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lunedì 21 dicembre 2009
sabato 11 luglio 2009
L'enciclica sullo sviluppo (click)
LO SVILUPPO E' UNA VOCAZIONE, PAROLA DI PAPA
Riccardo Cascioli
Un documento straordinariamente moderno e controcorrente, rispetto sia alla mentalità “mondana” sia a tanto “progressismo” cattolico. Stiamo parlando della nuova enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, la prima enciclica sociale di questo pontificato, che originariamente doveva uscire in occasione del 40mo anniversario della Populorum Progressio di Paolo VI (1967).
Impossibile cogliere in poche righe tutta la ricchezza e i diversi punti toccati dall’enciclica, ma ci preme metterne in rilievo alcuni aspetti fondamentali.
1. La base di tutto è la “questione antropologica”. E’ qui che si gioca la sfida principale al mondo moderno che i sociologi definiscono post-cristiano. Contro un pensiero dominante che ha una concezione essenzialmente negativa della presenza umana sulla terra – di cui il controllo delle nascite e la deriva eugenetica sono soltanto una esplicitazione -, il Papa rimette l’uomo al centro della Creazione. L’uomo immagine e somiglianza di Dio, che proprio dal riconoscimento di questa “vocazione” trae la sua dignità, nonché il compito e la responsabilità sociale. E’ questo un punto decisivo perché, scrive il Papa, “l’umanesimo senza Dio è un umanesimo disumano” e non c’è dubbio che oggi l’ideologia umanitaria, incarnata ad esempio dalle agenzie dell’ONU e da tanti organismi umanitari internazionali, sia responsabile di tanti crimini contro l’umanità. Come dimenticare infatti che i 50 milioni di aborti che si consumano ogni anno nel mondo sono attivamente promossi e finanziati da agenzie umanitarie?
2. Proprio per questa visione antropologica, l’enciclica pone il diritto alla vita e il diritto alla libertà religiosa – strettamente connessi alla dignità dell’uomo – come fondamento di un vero sviluppo integrale della persona e dei popoli. Ogni politica di sviluppo che prescinda da questo riconoscimento in un modo o nell’altro provoca disastri e fallimenti. Non può non venire in mente la Cina dove la crescita economica si accompagna a una sistematica violazione dei diritti umani con gravi conseguenze sociali e politiche, dallo squilibrio demografico al preoccupante inquinamento.
3. Fondamentale l’affronto della questione demografica. Il punto centrale, coerente con quanto sopra, è che “l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo”. Il che ha due implicazioni:
A) per i paesi poveri, si è dimostrato “scorretto dal punto di vista economico” “considerare l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo”. In effetti negli ultimi decenni tutti i Paesi del mondo – salvo rarissime eccezioni – hanno sperimentato un calo drastico delle nascite. Ma nessun paese è uscito dalla povertà e dal sottosviluppo grazie a queste politiche. Al contrario sono state dirottate sul controllo delle nascite importanti risorse necessarie per promuovere veri progetti di sviluppo. Inoltre l’applicazione selvaggia di tali politiche – vedi Cina, India e altri Paesi asiatici – ha provocato grossi squilibri sociali, di cui la mancanza all’appello di cento milioni di femmine è soltanto l’aspetto più eclatante.
B) Per i paesi sviluppati, pone le radici dell’attuale crisi economica proprio nel drammatico calo delle nascite. E’ un’analisi originale – ignorata dai cosiddetti esperti – che offre un orizzonte e una prospettiva nuova alla crisi. Non si tratta di una congiuntura negativa legata semplicemente a errate politiche economiche e finanziarie – che pure ci sono state – ma di una crisi strutturale dovuta a oltre 40 anni di tassi di fertilità (per i paesi sviluppati) al di sotto del livello di sostituzione. Se negli ultimi anni abbiamo capito quanto questo ci sta costando - e ci costerà ancora di più in futuro – per le pensioni, ebbene questo è soltanto un aspetto di una crisi ben più ampia destinata ad aggravarsi nei prossimi anni e a cambiare profondamente la nostra vita. Per questo la risposta non può essere soltanto “tecnica”. Le comunque necessarie misure economiche e finanziarie devono accompagnarsi a una vera rivoluzione culturale, fondata sull’ apertura alla vita.
