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domenica 2 agosto 2009

Non è con l'omertà intellettuale che riscopriremo Curzio Malaparte (click)

Intervista a Luigi Martellini di

Luca Meneghel

2 Agosto 2009

Tra i tanti autori dimenticati dalla “letteratura istituzionale” italiana, Curzio Malaparte gioca un ruolo da assoluto protagonista. Grande dimenticato ma non solo: col passare degli anni, sul conto dell’intellettuale toscano si sono diffusi miti e falsità. Attraverso un lungo colloquio con il professor Luigi Martellini, il curatore del “Meridiano” dedicato a Malaparte, abbiamo cercato di ristabilire un po’ di giustizia sulla vita intellettuale e politica di uno dei massimi scrittori del nostro Novecento.

Professore, oggi Curzio Malaparte viene letto e studiato poco. Quando, e perché, la cultura italiana lo ha "dimenticato"?

Questa domanda dovrebbe essere rivolta a quella che lei definisce “Cultura italiana” e a quegli autori della “storie letterarie” in uso nella scuole. Per quel che posso dire, il discorso è estremamente semplice: Malaparte è stato un “fascista”, che l’Italia non riuscirà mai a smaltire questo suo periodo storico, che è esistita ed esiste ancor nel nostro Paese (altamente democratico e sempre pronto a riempirsi la bocca di democrazia) una cultura egemone (di cui tutti conoscono il colore), che ha prodotto molti danni e condizionato scelte smaccatamente ideologiche e non letterarie, che chi non apparteneva ad una parte apparteneva di conseguenza alla parte opposta e quindi nemica, che non vale la bravura o la genialità, ma l’appartenenza ad uno schieramento politico e/o partitico, che la politica culturale del dopoguerra ha colonizzato giornali, autori, opere, editrici, università e quant’altro, eliminando e facendo passare sotto silenzio o relegando ad una marginalità oscena tutto ciò che poteva apparire contrario o pericoloso o migliore…e via dicendo.

C’è qualche specifica responsabilità, o è l’intero “sistema” ad averlo dimenticato?

Non voglio fare nomi, perché questa è anche una società vendicativa, perciò passo, se pur brevemente, la parola a Malaparte così ognuno può esprimere il suo giudizio: “Tutti gli scrittori sono stati fascisti, nella qual cosa non vi è nulla di male. Ma perché oggi pretendono di farsi passare antifascisti, per martiri della libertà, per vittime della tirannia? Nessuno di loro, dico nessuno, ha mai avuto un solo gesto di ribellione contro il fascismo, mai. Tutti hanno piegato la schiena, con infinita ipocrisia, leccando le scarpe a Mussolini e al fascismo. E i loro romanzi erano pure esercitazioni retoriche, senza l’ombra di coraggio e di indipendenza morale e intellettuale. Oggi […] scrivono romanzi antifascisti come ieri scrivevano romanzi fascisti; tutti, compreso Alberto Moravia, che gli stessi comunisti (quando Moravia non filtrava ancora col comunismo) definivano uno scrittore borghese, e perciò fascista. L’attuale romanzo italiano rispecchia l’attuale conformismo anti-fascista del popolo italiano, come ieri rispecchiava il conformismo fascista e […] rivela lo sforzo degli scrittori di conquistarsi una libertà formale e contenutistica in contrasto col loro inguaribile conformismo personale morale e intellettuale. Moravia, ad esempio, è il moralista e in un certo senso lo storico, non il critico, della borghesia fascista e chi ha voluto vedere negli Indifferenti un romanzo antifascista, ha sbagliato, consapevole o no, poiché l’indifferenza non era una reazione al fascismo, ma proprio una conseguenza di quella decadenza della società, di cui il fascismo era un altro degli aspetti”. Oppure quest’altro passaggio: “I lettori de ‘l’Unità’ non sanno che il massimo organo del P.C.I. è interamente scritto da giornalisti fascisti. Lo stesso Carlo Muscetta, infatti, redattore de ‘l’Unità’, non solo fu un gerarca fascista, e servo umilissimo dei servi di Mussolini, ma l’autore, in collaborazione di un altro fascista, l’attuale deputato comunista Mario Alicata, di un libro di letture per i ragazzi della scuola media, apparso nel 1941, dico nel 1941, presso l’editore Sansoni di Firenze col titolo Avventure e scoperte, nel quale gli osanna a Mussolini si accompagnano ai più smaccati e servili elogi a Mario Appelius, Attilio Crepas, Giuseppe Bottai ecc. Nessuna legge proibisce ai fascisti di diventare comunisti. Ma il buon gusto, la decenza, il pudore, dovrebbero consigliare loro di non impancarsi a Catoni, a giudici della vita morale e politica italiana, a esempi di coerenza e di intransigenza. Gli intellettuali fascisti passati al comunismo dopo la morte di Mussolini erano la zavorra del fascismo e sono oggi la zavorra del comunismo. Tradiranno il comunismo come hanno tradito il fascismo”. E taccio sugli altri esempi (di cui l’archivio Malaparte è pieno) che lo scrittore portava facendo nomi e citando opere. La verità sta forse nella constatazione, tutta pasoliniana (e quindi all’opposto), che questa “Italia è un Paese ridicolo”.

Da dove viene il nome "Curzio Malaparte"? Perché Kurt Erich Suckert ha deciso di firmarsi così?

È stato Franco Vegliani, il giornalista di “Tempo” (a cui Malaparte collaborava) che fu messo accanto allo scrittore durante i suoi giorni di agonia alla clinica Sanatrix di Roma affinché registrasse fedelmente, quasi fosse una cronaca, tutto ciò che accadeva, veniva detto o confessato fino alla morte. Racconta Vegliani che il passaggio di nome dal tedesco all’italiano avvenne nel 1925, anche se già da qualche anno aveva in mente uno pseudonimo letterario che suonasse meglio di quell’ostico cognome teutonico che gli aveva creato in passato (ai tempi della pubblicazione de La rivolta dei santi maledetti (sui fatti di Caporetto) problemi coi fascisti estremisti che lo aveva apostrofato in ogni modo: da tedesco ed ebreo internazionalista a bolscevico introdotto nelle file fasciste come disgregatore e sobillatore. E Vegliani citava l’amico Giuseppe Fonterossi che era a conoscenza di come fosse avvenuto il cambiamento: quando cioè Suckert vide Fonterossi leggere un raro libretto stampato a Torino nel 1869 e comprato in un bancarella a Campo dei Fiori intitolato I Malaparte e i Bonaparte nel primo centenario di un Malaparte-Bonaparte. L’anonimo autore del volumetto narrava che i Bonaparte in origine (ai primi anni del Mille) si erano chiamati Malaparte. Tale cognome era stato poi cambiato per concessione papale e imperiale, come premio dei servizi resi dalla famiglia alla causa della legittimità. Col rischio, però, di ritornare Malaparte tutte le volte che la famiglia assumeva atteggiamenti poco ortodossi. In tal modo, scriveva l’anonimo autore del volumetto, il Primo Napoleone si sarebbe dovuto chiamare Malaparte. Suckert si fece prestare quel libretto dall’amico, lo lesse e dopo un po’ lo si ritrova col nuovo nome di Curzio Malaparte. L’aneddoto così conosciuto verrebbe avvalorato dall’altro aneddoto che riferisce di un chiarimento da parte di Mussolini, al quale lo scrittore avrebbe risposto: “Perderò ad Austerlitz e vincerò a Waterloo!”.

Un neofita resterebbe immediatamente colpito dalle scelte politiche compiute da Malaparte. Prima di tutto, il fascismo: cosa ha cercato (e trovato) in Mussolini questo scrittore che Gobetti definiva "la miglior penna del regime"?

