn

Battaglia di Cinocefale
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(197 aC.), primo fulgido esempio di battaglia navale (i cefali sono pesci) combattuta per terra in diretta cinematografica.
Attori e interpreti furono:

Attori:
Tito Quinzio Flaminino, nella parte del vincitore
Filippo V di Macedonia, esperto di frutta, ma non abbastanza di guerre

Interpreti:
Tizio Caio Sempronio, valente conoscitore delle lingue greca e latina
Lucio Marrangio, conoscitore (e nemmeno tanto..) della sola lingua latina, ma super raccomandato

Ma che storie son queste...? 1

da:
http://www.letterealdirettore.it/forum/showthread.php?t=3560

13-11-2001, 17:25
shelburn

Ma che storie son queste...?
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Si declina ogni responsabilità se, in mezzo a tante notizie storiche improbabili, ne capitasse qualcuna vera…

La battaglia di Waterloo (18 giugno 1815), detta anche battaglia delloo Water, fu una terribile battaglia in cui si scontrarono 190.000 soldati, tra inglesi, comandati da Wellington, e francesi, comandati da Napoleone, che gridando “A la Gloire!! A la toilette!!” volevano andare a fare colazione a Brussel (colazione..come li capisco..). Per strada gli venne una urgenza bestiale. Ma il soloo water era stato occupato, con tipica perfidia britannica, dai tiratori scelti inglesi (incaricati di, almeno in questa occasione, farla dentro… e se non ci fossero riusciti loro, chi avrebbe potuto riuscirci?) …non ti dico le mazzate!…
..anche perché i francesi volevano far presto prima che arrivassero i Prussiani, se no…quando gliela avrebbero lasciata fare…?

13-11-2001, 17:34
shelburn

La battaglia di SalaMina
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(480 aC.), svoltasi per la sala di registrazione che non era secondo i gusti della nota cantante cremonese.


13-11-2001, 17:44
shelburn

La battaglia di Platea

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(479 aC.), è l’esempio di come possa degenerare uno spettacolo, quando danno un buon film e non ci sono abbastanza biglietti. Tutti volevano andare in Platea, nessuno in galleria, e la situazione era già grave; ma dopo la Pausania del primo tempo degenerò, tanto che Mardonio (centravanti di Serse Cosmi) gridò “Ahimè, siamo Persi!”, eppure, pur di vedere il film, erano venuti dal giorno prima, e avevano dormito in una tenda, che abbandonarono, e in cui fu dato un grande banchetto, per metà con cucina spartana, per quelli che avevano il biglietto ridotto, e per metà con cucina persiana, per i raccomandati. Di fronte a tanto ben di dio, a fronte del paninozzo con Salamino piccante dei Lace Demoni, qualcuno esclamò: “ecco, vedete, avevano tutta sta roba, e sono venuti a ce togliere ‘o ppane a nuje, sti fitienti!” (traduco dal greco antico: “sono venuti a togliere il pane a noi, questi discoletti”)

mercoledì 30 gennaio 2008

etruschi e romani

da:
http://www.letterealdirettore.it/forum/showthread.php?t=273

12-10-2000, 03:02
shelburn

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C’è, per caso, qualcuno interessato alla storia antica?
Avrei molti dubbi da chiarirmi, e mi piacerebbe discuterne.
Per esempio vorrei capire l’influenza degli etruschi sui romani.

Sappiamo che Roma sta sul Tevere, e che l’Etruria andava dal Tevere all’Arno (anche se gli etruschi hanno occupato anche territori al di fuori di questa, come la valle padana, da cui furono cacciati dai galli nel 400aC.).
Quindi Roma stava proprio sul confine con gli etruschi, e questo spiega per lo meno tutti quegli influssi artistici, culturali e di costume (la divinazione, per esempio).
Che significato hanno Tarquinio Prisco e Tarquinio il Superbo?
Furono romani di origine etrusca, o etruschi che dominarono Roma?
E Servio Tullio? Livio dice che fu un servo, fatto re da Tarquinio Prisco, che lo preferì ai suoi stessi figli. Dobbiamo credergli? O non sarà anche lui un segno di alternanza? (L’alternanza di re romani e sabini aveva caratterizzato i primi quattro re di Roma).

Il trattato romano cartaginese del 509 aC. ha qualcosa a che vedere con la cacciata dei re etruschi nel 510aC (un solo anno dopo, strana coincidenza)?