4. L’enciclica sostituisce l’abusato termine “solidarietà” con il concetto di “fraternità”. E’ un’importante novità che fa i conti con l’ambiguità della “solidarietà” che – anche in vaste aree del mondo cattolico – si accompagna a una visione sentimentale e ad una riduzione della carità a filantropia. E’ perciò diventata parte di quell’ “umanesimo senza Dio” che il Papa denuncia come disumano. L’introduzione del concetto di fraternità rimanda direttamente alla questione antropologica richiamata all’inizio: mentre la solidarietà mette l’accento sul fare dell’uomo verso gli altri uomini, la fraternità mette l’accento su ciò che riceviamo, perché è il riconoscimento di un unico Padre (senza il quale non potremmo considerarci fratelli).
Riccardo Cascioli
Un documento straordinariamente moderno e controcorrente, rispetto sia alla mentalità “mondana” sia a tanto “progressismo” cattolico. Stiamo parlando della nuova enciclica di Benedetto XVI, Caritas in Veritate, la prima enciclica sociale di questo pontificato, che originariamente doveva uscire in occasione del 40mo anniversario della Populorum Progressio di Paolo VI (1967).
Impossibile cogliere in poche righe tutta la ricchezza e i diversi punti toccati dall’enciclica, ma ci preme metterne in rilievo alcuni aspetti fondamentali.
1. La base di tutto è la “questione antropologica”. E’ qui che si gioca la sfida principale al mondo moderno che i sociologi definiscono post-cristiano. Contro un pensiero dominante che ha una concezione essenzialmente negativa della presenza umana sulla terra – di cui il controllo delle nascite e la deriva eugenetica sono soltanto una esplicitazione -, il Papa rimette l’uomo al centro della Creazione. L’uomo immagine e somiglianza di Dio, che proprio dal riconoscimento di questa “vocazione” trae la sua dignità, nonché il compito e la responsabilità sociale. E’ questo un punto decisivo perché, scrive il Papa, “l’umanesimo senza Dio è un umanesimo disumano” e non c’è dubbio che oggi l’ideologia umanitaria, incarnata ad esempio dalle agenzie dell’ONU e da tanti organismi umanitari internazionali, sia responsabile di tanti crimini contro l’umanità. Come dimenticare infatti che i 50 milioni di aborti che si consumano ogni anno nel mondo sono attivamente promossi e finanziati da agenzie umanitarie?
2. Proprio per questa visione antropologica, l’enciclica pone il diritto alla vita e il diritto alla libertà religiosa – strettamente connessi alla dignità dell’uomo – come fondamento di un vero sviluppo integrale della persona e dei popoli. Ogni politica di sviluppo che prescinda da questo riconoscimento in un modo o nell’altro provoca disastri e fallimenti. Non può non venire in mente la Cina dove la crescita economica si accompagna a una sistematica violazione dei diritti umani con gravi conseguenze sociali e politiche, dallo squilibrio demografico al preoccupante inquinamento.
3. Fondamentale l’affronto della questione demografica. Il punto centrale, coerente con quanto sopra, è che “l’apertura alla vita è al centro del vero sviluppo”. Il che ha due implicazioni:
A) per i paesi poveri, si è dimostrato “scorretto dal punto di vista economico” “considerare l’aumento della popolazione come causa prima del sottosviluppo”. In effetti negli ultimi decenni tutti i Paesi del mondo – salvo rarissime eccezioni – hanno sperimentato un calo drastico delle nascite. Ma nessun paese è uscito dalla povertà e dal sottosviluppo grazie a queste politiche. Al contrario sono state dirottate sul controllo delle nascite importanti risorse necessarie per promuovere veri progetti di sviluppo. Inoltre l’applicazione selvaggia di tali politiche – vedi Cina, India e altri Paesi asiatici – ha provocato grossi squilibri sociali, di cui la mancanza all’appello di cento milioni di femmine è soltanto l’aspetto più eclatante.
B) Per i paesi sviluppati, pone le radici dell’attuale crisi economica proprio nel drammatico calo delle nascite. E’ un’analisi originale – ignorata dai cosiddetti esperti – che offre un orizzonte e una prospettiva nuova alla crisi. Non si tratta di una congiuntura negativa legata semplicemente a errate politiche economiche e finanziarie – che pure ci sono state – ma di una crisi strutturale dovuta a oltre 40 anni di tassi di fertilità (per i paesi sviluppati) al di sotto del livello di sostituzione. Se negli ultimi anni abbiamo capito quanto questo ci sta costando - e ci costerà ancora di più in futuro – per le pensioni, ebbene questo è soltanto un aspetto di una crisi ben più ampia destinata ad aggravarsi nei prossimi anni e a cambiare profondamente la nostra vita. Per questo la risposta non può essere soltanto “tecnica”. Le comunque necessarie misure economiche e finanziarie devono accompagnarsi a una vera rivoluzione culturale, fondata sull’ apertura alla vita.