La domanda alquanto complessa, esige, purtroppo una risposta molto complessa, che spero di dare accennando ai rapporti, che erano di amicizia, proprio tra Malaparte e Gobetti. Nella primavera del ’22 Malaparte entra in contatto con Gobetti e si avvicina al gruppo di giovani intellettuali raccolti intorno ad “Ordine Nuovo” e a Gramsci. Gobetti gli propone di scrivere (chiusa ormai “Energie nuove” dove pensava di convogliare la giovane élite rivoluzionaria) su “Rivoluzione liberale” (fondata in quell’anno), dove Malaparte pubblica saggi sul Dramma della modernità (la crisi italiana come espressione della crisi di una civiltà; il contrasto tra civiltà protestante e civiltà cattolica), scritti poi ripresi e riuniti nel volume L’Europa vivente. Teoria del sindacalismo italiano. L’amicizia con Gobetti, nonostante le diversità di vedute, è profonda e sincera: “Su un punto solo non eravamo d’accordo – scrive Malaparte - sulla guerra. Egli svalutava l’importanza morale della guerra per le giovani generazioni, io, forse, la sopravalutavo. Egli era più giovane di me, non aveva partecipato alla guerra, perciò era molto più freddo, più sereno, molto più obbiettivo di fronte al dramma della guerra. Era anche molto più libero nei suoi giudizi, poiché non era impacciato e appesantito dalla retorica patriottica di noi reduci. La guerra, per me, era già una mia tradizione personale, la mia prima, fondamentale, esperienza di vita. Non potevo, perciò, essere obbiettivo, né libero, di fronte alla guerra. Ed è appunto il fatto ‘guerra’ che mi ha impedito di essere un antifascista, allora.” Malaparte riporta in un suo Memoriale ciò che Gobetti, prevedendo la sua fatale evoluzione in sensi nazionalista, spesso gli diceva: “È la retorica patriottica che ha creato il fascismo: per fortuna Lei si salva, perché ha molto ingegno, perché ha uno spirito libero, e perché è il contrario di un fascista. Lei non sarà mai fascista.”

Gobetti ha quindi ricoperto un ruolo importante nella formazione intellettuale e politica dell’autore…

Il rapporto con Gobetti chiarisce molte cose della posizione ideologica di Malaparte in questo periodo. Il giovane si accorge, altresì, che il suo disagio morale non è dovuto solo alla sua esperienza o situazione personale, ma comune a tutta la “gioventù colta e intelligente”. Tornato in patria, dall’Europa percorsa della prima guerra mondiale, pieno di fede nella rivoluzione italiana e profondamente deluso dei metodi antiquati, romantici e incerti coi quali uomini inadatti e tenacemente fedeli alla tradizione piccolo-borghese del rivoluzionarismo italiano conducono la lotta. “Avevo pensato – scrive – in principio di riavvicinarmi al Partito repubblicano [al quale era iscritto a Prato quando andò volontario], ma dopo aver visto da vicino i metodi, e lo spirito, della rivoluzione russa, il problema della rivoluzione italiana, quale era concepito e impostato, sul terreno teorico e pratico, dal Partito repubblicano, mi appariva antistorico e sostanzialmente reazionario, tanto nel senso politico quanto nel senso sociale.” Lo scrittore è turbato dalla crisi della politica italiana che assume aspetti e proporzioni preoccupanti, soprattutto nei confronti della classe operaia abbandonata alla mercè dei datori di lavoro appoggiati da Fasci: Malaparte era stato allevato ed era vissuto nella turbolenta Prato, la città operaia per eccellenza, da dove veniva Bresci l’assassino di Umberto I, segnata da anarchismo, radicalismo, lotte sindacali, scioperi, sommosse, arresti e bastonature, con un’alta coscienza delle rivendicazioni operaie che lo porteranno poi al sindacalismo rivoluzionario. Ma Gobetti ritiene che la salvezza della classe operaia stia nel “marxismo integrale”, ed è convinto che bisogna abbattere il fascismo “con tutte le forze e con la più profonda intransigenza”, mentre per Malaparte è più utile modificare il fascismo dall’interno. Anzi, nonostante le pressioni dei compagni di guerra, era rimasto estraneo al fascismo e non nascondeva la sua avversione “per la vacuità ideologica ed il formalismo pseudo-rivoluzionario del movimento. Ma la sua formazione culturale, il senso di smarrimento e di isolamento negli anni del dopoguerra, le lotte intestine tra Partito socialista e Partito comunista, la propaganda marxista che condanna e rifiuta proprio la gioventù interventista e volontaria di guerra, contribuiscono a cambiare le sue decisioni: “alla metà di settembre del 1922 mi decisi finalmente a inviare una lettera di adesione, pur con molte riserve, al Fascio di Firenze, dove fui iscritto in data 20 settembre. Scelsi il Fascio di Firenze, perché esso era, allora, un Fascio Autonomo, in lotta col P.N.F. E poiché Umberto Fasella, già Segretario del Fascio Autonomo e Segretario della Camera del Lavoro di Firenze, era stato espulso dal Fascio proprio in quei giorni, mi fu affidata la Segreteria della Camera Italiana del Lavoro. Questa carica era gratuita, e perciò nessuno la voleva”. Nel Fascio Autonomo ritrova i vecchi compagni dell’interventismo e del volontarismo.

Cosa cambia, a questo punto, nei rapporti con Gobetti?

Informa subito Gobetti della decisione e del proposito di dedicarsi non alla politica militante, ma all’opera di organizzazione e di assistenza della classe operaia, gli ripropone la necessità di creare un’organizzazione sindacale nazionale, italiana, per evitare che anche contro di essa si scagli l’odio cieco degli squadristi incapaci di distinguere fra marxista e antinazionale, fra operaio e antitaliano, fra organizzazione sindacale e organizzazione antifascista. Gobetti che già lo aveva messo in guardia (“Te ne pentirai. Ti renderanno la vita dura. Non sei fatto per loro. E loro non sono fatti per te. Diffideranno di te. [..] In quanto al sindacalismo, sono sicuro che una persona intelligente come Lei non potrà andar a lungo d’accordo, coi fascisti, e mi scusi, ma lo spero vivamente. Del resto penso che per rinnovarsi ed essere italiani sul serio, gli operai non abbiano bisogno di dichiararsi italiani: anzi, la via maestra per la redenzione del proletariato continua ad essere quella sentita come più aderente alle reali condizione storiche del proletariato: ossia la via rivoluzionaria, sovversiva, mitica. Ci torneremo dopo questa parentesi fascista, così confusa che hanno potuto accogliere anche Lei - proprio non me lo aspettavo -, che ne è l’antitesi. Oggi bisogna dare tutte le nostre forze a combattere il fascismo.”) Malaparte difatti da lì a poco sarà cacciato dalla Segreteria della Camera del Lavoro e la famosa rivoluzione fascista di sinistra alla quale credeva non avvenne mai. Si leggano nelle pagine della rivista intitolata “La conquista dello Stato” che Malaparte fondò nel 1924 gli interventi sul fascismo di Mussolini, sul fascismo integrale, sul fascismo rivoluzionario, sulla rivoluzione mancata e fallita e via dicendo: argomenti che facevano sequestrare ogni numero ed alla fine chiudere la rivista. Quello che accadde poi è un’altra storia che vede Malaparte “resistere” fino al 1931…e poi andarsene.

Negli anni del sostegno al fascismo, Malaparte fu attivo sostenitore dello "Strapaese", il movimento legato alla rivista "Il Selvaggio"

Cercherò di “chiarire” il periodo, nel quale il miglior libro di queste genere resta forse Italia barbara, dove accanto alle generalizzazioni di carattere teorico, è presente un gusto paesano appartenente alla migliore prosa toscana dell’Ottocento, specialmente in certi passaggi sospesi in un umorismo di tono volutamente tradizionale che svela la sua profonda sfiducia nella vitalità dell’Europa contribuendo a far nascere la tesi dell’antieuropeismo (che mi sembra ci sia anche oggi!) fascista. Un’esperienza di scrittura che era naturale lo portasse agli eccessi di Strapaese che è una ventura minima e marginale della sua carriera, un movimento politico e morale più che letterario, un modo di sentire e volere l’esistenza secondo un ritrovato sentimento italiano (la tradizione) e paesano (culto del luogo) della vita stessa (e quindi anche dell’arte che della vita è espressione): un mondo antico, prudente e al tempo stesso spregiudicato, realistico ma anche fantasioso, bizzarro, saldo intorno a pochi cardini di quell’antichità di sentimenti e di fede (si pensi ad un Pasolini!), ma anche pronto alla polemica, alla storia, all’invettiva contro tutto ciò che apparisse deviazione o degenerazione, ossia gli entusiasmi modernizzanti ed europeizzanti di Stracittà. Mi sembra una cosa normale che nel caso di Malaparte (chissà perché!) sembra invece essere letta in modo degenerato.