Come dobbiamo interpretare, trent’anni dopo, nel 480aC (nello stesso giorno, secondo gli antichi, in cui lo spartano Euribiade sconfiggeva, a Salamina, la flotta di Serse), l’alleanza etrusco cartaginese, sconfitta ad Imera dal greco (dorico) Gelone di Siracusa?

Perché durante la guerra di Roma con l’etrusca Veio, gli altri etruschi si tennero fuori? Forse consideravano, quella, una guerra interna? Una lotta tra etruschi?

Perché i Romani, pur avendo gli etruschi sul loro confine fin dalla loro fondazione, conquistarono prima tutto il resto dell’Italia, e solo per ultima l’Etruria?

E’ vero quello che dicono fonti toscane, che Mantova sarebbe stata un enclave etrusco? E quindi Virgilio (Mantua me genuit..) sarebbe stato etrusco lui stesso, come Mecenate?

Avrei tanti altri quesiti, ma l’ora è tarda, e non vorrei scrivere degli svarioni per il sonno.
Sperando di sentire qualcuno di voi (Nurgle, non hai detto che ami la storia? Intendevi anche quella antica? Lo spero)
Vi saluto tutti
Shelburn

l'alfabeto, ma che storia è ?

da:
http://www.letterealdirettore.it/forum/showthread.php?t=273

20-10-2000, 01:56
shelburn

alfabeto, storia un pò seria, e un pò scherzosa

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Com’è nato l’alfabeto? Mumble, mumble, argomento interessantissimo, ma troppo vasto.
Per quanto riguarda la preistoria, diremo solo che l’uomo ha sempre, e tuttora, mandato messaggi tramite l’arte, non sempre comunicativi, anche se belli. Credo che lentamente l’arte sia diventata comunicazione; tuttora il sistema di scrittura cinese è, anche, una forma d’arte. I due concetti di arte e comunicazione, non sono stati sempre concordi. I messaggi pittorici sono diventati sempre più standardizzati, sempre più comunicativi, sempre più pittogrammi, piutosto che simboli artistici.

Gli storici sono concordi nell’attribuire ai fenici l’invenzione dell’alfabeto. Il bello è che più di un passo avanti, fu un passo indietro. Infatti, prima di loro, gli egizi, nella loro smania faraonica di grandezza, non si erano limitati a rappresentare tutti i suoni alfabetici (o unilitteri), ma avevano anche rappresentato suoni bilitteri, come “st”, e trilitteri, come “ntr”.

Quando il grande scriba TuthTe-makkis (nome di fantasia shelburniana) si alzò, tutto sporco, sudato e stanco, dopo aver creato l’ultimo segno, disse:
“basta, le vocali le inventerò domani”
la notte stessa fu rapito da ignoti illetterati, e venduto agli ossimori, che non so che popolo sia, né se sia adatto a fare rima.
Pare che un giorno un suo discendente sarebbe stato venduto schiavo a dei mercanti greci.

Qualcun altro, più dotto di me, vorrà magari avvalorare quell’altra tesi fondata sulle particolarità linguistiche delle differenti lingue (tuttora i semiti fanno un uso molto parco delle vocali, cosa che renderebbe la lingua greca non intelleggibile)

Un giorno alcuni mercanti fenici comprarono in saldo alcune lettere dagli egizi, e per risparmiare, abbandonarono bilitteri e trilitteri, e rappresentarono tutti i suoni con i soli unilitteri. Quindi, quella fenicia, più che un’invenzione, fu una semplificazione, destinata a costituire una svolta fondamentale nella storia dell’umanità.
Infatti, sembra che le cose semplici siano meno complicate (eh eh), e quindi destinate ad un sicuro successo (ma pare che questo concetto non sia chiaro a tutti).

La lingua greca, poi, ricca di vocali, fu costretta a trasformare alcuni segni consonantici in vocali, fissando un tipo di modello da cui gli altri alfabeti, venuti dopo, si sono discostati per forma, ma non per concetto.

Tutti i popoli vennero a conoscenza di queste straordinarie invenzioni, ed elaborarono un proprio alfabeto, compreso etruschi e romani. Ad onor del vero dobbiamo dire che l’alfabeto latino costituisce solo uno di questi esempi, senza costituire alcuna particolare importante novità, se non quella di essere molto diffuso.