4. L’enciclica sostituisce l’abusato termine “solidarietà” con il concetto di “fraternità”. E’ un’importante novità che fa i conti con l’ambiguità della “solidarietà” che – anche in vaste aree del mondo cattolico – si accompagna a una visione sentimentale e ad una riduzione della carità a filantropia. E’ perciò diventata parte di quell’ “umanesimo senza Dio” che il Papa denuncia come disumano. L’introduzione del concetto di fraternità rimanda direttamente alla questione antropologica richiamata all’inizio: mentre la solidarietà mette l’accento sul fare dell’uomo verso gli altri uomini, la fraternità mette l’accento su ciò che riceviamo, perché è il riconoscimento di un unico Padre (senza il quale non potremmo considerarci fratelli).
martedì 10 marzo 2009
A proposito del”Motu proprio” di Benedetto XVI (click)
Sono stato consigliato d’ascoltare una conferenza del Rev. Nicola Bux (*) sul tema ” La liturgia tra tradizione e innovazione”. Organizzava la conferenza il comitato pisano S. Pio V.
Il tema, interessante anche da un punto di vista storico politico, oltreché religioso, mi ha incuriosito ed, ancor di più Il riferimento alla liturgia di Pio V.
Questo papa, non molto apprezzato da certi ambienti clericali, che ignorano o, ancor peggio, fanno finta di ignorare, che grazie al Suo impegno fu costituita la Lega Santa che sconfisse i turchi nella famosa battaglia del 1571 a Lepanto, respingendo un pericoloso assalto islamico alla nostra Cultura Occidentale. Se per più di quattrocento anni non siamo stati islamizzati, lo dobbiamo anche a questo papa.
Oggi, mi sembra che un’altra battaglia di Lepanto sia cominciata, ma questa volta la stiamo perdendo, più per colpa nostra che per meriti del nemico.
Il prof. Bux, ha voluto chiarire alcuni aspetti delle intenzioni di Benedetto XVI, nel promulgare il Motu Proprio, non recepite da molti e travisate da certi ambienti anche clericali. Lo ha fatto in modo chiaro ed efficace, che denota la sua lunga esperienza di professore e di teologo ai massimi livelli, non per niente è consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Non mi addentro in questioni puramente teologiche, più consone agli addetti ai lavori, che a un post di recensione, quale questo vuol essere.
Mi hanno colpito, queste due puntualizzazioni.
Il perché il Papa non abbia “imposto” il rito tridentino è al di fuori di ogni polemica, la spiegazione è semplicissima : l’esempio.“Noi Papa diamo l’esempio”.
In pratica non ha voluto commettere lo stesso errore di quando, dopo la fine del concilio Vaticano II, il nuovo rito, quello in lingua locale, fu imposto, direi anche con una certa rudezza.
(NDR.Questo ve lo posso confermare personalmente, a quel tempo ero già adulto, e notai perfettamente questi atteggiamenti, poco spirituali e poco caritatevoli, presi a prestito da ideologie allora imperanti.)
La seconda osservazione, sul perché sia stato rivalutato il rito tridentino è ancora più disarmante.
Quel’è lo scopo della liturgia? Pregare Dio, ovviamente, e se uno preferisce farlo in latino dov’è il problema? D’altronde, fin da quando S. Pietro e S. Paolo fecero di Roma la sede del cristianesimo, il latino, a quel tempo lingua universale, divenne la lingua ufficiale della chiesa e lo è ancora oggi.
Un osservazione, interessante, che a prima vista può sembrare ininfluente, è quella della posizione del celebrante la Messa rispetto all’altare.
Nella prima parte della Messa viene divulgata la parola del Signore al popolo dei fedeli, per cui è giusto che il sacerdote sia rivolto verso coloro che ascoltano, ma nella seconda parte, (offertorio,consacrazione e comunione) vi è la adorazione di Dio e quindi il celebrante, fedele tra i fedeli, è più logico che sia rivolto, insieme agli altri, verso la divinità.
La conclusione che si prospetta sono un Messale latino con front pagina in lingua locale: ed è un giusto compromesso. Il latino è una lingua stabile che non si evolve più, mentre le lingue di uso comune si modificano continuamente, mutando anche il significato delle parole; pertanto un aggiornamento periodico si rende necessario.