Insomma, un’esperienza da ridimensionare…

Si è verificata di recente, nella nostra storia letteraria, l’immissione di procedimenti e toni popolareschi che intenzionalmente, come nel periodo umanistico, ricreano l’equilibrio con le forme composte ed auliche. Ma credo che la “moda” strapaesana (di certo inventata per agitare le acque stagnanti della letteratura italiana) non rispecchiasse né rappresentasse il temperamento intimo di Malaparte (il quale avrebbe finito per essere etichettato come scrittore dalla visione scalmanata e carnascialesca della vita), perché se osserviamo meglio i contorni del fenomeno ne scopriamo un non riconosciuto aspetto documentario. Certo le finalità di Strapaese non erano quelle nobili della “Ronda”. Malaparte, però, possedeva un senso diverso della modernità che gli altri suoi coetanei scrittori vedevano come espressione inferiore e decadente del già vecchio e debole romanticismo straniero. In questa direzione anche la “Voce” di Prezzolini aveva con un equivoco innestato la tradizione italiana nel misticismo di Claudel, nel simbolismo di Rimbaud, nelle proposte di Apollinaire. Invece i giovani scrittore che proponevano, in opposizione, i vernacoli toscani, l’ingenua popolarità risorgimentale, lo stile della vecchia satira italiana, avevano intuito che la modernità e l’europeismo consistevano nello sviluppare un contributo nuovo e originale e non nell’aderire passivamente ad un programma o a una tendenza: ognuno quindi con le proprie qualità, non europei con qualità letterarie subordinate. La nuova generazione si alimentava così alle fonti della propria Rinascenza, non alle linee letterarie, travagliate e in crisi, degli altri Paesi. Non è forse questa la ricerca di quella identità di cui oggi tanto si parla? Del resto Malaparte non è rimasto, se non in modo fortuito, nei limiti buffoneschi di quella stagione di Maccari o dei discendenti Soffici, tra senso del reale e bizzarria letteraria tutta pervasa di vena epico-polemica ed eroico-burlesca, perché da lì a qualche anno la sua produzione si separerà nettamente dall’altra che inizierà intorno agli anni ’30 (fino agli anni ’40), ovvero il periodo della prosa d’arte e dei suoi libri di Racconti.

Qual è stato il rapporto di Malaparte con la sua provincia, Prato? E quello con le città più grandi?

Per quanto riguarda Prato, questa città non è soltanto un archetipo letterario, ma insieme ideologico e mitico, in quanto Prato è la Toscana con la sua storia (da Dante al Rinascimento) e, tornando indietro nel tempo, la patria degli Etruschi e la terra della greca misura, delle greche virtù, delle greche mitologie (si veda Maledetti toscani), ma è anche la Toscana-Prato dell’infanzia e della giovinezza perdute, con le sue immagini trasparenti, i luoghi, le voci, le sensazioni, i profumi, chiusa nel cromatismo, con gli echi di antiche vicende di dame e cavalieri, di arti e di mestieri. La Toscana-Prato come madre, nucleo originario e centro gravitazionale dell’universo malapartiano, isola psicologica, punto di partenza e di arrivo dei suoi viaggi, alfa e omega della vita, nella cui desolata geologia di morte lo scrittore, ultimo Ulisse stanco e maledetto, spera un giorno di essere sepolto (“E vorrei avere la tomba lassù, in vetta allo Spazzavento, per poter sollevare il capo ogni tanto e sputare nella gora fredda del tramontano”). Questa Toscana coincide con Prato, la città-simbolo che racchiude le memorie e i sogni e dove tutto finisce in un mucchio di stracci: sintesi finale della civiltà, calamita di tutti i rifiuti della terra, e città della sua lapide: “Io son di Prato, m’accontento d’essere di Prato, e se non fossi di Prato vorrei non essere venuto al mondo”. I rapporti con le altre città del mondo, sono soltanto occasionali e/o professionali, attraversate, descritte nei suoi libri (in Kaputt, ne Il Volga nasce in Europa, in Io, in Russia e in Cina ed altrove) ad eccezione di Parigi (e la Francia), la sua seconda patria, la cui importanza la si può soltanto comprendere leggendo il Diario di uno straniero a Parigi, dove è possibile anche capire meglio Malaparte.

Grazie all'interessamento di Galeazzo Ciano, Malaparte ottenne un posto da inviato al "Corriere della Sera". Com'era il Malaparte giornalista?

Quando dopo l’arresto a Regina Coeli ed il confino a Lipari, la Commissione medica militare di Messina lo dichiara “tuberbolitico” (conseguenza del gas yprite respirato durante la Battaglia di Bligny e causa della sua morte per cancro ai polmoni) inviandolo all’Ospedale militare di Palermo in osservazione, Malaparte chiede aiuto all’amico Borelli, allora direttore del “Corriere della Sera” per poter lavorare (scrivendo) e guadagnare così qualcosa. Borelli, con l’appoggio di Raffaele Mauri e Galeazzo Ciano, accoglie la sua collaborazione al “Corriere delle Sera”, ma “senza firma” e con “argomenti di carattere letterario e storico”. Malaparte accettò ed usò lo pseudonimo di “Candido”. Quella dell’inviato appartiene al periodo della seconda guerra mondiale sul fronte orientale che percorse tutto dalla Grecia alla Lapponia ed è questa una storia e una ricostruzione molto complessa e lunga. Dirò solo che i suoi reportages erano contraddistinti dalla verità e dall’aderenza a riferire le cose che vedeva con i suoi occhi (atteggiamento pericoloso in guerra per propaganda, per informazioni che potevano nuocere psicologicamente su chi vinceva o su chi stava perdendo, sulle prospettive d’attesa di una parte e dell’altra, e via dicendo) e per questo fu più volte cacciato dal seguito delle truppe tedesche e riaccompagnato al confine dalla Gestapo che lo riconsegnava alla polizia italiana e lui puntualmente ripartiva.

Dopo un sostegno entusiastico al regime, Malaparte rompe con Mussolini e finisce a collaborare con i servizi militari Alleati. Cosa provoca la rottura e il cambio di fronte?

C’è una terminologia che non mi funziona in questa domanda, come: “sostegno entusiastico al regime”, “finisce a collaborare con i servizi militari alleati”, “cambio di fronte”, perché le cose stanno diversamente. Innanzi tutto “questo sostegno entusiastico al regime”, come detto sopra, non ci fu, tanto che uscì dal fascismo (prima di esserne espulso!) proprio perché non lo condivideva, non l’appoggiava, né si allineava, né tanto meno ne scriveva a favore e le conseguenze sono note ed arcinote, in caso contrario sono quasi costretto a consigliare di leggere il mio “Meridiano” sulle Opere di Malaparte scritto per Mondadori, le relative ricostruzioni cronologiche letterarie e politico-ideologiche, le notizie ai testi, eccetera. Secondo: il 21 settembre 1943, pur essendo stato congedato dopo l’8 settembre dal servizio militare, è richiamato in servizio “per essere destinato al Comando Peninsulare Base Section (Uffici Informazioni)” e sarà ufficiale di collegamento col comando alleato in marcia verso il Nord (“da Cassino al Po”). Non vedo né “rotture” né “cambi di fronte”, dal momento che Malaparte non era in nessun fronte fascista che poi ha lasciato per passare ad un altro fronte e col fascismo e con Mussolini aveva addirittura chiuso (se così posso dire) nel gennaio del 1931 quando fu cacciato dalla “Stampa” di Torino per non aver accettato di “fascistizzare” il giornale e, riparato in Francia, pubblicò la Tecnica del colpo di Stato che gli valse al rientro nell’ottobre 1933 l’arresto a Regina Coeli (e poi il confino a Lipari) col seguente comunicato-stampa dell’Agenzia Stefani nella notte del 10 ottobre: “Il P.N.F. ha inflitto l’espulsione al tesserato CurzioErich Suckert per il seguente motivo: Non ha tenuto fede al giuramento prestato”, notizia anche questa falsa visto che Malaparte era uscito dal partito due anni prima: ripeto nel gennaio 1931.

La guerra porta anche alle due opere principali di Malaparte: "Kaputt", recentemente riedito da Adelphi, e "La pelle", sulla liberazione di Napoli. Quanto c'è di giornalistico e quanto di romanzesco?

In un’atmosfera proustiana, segnata fin dal titolo del primo capitolo, e quasi evocati dal mondo della Recherche, appaiono nell’orribile fantasmagoria della guerra gli infiniti personaggi di Kaputt. E come avviene nel modello francese, paesaggi, interni, nature morte, protagonisti, si fissano su una gigantesca tela, evanescente e madreperlacea, in una sorta di iperestesia della memoria. Malaparte, stanco e disgustato, si muove privo di speranza, solo con un baudelairiano senso olfattivo, uditivo, visuale: intorno a lui la nudità della vita, spoglia ormai di tutto di fronte alla verità. Caduta la maschera non restano che cadaveri viventi: vuote forme di antiche durezze e severità, con un qualcosa di oscuro e selvaggio, di grottesco e barbarico che trova riscontro nelle simbologia dell’uomo-animale (animaleschi capitoli sulla rovina dell’Europa ormai kaputt e “mamma marcia”), in quanto nel secondo conflitto mondiale gli unici a conservare un’umanità sono stati gli animali, mentre gli uomini hanno assunto il ruolo animalesco della distruzione totale. Il richiamo a un segnale di sangue nell’ultimo capitolo e la mostruosa corte di miracoli finale sono la conclusione più idonea della catastrofe bellica, altro indizio dell’immenso naufragio, significato di ciò che resta dell’umanità e l’umanità stessa. La metafora dantesca dell’antro sotto terra ci ricorda, con le sue labirintiche viscere, l’infernale condanna dell’individuo, il disfarsi, lo sciogliersi dell’uomo: ma è un inferno per innocenti (come quello della prima guerra mondiale). Kaputt: un diario segreto scritto col sangue, intitolato con una parola ebraica che, lanciata dai tedeschi come obiettivo di guerra e di sterminio totali, per una estrema ironia della sorte è ritornata loro addosso (come un boomerang) distruggendoli.

E per quanto riguarda “La pelle”?

Tra fascino e disgusto, passione e documento, anche La pelle potrebbe apparire come altro materiale d’archivio per la storia del secolo scorso. Malaparte qui non è scrittore, ma l’uomo della strada: solo così (nei panni del derelitto e del vinto) può interpretare, senza fronzoli o falsi pudori, le reazioni e i sentimenti che lo animano. Guerra quindi come maestra di corruzione e scrittore non giudice ma osservatore sereno e imparziale, ance se spietato, capace di essere “ancora cristiano” nella perdizione totale e responsabile del sacrificio e delle sofferenze. Apparentemente lo si può chiamare un “verista” non moderato, nel senso che altera toni e figure per estrarne meglio l’intima essenza delle storie, tanto che gli angeli diventano demoni e le figure umane si abbrutiscono in comportamenti animali, ma l’autore ha saputo dosare con misura e con ironia (tipiche della sua arte) la tragedia della vita. La crudezza che in Kaputt era tutta esteriore, fisica, materializzata negli oggetti, ne La pelle è dappertutto: intorno e dentro di noi, più nell’anima che nelle cose, così Napoli è il simbolo della decadenza di tutta l’Europa dove ognuno è pronto a qualsiasi cosa pur di salvare la pelle e il cui marciume trova l’ingorgo finale nell’imbuto di questa città. Atroci e nei, i due libri sono due mostri straordinari nati come improvvise deflagrazioni nella letteratura eteroclita del dopoguerra, scritti da un uomo che soffriva e che cercava di simulare la sua sofferenza nascondendosi dietro tutte le maschere possibili per soffocare il grido dell’umiliazione e dei nostri errori. Con questi due sorprendenti tableaux della miseria, Malaparte ci trascina in un mondo ignobile e odioso, da incubo inquietante e magico, dove anche qualche raro fiore è strano e velenoso, quasi sbocciato da un’apocalisse. I suoi occhi, diversi dai nostri, gettano lontano lo sguardo per individuare le menzogne della Storia e vedono l’orribile vessillo di una bandiera fatta di pelle umana. È estremamente fuorviante e riduttivo parlare di giornalismo.

La seconda parte della vita di Malaparte. Il giovane fascista si avvicina al partito comunista e, prima della morte, sembra intraprendere la via della fede

A queste due domande, molto complesse, non è possibile rispondere brevemente se non correndo il rischio di non farsi capire o di semplificare l’argomento. Posso soltanto dire che il cosiddetto “avvicinamento al partito comunista” è uno dei tanti luoghi comuni, e quindi falsi, che costellano la vita dello scrittore e che ne hanno deformato il senso e la verità attraverso una delle tante etichette che gli hanno attaccato addosso, appositamente manipolate per definirlo come uno che “cambiava di fronte” secondo le convenienze ideologico-politiche del momento. In realtà la famosa tessera del Partito Comunista Italiano che fu ritrovata dopo la sua morte fu spacciata come richiesta di iscrizione da parte di Malaparte al P.C.I. mentre invece fu offerta da Togliatti e spedita per posta alla clinica dove lo scrittore era ricoverato morente. Capirà che un conto è una tessera richiesta da uno come Malaparte ad uno come Togliatti e un conto è una tessera offerta da uno come Togliatti a uno come Malaparte. I due si incontrarono a Capri nell’aprile del 1944 ed è da quel momento che ha inizio questa ridicola storia di partito, complice un’Autobiografia dello stesso Malaparte che Togliatti pubblicò su “Rinascita” dopo la morte dello scrittore, “dimenticando” volutamente un piccolo particolare: che i due si erano già scontrati su questo punto, che Malaparte aveva smentito (da vivo) questa circostanza e che Togliatti aveva riconosciuto l’errore, errore che una volta morto Malaparte (che non poteva più smentire) fu ambiguamente riproposto da parte del P.C.I. perché ovviamente bisognava far circolare la notizia che Malaparte da fascista era diventato (convertendosi in punto di morte) comunista. E così è stato. Ma non è vero!

Quindi è il Malaparte comunista è un mito che possiamo ufficialmente sfatare…

Dimostrarlo sarebbe troppo lungo, ma mi sia consentito dire che io stesso ho ricostruito tale vicenda e posso solo segnalare le sedi in cui l’ho fatto, tutte per altro consultabili (basta avere la voglia di conoscere la verità, che non sempre conviene): la prima sede è quella della rivista di Prato intitolata “Prato Storia e Arte” numero 88/89 del dicembre 1996 circolata per il Convegno del Centenario della nascita, dove ripubblicavo l’Autobiografia in questione seguita da un saggio (che occupa le pagine 7-58) intitolato Malaparte, Togliatti ed altro; la seconda sede è stata in una miscellanea di “Studi in onore di Franco Lanza” pubblicata presso l’Università dove insegno dalla Casa Editrice Sette Città di Viterbo nel 2003 con un saggio intitolato Malaparte e Togliatti (A proposito di un’Autobiografia) nelle pagine 193-213; la terza sede è stata quella di un Convegno di Italianisti, i cui Atti (intitolati: Memorie, autobiografie e diari nella letteratura italiana dell’Ottocento e del Novecento) sono usciti nel 2008 presso le Edizioni ETS di Pisa ed il saggio (che occupa le pagine 711-720) è intitolato Un’Autobiografia di Curzio Malaparte (False verità e verità falsificate). Per l’altra conversione riguardante la fede, per la quale come è noto non esistono testimonianze, ma solo la dichiarazione del gesuita Padre Virginio Rotondi che restò da solo con lui fino alla morte (ed uscendo dichiarò la conversione), vorrei solo ricordare che Malaparte era di origine tedesca e protestante e che tutta la sua opera (e la sua vita) è pervasa da un cristianesimo originario ed essenziale che rivela più fede (non cattolica) di quanto si possa immaginare: basta leggere le sue opere, e non solo il sopra citato La rivolta dei santi maledetti, ma Kaputt o La pelle o qualche racconto, si pensi soprattutto al suo film Il Cristo proibito (e via dicendo) e vi si ritroverà scritto del Cristo, della croce, della rinuncia, del perdono, del sacrificio, della colpa, della sofferenza, della pietà, della morte di Dio, dell’innocenza, del riscatto del mondo…che la dicono lunga sulla sua vera fede.

Come descriverebbe lo stile dello scrittore Malaparte?