La Messa con rito tridentino è una chance in più per la chiesa, molti fedeli e soprattutto i giovani guardano ad essa con interesse, riconoscendole un ruolo mistico e di concentrazione sulla preghiera che si è perso con l’avvento del nuovo rito. Quindi il nuovo è accettare la liturgia tradizionale, compenetrandola con la parte migliore dell’innovazione, il tutto senza stravolgere il significato di liturgia che è, fondamentalmente, l’adorazione della divinità, da parte dei fedeli.
Mi è sembrato, per qualche ora, di essere tornato sui banchi del liceo e vi confesso con un certo rimpianto, se aggiungete che il prof. Bux si è prestato anche a rispondere ad alcune mie domande, ciò non ha fatto altro che accrescere il piacere di una bella serata di Cultura, che è scivolata via fino a tarda ora.
(continuare la lettura clickando sul titolo)
Il tema, interessante anche da un punto di vista storico politico, oltreché religioso, mi ha incuriosito ed, ancor di più Il riferimento alla liturgia di Pio V.
Questo papa, non molto apprezzato da certi ambienti clericali, che ignorano o, ancor peggio, fanno finta di ignorare, che grazie al Suo impegno fu costituita la Lega Santa che sconfisse i turchi nella famosa battaglia del 1571 a Lepanto, respingendo un pericoloso assalto islamico alla nostra Cultura Occidentale. Se per più di quattrocento anni non siamo stati islamizzati, lo dobbiamo anche a questo papa.
Oggi, mi sembra che un’altra battaglia di Lepanto sia cominciata, ma questa volta la stiamo perdendo, più per colpa nostra che per meriti del nemico.
Il prof. Bux, ha voluto chiarire alcuni aspetti delle intenzioni di Benedetto XVI, nel promulgare il Motu Proprio, non recepite da molti e travisate da certi ambienti anche clericali. Lo ha fatto in modo chiaro ed efficace, che denota la sua lunga esperienza di professore e di teologo ai massimi livelli, non per niente è consultore della Congregazione per la Dottrina della Fede.
Non mi addentro in questioni puramente teologiche, più consone agli addetti ai lavori, che a un post di recensione, quale questo vuol essere.
Mi hanno colpito, queste due puntualizzazioni.
Il perché il Papa non abbia “imposto” il rito tridentino è al di fuori di ogni polemica, la spiegazione è semplicissima : l’esempio.“Noi Papa diamo l’esempio”.
In pratica non ha voluto commettere lo stesso errore di quando, dopo la fine del concilio Vaticano II, il nuovo rito, quello in lingua locale, fu imposto, direi anche con una certa rudezza.
(NDR.Questo ve lo posso confermare personalmente, a quel tempo ero già adulto, e notai perfettamente questi atteggiamenti, poco spirituali e poco caritatevoli, presi a prestito da ideologie allora imperanti.)
La seconda osservazione, sul perché sia stato rivalutato il rito tridentino è ancora più disarmante.
Quel’è lo scopo della liturgia? Pregare Dio, ovviamente, e se uno preferisce farlo in latino dov’è il problema? D’altronde, fin da quando S. Pietro e S. Paolo fecero di Roma la sede del cristianesimo, il latino, a quel tempo lingua universale, divenne la lingua ufficiale della chiesa e lo è ancora oggi.
Un osservazione, interessante, che a prima vista può sembrare ininfluente, è quella della posizione del celebrante la Messa rispetto all’altare.
Nella prima parte della Messa viene divulgata la parola del Signore al popolo dei fedeli, per cui è giusto che il sacerdote sia rivolto verso coloro che ascoltano, ma nella seconda parte, (offertorio,consacrazione e comunione) vi è la adorazione di Dio e quindi il celebrante, fedele tra i fedeli, è più logico che sia rivolto, insieme agli altri, verso la divinità.
La conclusione che si prospetta sono un Messale latino con front pagina in lingua locale: ed è un giusto compromesso. Il latino è una lingua stabile che non si evolve più, mentre le lingue di uso comune si modificano continuamente, mutando anche il significato delle parole; pertanto un aggiornamento periodico si rende necessario.
La Messa con rito tridentino è una chance in più per la chiesa, molti fedeli e soprattutto i giovani guardano ad essa con interesse, riconoscendole un ruolo mistico e di concentrazione sulla preghiera che si è perso con l’avvento del nuovo rito. Quindi il nuovo è accettare la liturgia tradizionale, compenetrandola con la parte migliore dell’innovazione, il tutto senza stravolgere il significato di liturgia che è, fondamentalmente, l’adorazione della divinità, da parte dei fedeli.
Mi è sembrato, per qualche ora, di essere tornato sui banchi del liceo e vi confesso con un certo rimpianto, se aggiungete che il prof. Bux si è prestato anche a rispondere ad alcune mie domande, ciò non ha fatto altro che accrescere il piacere di una bella serata di Cultura, che è scivolata via fino a tarda ora.