Non posso fare altro che confermare quanto ho scritto nell’Introduzione del “Meridiano” delle Opere di Malaparte da me curato per la Mondadori. Vale a dire che perseguendo la poetica del sorprendente e del racconto fantastico, insieme ricco di profondo significato umano, lo scrittore è capace di consegnarci una sorta di moltiplicazione dell’esistere, come in uno specchio: lo specchio nascosto dentro di noi. Si affollano così storie vissute e proiezioni immaginarie, il reale si trasforma in fantasticheria, con brani impregnati di inquietudini, di memorie, di visioni. Abile nella costruzione poetica, nella perfetta narrazione lirica, elegante nelle immagini, classico nello stile, Malaparte è stato capace con la verità dei fatti narrati, ma trasformati dall’arte, a farci “sentire” con la sua scrittura addirittura gli odori, a farci “vedere” i colori, a farci “udire” i suoni: cosa che soltanto un letterato puro sa fare, fuori dagli schemi del neorealismo del suo tempo, dai modelli ideologici degli anni in cui è vissuto, dalle formule letterarie, dalle impostazioni artistiche ma che sa usare simboli e allegorie e capace di creare in poche pagine un mondo (il suo mondo magico) dove paesaggi, avvenimenti e figure nascono dalla tristezza e dal timore, dall’amore e dall’angoscia, dal sogno e dal mistero, dall’incanto e dalla meraviglia. Tra razionalismo ed surrealismo, segnato dalla morte che è stata la sua inseparabile compagna di strada dentro di lui.

Cosa l'ha spinta ad approfondire la figura di Malaparte? Quale opera consiglierebbe di leggere o rileggere, per la sua attualità o per il suo valore?

L’interesse per Malaparte è dovuto al “caso”, ovvero alle occasioni che si presentano a chi vive nel mondo universitario. Quando cioè mi venne offerta dall’editore Mursia di Milano la stesura di un volumetto della collana “Invito alla lettura” nel 1975, dal momento che chi doveva farlo non poteva più portare a termine il contratto, e così nel 1977 uscì il mio Invito alla lettura di Malaparte. Poi il responsabile degli “Oscar” Mondadori mi affidò la curatela di diverse opere, il conseguente contatto con i famigliari, l’opportunità di pubblicare alcuni inediti (due sceneggiature per le Edizioni Scientifiche Italiane di Napoli: Il Cristo proibito e Lotta con l’angelo), poi la curatela delle Opere scelte nella collana dei “Meridiani” della Mondadori e poi via via saggi, ricerche, interventi…ed ogni volta era una scoperta diversa, un continuo approfondimento, una ricerca incessante, una necessaria verifica, perché più andavo avanti e più scoprivo che nulla era vero di quello che si conosceva, che tutto era stato falsato, che molto era stato costruito ed artefatto e che, quindi, bisognava compiere un’operazione di verità letteraria e culturale. Tutto qui: molto semplice e tutto estremamente complicato. Bisogna perciò leggerlo tutto, per capire: cioè leggere l’opera e non le critiche condizionate dall’ideologia e bisogna partire dal primo libro La rivolta dei santi maledetti (su Caporetto e la prima guerra mondiale che lo vide volontario a 16 anni), passare per gli scritti politici e di sindacalismo, per la Tecnica del colpo di Stato (dove si parla di Hitler, di Mussolini, di Trotzki ed altri) per comprendere come le rivoluzioni si trasformano in dittature e come le dittature vengono fatte passare per rivoluzioni, leggere le magiche pagine di prosa d’arte dei Racconti, e quindi Kaputt e La pelle, Maledetti toscani e Benedetti italiani, gli interventi giornalistici di Battibecco su “Tempo”, le corrispondenze dal fronte orientale Il Volga nasce in Europa e via dicendo: tutti hanno un valore in sé e tutti hanno un’impressionante attualità, dal momento che contribuiscono a capire meglio e in modo diverso ciò che è stata la nostra letteratura e la nostra cultura, il nostro costume e la nostra ideologia nella prima metà del Novecento, il periodo in cui Malaparte è stato, malgrado il silenzio, un indiscusso protagonista (sui fronti di guerra di tutta Europa e non a tavolino) col quale bisogna ancora fare i conti, nonostante le omertà intellettuali, anche perché è stato un testimone, forse scomodo, di un’epoca tutta da riscrivere.

giovedì 12 marzo 2009

di VITTORIO G, ROSSI (click)


Il morto è tutto contento d'esser morto

LA NUOVA MESSA FUNEBRE HA PERDUTO QUEL SUO SEVERO VIGORE
CHE COSTRINGEVA A RIFLETTERE ANCHE CHI NON È CREDENTE

di Vittorio G. Rossi

Non si sa più come morire; la Messa da morto come è adesso fa piangere più di prima; ma non fa piangere per il morto: fa piangere per la Messa. Dico Messa da morto; dovrei dire Messa esequiale: ma io non sono un intellettuale come quelli che hanno fatto la Messa nuova da morto; e allora dire Messa da morto mi fa vedere la cosa; e dire Messa esequiale non me la fa vedere, ci devo pensare su un momento. Non mi piace parlare di cose della morte; ma la Messa da morto riguarda più i vivi che i morti; quello che riguarda i morti, non lo possiamo sapere. La morte è una cosa tremendamente seria, la più seria di tutte le cose che possono capitare all'uomo; perché l'uomo che ha fatto quel passaggio, potrà diventare angelo o diavolo o niente; ma ha finito di essere uomo, e questa è una perdita, su cui non si piangerà mai abbastanza.

La vecchia Messa da morto faceva sentire quel dramma tremendo; la Messa da morto che c'è adesso, è come andare a cogliere margheritine nel prato e il parasole in mano.

Le hanno cambiato anche il colore; prima era nera, adesso è viola; il nero poteva disturbare l'uomo di adesso, fargli venire i complessi, come si usa adesso; come per le sculacciate ai bambini, una volta si davano come confetti; adesso dicono che l'onda della sculacciata può arrivare al cervello, e uno che stava per diventare un altro Leonardo da Vinci, diventa un cretino da ospizio. Il viola è come il vino allungato con l'acqua, non è né vino né acqua; non è né caldo né freddo, né vivo né morto; è un piccolo trucco per fare passare la morte come un aperitivo.

Quell'invocazione che si ripeteva lungo tutta la vecchia Messa, requiem aeternam dona eis, Domine, era grandiosa; era una invocazione a Dio nella grandiosa maestà dalla lingua sacra, non quella volgare di adesso, la stessa che serve per comprare i ravanelli in piazza del mercato; era l'invocazione a Dio di placare la tempesta, e riempiva e scrollava la volta della chiesa e dava un brivido a quelli che provvisoriamente restavano sulla sponda di qua. Adesso quell' "eterno riposo" della Messa nuova è adatto a uno che va in pensione, e si spera che gliela paghino. La Messa di adesso è fatta quasi tutta di salmi; e la poesia dei salmi è una grande poesia, grandi blocchi monumentali di poesia; ma trasferita nella lingua per comprare i ravanelli, e tradotta da gente brava a fare le liste della biancheria da mandare in lavanderia, la poesia dei salmi e delle altre letture sacre è diventata la poesia delle liste della biancheria.

"Il giusto, anche nel caso di morte prematura - troverà riposo. - Vecchiaia veneranda non è la longevità - né si calcola dal numero degli anni. - La canizie per gli uomini sta nella sapienza". Era un pezzo del Libro della Sapienza: era poesia, e poesia augusta; è diventato un pezzo di una polizza di assicurazione sulla vita. E anche in chiesa, anche alla presenza di un morto, non si sa se ridere o piangere.