(continuare la lettura clickando sul titolo)
martedì 6 maggio 2008
Introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, quarant'anni dopo

06/05/2008 - Roma - Quarant'anni fa il giovane professore Joseph Ratzinger scriveva il libro "Introduzione al Cristianesimo", frutto delle sue lezioni in un corso estivo di teologia.Era il 1968, anno di grandi rivoluzioni culturali e sociali, ma anche momento di forti speranze e di profonde riflessioni sul futuro dell'umanità.
Da allora "Introduzione al Cristianesimo" è diventato un best seller internazionale, con traduzioni in oltre trenta lingue (fra queste anche giapponese, russo, coreano, arabo e cinese).
Oggi questo saggio è considerato il capolavoro di Papa Benedetto XVI ed una specie di "porta d'accesso" al suo pensiero teologico.
Nelle sue pagine si possono già trovare tutte le linee guida, le domande decisive e i temi fondamentali del futuro Pontefice.
La sua straordinaria attualità sta, soprattutto, nella capacità dell'autore di esprimersi ponendosi sempre in un atteggiamento di dialogo con il pensiero dell'uomo di oggi.
Le Facoltà di Teologia e di Filosofia dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum vogliono oggi proporre una riflessione ed un'analisi teologica e filosofica dell'opera di Joseph Ratzinger, in omaggio al Santo Padre e come segno di adesione filiale alla sua persona e al suo Magistero.Il convegno interdisciplinare "La voce della fede cristiana. I
ntroduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger, Benedetto XVI, quarant'anni dopo" si terrà il 12 e 13 maggio 2008, a Roma, dalle 9.00 alle 13.00, nell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, in via degli Aldobrandeschi 190.
L'ingresso è libero. Per informazioni: Tel. 06 66527828/910. Sito Internet: www.upra.org Il convegno sarà aperto dal Cardinale Darío Castrillón Hoyos, Presidente della Pontificia Commissione Ecclesia Dei.
Seguiranno, nel corso delle due mattinate, gli interventi del Rettore e dei docenti delle Facoltà di Teologia e Filosofia dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum.
Il tema di lunedì 12 maggio sarà "La questione di Dio e di Cristo come fulcro di un'introduzione alla fede cristiana". Dopo la relazione inaugurale del Cardinale Darío Castrillón Hoyos, interverranno dalle 9.00 alle 13.00: il Rettore dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum, Prof. Pedro Barrajón, L.C. (Le note essenziali del Cristianesimo), il Prof. D. Krysztof Charamsa (L'introduzione al Cristianesimo di Joseph Ratzinger nel panorama delle opere introduttive al mistero del Cristianesimo), il Prof. D. Achim Schütz (La domanda sull'Essenza del Cristianesimo nella riflessione filosofico-teologica moderna), il Prof. Antonio Izquierdo, L.C. ("La legge dell’abbondanza" nell'Introduzione al Cristianesimo e nel Nuovo Testamento), il Prof. D. Nunzio Capizzi (Il problema del "Gesù storico" nella teologia di Joseph Ratzinger), il Sig. Anthony Valle (L'ermeneutica cristologica di Joseph Ratzinger a partire dall'Introduzione al Cristianesimo fino ad oggi). Moderatore: Prof. D. Mauro Ga!gliardi.
Il tema di martedì 13 maggio sarà "La ragione può parlare di Dio, deve anzi parlare di Dio, se non vuole amputare se stessa". Interverranno dalle 9.00 alle 13.00: il Prof. Paolo Scarafoni, L.C., Rettore dell'Università Europea di Roma (Il concetto di persona, a partire dall'Introduzione al Cristianesimo), il Prof. Juan Pablo Ledesma, L.C., Decano della Facoltà di Teologia dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum (La "Caritas" nell'Introduzione al Cristianesimo e in Deus caritas est), il Prof. D. Paul Haffner (Scienza e Fede nel pensiero di Joseph Ratzinger – Papa Benedetto XVI), il Prof. Giuseppe Ferraro, S.J.(Il "Credo del Popolo di Dio" di Paolo VI nel quarantesimo anniversario della solenne proclamazione: valore e attualità), il Prof. Alfonso Aguilar, L.C.(La categoria di relazione come chiave per spiegare l'esistenza cristiana secondo l'Introduzione al Cristianesimo), il Prof. Guido Traversa (L'identità come identità distinta). Moderatore: Prof. D.Carlo dell'Osso.
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