Per mille anni e più la Chiesa cattolica ha insegnato a pensare a una parte importante del genere umano; ha avuto con sé la grande arte, la grande poesia, la grande musica; ossia mille anni di civiltà occidentale sono stati mille anni cattolici; e ora si è ridotta a fare i rifornimenti nei magazzini del linguaggio dei politici e dei sindacalisti, gente notoriamente piena di sapienza e belle lettere. E non dice più "la santa Messa"; dice la "Messa comunitaria"; e la messa non sa più di anima, cosa strettamente individuale; sa di mensa aziendale. Non dice più "i fedeli" o "i credenti", come dice così bene l'islam; dice la "comunità di base"; e sa di comizio e tessera in tasca; a se Dio ha fatto lui i cieli e la terra con sopra questa bella razza degli uomini, non deve dare molta importanza alle tessere in tasca. E allora la Chiesa cattolica ha potuto togliere tranquillamente dalla Messa le preghiere alla Madonna piene di dolce poesia; togliere il così detto ultimo Vangelo, cioè il principio del Vangelo di Giovanni, quello "In principio era il Verbo. E il Verbo era presso Dio e il Verbo ora Dio"; e niente di più spirituale è mai stato detto da bocca d'uomo. E nello spazio rimasto libero hanno collocato cose spirituali e poetiche come "questo pane, frutto della terra e del nostro lavoro... questo vino, frutto della vite e del nostro lavoro"; ed è roba che sa di cooperativa agricola.

Quando la Chiesa cattolica ha ripudiato il latino, una voce altissima della Chiesa Cattolica ha detto che finalmente quelli che pregavano avrebbero capito quello che pregavano. Quella voce era la voce delle grandi parole; così poteva sembrare che tutti i secoli di preghiere fatte dagli uomini erano andate in fumo, perché essi non sapevano quello che dicevano. Ma il giorno che un uomo pregante capirà quello che sta dicendo, potrà smettere di pregare; la preghiera è un discorso con le cose invisibili e inconoscibili, cioè col mistero; e se il pregante riesce a sapere che cosa c'è dentro il guscio del mistero, può smettere di pregare e mandargli una cartolina postale; basta che non la mandi con le poste della nota repubblica fondata sul lavoro. La religione è di là da tutte le spiegazioni; è fuori di tutte le prove sperimentali; i ragionamenti sulle cose che non si possono osservare, sperimentare, misurare, sono spiegazioni che non spiegano niente. Fin che restano idee, le idee non sono né vere né false, né buone né cattive: sono idee, cioè discorsi ben fatti o mal fatti, e si chiamano le dialettiche. E le dialettiche sono le equazioni differenziali degli imbecilli di oro fino. Se invece di dire Agnus Dei qui tollis peccata mundi, uno dice "Agnello di Dio, che ti assumi i peccati del mondo", ne sa quanto prima; cioè in qualunque linguaggio lo dica, dice una cosa che è tenuta in piedi non dalle prove, come il così detto principio di Newton, ma dal crederci o non crederci. Montagne di parole sono state dette e scritte per spiegare che cosa vuol dire o per dire che non vuol dire niente; ma l'uomo che lo dice o lo sente dire, può sentire dentro di sé una grande luce che si apre e splende come un sole; oppure non accendersi niente; dipende da lui, non dalle parole dette o sentite.

Hanno tolto cose poetiche della Messa; e solo la poesia, non le spiegazioni, può fare vedere le cose che non si vedono; e lo spazio tolto alla poesia lo hanno dato alla predica. Facevano la Messa nuova; e si sono lasciati scappare l'occasione gaudiosa di chiudere la bocca ai predicatori. La Chiesa cattolica non saprà mai quanta gente ha perduto per via dei predicatori. Il gesuita portoghese padre Vieira era un grande predicatore: 300 anni fa ha fatto la predica ai predicatori; gli ha detto che piuttosto che parlare a quel modo, era meglio tacere che parlare. San Francesco parlava agli uccelli, e gli uccelli lo ascoltavano perché gli pareva uno che parlava come loro, uno di loro; adesso quando il predicatore predica, mi viene la voglia di essere un grande peccatore, per fare dispetto a quel predicatore.

Quelli che hanno fatto la Messa nuova, hanno capito che non bastava sfrattare il latino, per dare più spiritualità alla Messa; e hanno inventato le strette di mano. È la cosa più comica che sia mai stata fatta in una chiesa cattolica. Ci sono vecchie pettegole che si voltano indietro alla ricerca di altre mani da stringere; non gli bastano quelle laterali. Ma io guardo in su; non vedo mani da stringere; il teatro in chiesa non mi è mai piaciuto.

Hanno sfrattato il canto gregoriano, e non c'è canto più religioso, religiosamente più puro di quello; hanno sfrattato la grande musica. Forse hanno ascoltato quelli che dicevano che la Chiesa cattolica è un prodotto dell'Occidente; ma anche la scienza e la tecnica sono un prodotto dell'Occidente; eppure gialli e neri adoperano con disinvolto fervore le cose meccaniche, le medicine, i modi di vestire e comportarsi dell'Occidente. Qualcuno che non era uno stupido, ha detto che hanno fatto più miracoli i santi scolpiti e dipinti, che non i santi vivi; ed è vero; però si è dimenticato della musica, della grande musica. La grande musica ha portato a Dio più gente, che non tanti secoli di teologia; quel vento misterioso che entra nell'uomo, e lo invade, e lo muove come il vento muove il mare; e l'uomo piange o ride beato, si sente felice o triste, e non sa perché; e quella è la musica, la grande musica; e l'uomo poteva vedere la faccia di Dio, che nessuna descrizione della faccia di Dio è mai riuscita a fargli vedere. E la Chiesa cattolica, una volta considerata intelligente anche troppo, ha buttato la sua grande musica fuori bordo; ai pesci. Leonardo diceva che quando suonano le campane, nel suono delle campane l'uomo può mettere tutto quello che vuole; le sue gioie, i suoi dolori, le sue speranze. Ora nella nuova Messa cantata, quella per i vivi e quella per i morti, i canti nuovi offrono gioielli come questo: "Mi risplenda la luce del ver - e mi guidi sul retto sentier"; o come quest'altro: "... evitiamo di dividerci tra noi - via le lotte maligne, via le liti", e altre stupidaggini come queste, innumerevoli. E poi la musica, la musica nuova che accompagna quelle stupidaggini, e fa venire le rughe alla pancia. Il muezzin che dal minareto musulmano chiama alla preghiera dell'aurora, grida ai quattro venti, "è meglio pregare che dormire! ... è meglio pregare che dormire!"; e fa commozione anche a chi non è musulmano; e ora coi suoi nuovi canti e suoni la Chiesa cattolica sembra dire ai suoi fedeli, che è meglio dormire che pregare. Ma nelle pietre delle chiese cattoliche c'è ancora la eco viva dei vecchi canti, delle vecchie musiche; e il giorno che quella eco gloriosa si sarà spenta, la Chiesa cattolica si potrà mettere a vendere caramelle e pianeti della fortuna. La vecchia liturgia cattolica ha fatto arrabbiare tanta gente; ma non ha mai fatto ridere nessuno.

Dalla Messa da morto hanno tolto il Dies irae. Devono aver pensato che potevano conturbare le anime gracili di questi tempi svirilizzati; e hanno demolito la Messa da morto. Quando nella Chiesa scoppiava quel canto, "Dies irae, dies illa. Solvet saeclum in favilla... Il rimbombare della tromba per i campi seminati di sepolcri... Prostrato a terra, invoco pietà"; quel canto faceva un rimbombo immenso dentro l'uomo che ascoltava, credente o non credente, perché la morte riguarda tutti, credenti e non credenti. La religione si regge sull'esistenza del dolore e su quella della morte; nessuno può abolire definitivamente dentro l'uomo una religione, se non abolisce il dolore e la morte. Quel canto tremendo lo metteva con la faccia dentro la faccia della morte; e allora lui cercava disperatamente la faccia di Dio; la faccia di quello che non muore. E il Libera; il Libera che anch'esso doveva essere cantato in latino; perché solo così, con una lingua che non è quella per comprare i ravanelli, l'uomo può dire a Dio la sua disperazione; dirgli che lo liberi dalla morte eterna, "Libera me, Domine, de morte aeterna... quando verrai a giudicare il mondo col fuoco...".

La Messa da morto era qui, in questi canti terribili e virili; quando si celebrava in una chiesa di villaggio, quella chiesa diventava immensa, una grande cattedrale. Poi l'uomo vivo usciva a testa bassa dalla chiesa dietro il morto, perché quei canti continuavano a rimbombargli dentro, come quando il cielo è pieno di folgori e tuoni. Ora nella Messa nuova il prete parla lui della morte; lui che non sa che cosa è la vita, dovrebbe spiegare ai vivi che cosa è la morte. Così la Messa da morto è diventata una Messa coi fiori di plastica, e il burro e la marmellata. Il morto cinguetta sul ramo, come un passerotto; e tutto contento che è morto, e ora si metterà a tavola con gli angeli, i santi, i martiri, i patriarchi, il pane e burro e marmellata. Ma io ho già detto al mio parroco, uomo pio, che se mi celebra quella Messa del pane e burro e marmellata, io mi rifiuterò di morire. Però la nuova Messa da morto è la Messa di questa Chiesa cattolica di adesso; la grande Caterina da Siena direbbe che essa ha perso l'anima virile; dove i preti fanno quello che vogliono, si travestono come vogliono; e quei teologi nuovi che vogliono una religione cattolica da rivedere continuamente e a rivederla siano i parrocchiani e il loro parroco, e facciano le votazioni, per esempio, votare se oggi che è giovedì nell'ostia consacrata c'é Cristo o non c'è. E quegli uomini di chiesa che parlano del giorno che nel posto di Dio si metterà il Pithecantropus, ossia l'ominide di Giava, perché l'uomo è tutto. Una volta bruciavano anche per cose più piccole di queste; adesso quelli che dicono queste cose, non sono buoni neanche come legna da bruciare.

da "Epoca" 26 settembre 1971

mercoledì 26 novembre 2008

DI MILAN KUNDERA E...



Maupasant, Verga, Kundera e la realtà
Scritto da Gianni Pardo
mercoledì 26 novembre 2008

Maupassant, Verga e Kundera sono tre grandi autori pessimisti.
Maupassant sembra pensare che la realtà sia fondamentalmente negativa. E sia tanto naturalmente, tanto innocentemente negativa, che la prevalenza dei personaggi “cattivi” sui personaggi “buoni” deriva da un loro migliore adattamento alla realtà com’è. In un mondo senza Dio, i grandi principi sono pure facciate dietro cui si nascondono i veri intenti degli uomini immorali, quasi sempre vincitori. Coloro che hanno un sincero atteggiamento morale sono viceversa gli ingenui, coloro che non hanno capito come stanno le cose: e dunque i perdenti.
In Maupassant non c’è crudeltà. Non c’è nemmeno cinismo: c’è disincanto. S’incontrano tante persone miserabili e interessate, vili e avide, prevaricatrici e bugiarde, che alla fine le persone stimabili divengono eccezioni insignificanti, quantités négligeables. Non è un piacere osservare come va il mondo, ma volendolo rappresentare onestamente, non si può che mostrarlo com’è. La società come egli la descrive somiglia ai documentari sui leoni: un mondo in cui il più forte deruba gli altri predatori o divora vivo il più debole e alla fine – lungi dall’avere scrupoli – dorme beato all’ombra, interrompendosi solo per stirarsi e sbadigliare.
Ovviamente, anche per il Francese sono necessari dei punti d’osservazione, e cioè dei personaggi che possono essere positivi (Boule de Suif) o negativi (Bel Ami). Ma ciò non cambia l’essenza del racconto, cioè l’affresco sconsolato della società com’è. Se la protagonista, la prostituta Boule de Suif, è positiva, ecco che incontra borghesi negativi; mentre l’arrampicatore sociale senza scrupoli, Bel Ami, protagonista negativo, incontra e sfrutta anche persone per bene. Poco importa: in ambedue i casi prevalgono i cattivi e il mondo rappresentato – il vero protagonista - è lo stesso.
Verga è anch’egli un grande pessimista, ma il suo è un mondo meno naturalistico di quello di Maupassant. Mentre nel Francese la prevalenza di certi personaggi si spiega con la loro mancanza di scrupoli, e si potrebbe dire in forza della loro maggiore intelligenza, in Verga si ha quasi l’intervento di una divinità malevola. I suoi protagonisti non sono né più ingenui né più deboli degli altri: è il Fato, che li vince. La barca dei Malavoglia è carica di sfortuna e non per caso, ma per un’ironia feroce, si chiama “La Provvidenza”. È la tempesta, deus ex machina cieco e impersonale, che rovina i Malavoglia. Così come è la sfortuna che perseguita Gesualdo, fino a derubarlo costantemente del sapore della vittoria ampiamente meritata. Gesualdo è nato per vincere, è talmente abile, talmente positivo, che da Mastro diviene Don; e se non trionfa è perché l’autore lo perseguita. Mentre da un lato sorvola sui suoi successi, narra e sottolinea per esteso le sue sconfitte: in queste condizioni anche la storia di Giulio Cesare diverrebbe quella d’un vinto. Persino quando è costretto a dar conto delle sconfitte dei suoi nemici, Verga lo fa distrattamente, come non contassero. La sorella di Gesualdo scende in guerra contro di lui ma alla fine non ne ricava nulla e l’autore scrive sobriamente che in quella battaglia lei s’era rovinata. S’era rovinata. Fosse capitato al protagonista, non ci sarebbe stato risparmiato nulla del suo dispiacere, delle sue umiliazioni, del suo fallimento.
Maupassant è obiettivo, Verga bara. E tuttavia lo fa con una tale arte, che alla fine col cuore gli crediamo. Per criticarlo bisogna essere usciti dai suoi libri da parecchio tempo, tanto da poterci riflettere a mente fredda.
Poi ci sono altre differenze, chiarissime: Maupassant è un superiore maestro di stile, Verga scrive male; e poco importa che ciò avvenga più o meno volontariamente. Maupassant è freddo, Verga è un grande artista. Maupassant fotografa, Verga dipinge.
Il caso di Kundera è ancora diverso. Il suo mondo non è popolato da personaggi in prevalenza negativi, come in Maupassant, e non esiste neppure un Fato che si accanisca contro il protagonista. È quest’ultimo che, per debolezza, si mette in guai sempre più grandi. Perché è un debole che non sa prendere in mano il proprio destino. Il romanzo dunque non implica un giudizio sulla società: si limita ad essere la storia di questo protagonista e il resto del mondo è visto da lui. Di fatto ruota intorno a lui.
In Kundera un protagonista positivo è impensabile. O almeno, i suoi protagonisti sono positivi nell’anima e nelle intenzioni, ma falliti nella vita reale. I suoi romanzi sono probabilmente più spiritualmente autobiografici di quelli di Verga. Il Catanese infatti il suo bravo successo sociale a Roma l’ha avuto, lo stesso Maupassant è noto, oltre che come romanziere, come sportivo e come grande amatore superdotato. Kundera invece sembra proiettare l’esperienza della frustrazione. Il suo mondo è disperato, il suo racconto descrive una parabola in senso balistico: un uomo vola verso la vita ma a poco a poco le cose si mettono in maniera tale che il volo declina verso il basso, fino alla catastrofe. Catastrofe costituita quanto meno dalla sua rassegnazione. Il protagonista della “Plaisanterie” (“Lo Scherzo”) avrebbe mille ragioni per cercare di vendicarsi del suo rivale ma quando ne ha l’opportunità sente che è troppo tardi. Non ne ha più voglia. Forse non ne ha più il diritto. E forse ha capito che comunque – a causa di quell’uomo o d’un altro uomo, poco importa – egli era condannato alla sconfitta.
Kundera sembra dire che i migliori sono più sensibili, più delicati, più indifesi degli altri, e per questo sono destinati alla sconfitta. “Il pensiero ci rende tutti vili”, diceva Amleto. La nobiltà d’animo ci predestina alla morte e all’umiliazione, pensava Vigny. Ma mentre Amleto alla fine prende in mano il proprio destino, mentre Vigny di questa sconfitta si fa un’aureola e di questo martirio agita la palma, Kundera sembra solo spiegare come mai egli non abbia saputo difendersi, nella vita. Come mai egli non abbia avuto ciò che meritava.
Questo tuttavia fa sì che la sua opera non abbia né il vasto respiro sociale e umano di Maupassant, né la poesia di Verga. Sembra essere l’autore d’elezione dei disadattati, di coloro che preferiscono pensare che il mondo, e non loro, sia sbagliato.
Kundera rischia d’essere l’autore ideale di coloro che hanno bisogno d’un alibi per la propria debolezza


Kundera, il delatore
Scritto da Gianni Pardo
mercoledì 26 novembre 2008

Pierluigi Battista, sul Corriere del 24.11.’08, riferisce della recente scoperta che Milan Kundera, il grande scrittore che tanto ha avuto da patire dal comunismo, nel 1951 è stato a sua volta un delatore politico a danno di tale Miroslav Dvoracek. Costui, per causa sua, ha scontato quattordici anni di galera.

La notizia ha fatto scandalo ed ha suscitato un dibattito, soprattutto sull’opportunità di far conoscere questa orrenda verità. Cosa stupefacente. In realtà, l’unica discussione comprensibile sarebbe stata quella sulla fondatezza della notizia. E dal momento che proprio questa discussione è mancata, perché la notizia è fondata al di là di ogni dubbio, è di ben altro che bisogna parlare. Fra l’altro l’interrogativo che pone Battista non mi sembra fondato. Egli scrive: «Cosa deve fare un ricercatore se, indagando negli archivi, si imbatte in un nome celeberrimo, in una gloria letteraria, in un grande intellettuale di cui viene unanimemente onorata l'integrità etica e il rigore culturale?»
Di questa di integrità etica è sempre stato lecito dubitare. Infatti Milan Kundera è un grande scrittore. È un grande intellettuale e un grande testimone dell’oppressione comunista. Ma non si può dire che sia un grand’uomo. Questa amara verità è rivelata innanzi tutto dalle sue opere. Utilizzerò ciò che ho scritto il 29 ottobre del 2002 non per libidine di autocitazione, ma per provare che tutto questo era chiaro anche anni fa. Prima della rivelazione di questi giorni.
«Il suo mondo – scrivevo nell’articolo su Maupassant, Verga e Kundera, qui per chi volesse leggerlo – non è popolato da personaggi in prevalenza negativi, come in Maupassant, e non esiste neppure un Fato che si accanisca contro il protagonista. È quest’ultimo che, per debolezza, si mette in guai sempre più grandi. Perché è un debole che non sa prendere in mano il proprio destino. Il romanzo dunque non implica un giudizio sulla società: si limita ad essere la storia di questo protagonista e il resto del mondo è visto da lui. Di fatto ruota intorno a lui. In Kundera un protagonista positivo è impensabile. O almeno, i suoi protagonisti sono positivi nell’anima e nelle intenzioni, ma falliti nella vita reale. I suoi romanzi sono probabilmente più spiritualmente autobiografici di quelli di Verga.
[…]
Kundera sembra proiettare l’esperienza della frustrazione. Il suo mondo è disperato, il suo racconto descrive una parabola in senso balistico: un uomo vola verso la vita ma a poco a poco le cose si mettono in maniera tale che il volo declina verso il basso, fino alla catastrofe. Catastrofe costituita quanto meno dalla sua rassegnazione.
[…]
Sembra essere l’autore d’elezione dei disadattati, di coloro che preferiscono pensare che il mondo, e non loro, sia sbagliato.
Kundera rischia d’essere l’autore ideale di coloro che hanno bisogno d’un alibi per la propria debolezza».
Debolezza e frustrazione, ecco il leitmotiv delle sue opere. Ecco la sua trasparente autobiografia. Non c’è dunque da stupirsi se è giunto all’abiezione di denunciare qualcuno a quella stessa polizia politica che sembra essere l’incarnazione del male in “La Plaisanterie”. C’è chi ha la forza di fare il male, c’è chi ha la debolezza di fare il male, e non è detto che questo secondo valga più del primo.
Probabilmente, una parte del successo di Kundera è dovuta al fatto che gli intellettuali, stanchi di glorificare la virtù (in senso latino), stanchi anche della violenza del Ventesimo Secolo, sono rimasti incantati da questi infiniti epigoni di Amleto. Siamo tutti troppo pensosi per essere energici, troppo capaci di visione dialettica del mondo per prendere risolutamente posizione, troppo sensibili, infine, per essere forti. Ma si dimentica che Amleto alla fine ha la forza di fare una strage. Si dimentica che la debolezza non giustifica nessuno, piuttosto ci squalifica. E non c’è tanto da condannare Kundera, che i suoi difetti ce li aveva proiettivamente descritti in centinaia di pagine quanto da capire che un vero uomo sa pensare, sa sentire, sa amare ma se necessario sa anche combattere. E se non sa farlo, non è un vero uomo. È uno che denuncia un altro uomo alla polizia politica e lo manda in galera per quattordici anni.

giannipardo@libero.it

venerdì 12 settembre 2008

BISOGNA RICORDARE

THE DAY OUR FREEDOM RANG
Elizabeth Joyce

And when the twilight steals
I know how the lady in the harbor feels…

A tragedy happened here today
A plane flew into the Twins.
Smoke and fire raged untold destruction
As thousands of people ran for their lives.

I sit here with my hands trembling,
Tears rolling down my face, the torch weaving
Can I hold it up much longer?
The terrorists attacks were devastating,
And America suffers with a broken heart.

Liberty watches over those of every culture and background
Who proudly call themselves American.
This country was founded by those searching,
Striving, struggling for freedom,
America is the nation where this is found!
Found in us and our children and our children’s children.

Do you really think you can stop us?
You can destroy our buildings,
You can kill our Presidents,
You can torture and murder our people.
You can even destroy Miss Liberty herself

Our Statue, Miss Liberty still stands,
With her heart as blue as the sky
Can she pull our land together?
Ah yes, comes the cry.

For you cannot destroy the fiber
Of which we, Americans, are made.
Holding her torch, showing the way.
The skyline where she stands is altered but
She still represents what we are about.

The red stripe in our flag represents our bonded blood,
Blood that has been shed for all our names.
The white, the purity of mission
To stand free, tall, and proud.
And blue, dreams and goals that will not die

The path was made for us by our forefathers
Men of all heritages and colors.
Each star a composite of all our peoples;
When you hurt but one, we all unite to defend.

As she holds her torch high up to the sky
Remember!
Remember just what the reason is
That all those innocent people died for.
Let Freedom ring!

http://www.donswaim.com/WTC.html
Il giorno in cui la nostra libertà ha squillato
Elizabeth Joyce

E quando scende il crepuscolo,
So come si sente la signora nel rifugio…

Una tragedia è avvenuta oggi
Un aereo è volato nelle torri gemelle.
Fumo e fuoco hanno infuriato in una indicibile distruzione
E migliaia di persone sono scappate per salvarsi la vita.

Siedo qui con le mie mani tremanti,
Lacrime che scorrono sulla mia faccia, la torcia che si agita
Potrò sopportarlo a lungo?
L’attacco terrorista è stato devastante,
E l’America soffre col cuore spezzato.

La libertà protegge coloro di ogni cultura e background
Che fieramente si definiscono americani.
Questo paese è stato fondato da coloro che hanno cercato,
aspirato, lottato per la libertà.
L’America è la nazione dove questa si trova.
In noi, nei nostri figli e nei figli dei nostri figli.

Pensate veramente di poterci fermare?
Potete distruggere i nostri edifici,
Potete uccidere i nostri Presidenti,
Potete torturare ed uccidere la nostra gente,
Potete anche distruggere la stessa Miss Liberty.

La nostra statua, Miss Liberty, è ancora in piedi,
Col cuore azzurro come il cielo
Può tenere unita la nostra terra?
Ah, Sì. Che lo si urli.

Perché non puoi distruggere la fibra,
Con cui noi, americani, siamo fatti.
Tenendo alta la torcia, mostrando la via,
Lo sfondo in cui si erge è alterato ma
Ancora rappresenta che cosa siamo.

Le strisce rosse della nostra bandiera rappresentano il legame di sangue,
Sangue che è stato versato in nostro nome.
Il bianco, la purezza della missione,
Di stare dritti, liberi e fieri.
E il blu, sogni e mete che non moriranno.

La Strada è stata fatta dai nostri padri
Uomini di tutti i retaggi e colori
Ogni stella un’insieme di tutto il nostro popolo
Se ne colpisci uno, lo difenderemo uniti.

E mentre lei tiene la sua torcia alta nel cielo
Ricorda!
Ricorda la ragione
Per cui tutta quella gente è morta
Lascia la libertà Squillare.

domenica 20 aprile 2008

FRA NOI IL PRIMO


Cara Ambra,
ti invio scansione del concorso di poesia che vinsi ad Anagni.
Ciao
Guido

domenica 6 aprile 2008